Quando il 3 gennaio scorso gli Stati Uniti hanno catturato l'allora presidente venezuelano Nicolás Maduro, Donald Trump non ha nascosto che l'operazione riguardasse tanto le accuse di narcoterrorismo mosse contro il leader, attualmente detenuto in un carcere federale di New York, quanto il petrolio.

Il 31 agosto l’amministrazione Trump ha reso noto un accordo siglato con il governo ad interim del Venezuela guidato da Dalcy Rodriguez per riportare una parte significativa del settore petrolifero del paese sotto l’influenza statunitense, precisando, inoltre, che l’intesa servirà a ridurre lo spazio lasciato negli anni a Cina e Russia.

Il petrolio come leva geopolitica

È probabile che l'accordo consenta agli Stati Uniti di rafforzare la propria posizione sui mercati petroliferi globali e di diversificare ulteriormente le proprie fonti di approvvigionamento. L'importanza strategica del Venezuela è cresciuta con l'escalation del conflitto che coinvolge l'Iran, che ha limitato le forniture provenienti dal Golfo Persico. Il greggio venezuelano può infatti raggiungere mercati chiave senza transitare attraverso alcune delle rotte marittime più instabili e strategiche del mondo, come lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso.

L'accordo si inserisce così nella strategia con cui Washington punta a rafforzare la propria presenza energetica nell'emisfero occidentale, creando nuove catene di approvvigionamento e riducendo la dipendenza da paesi considerati avversari strategici. È una dinamica che può essere letta anche alla luce della nuova dottrina Monroe, con gli Stati Uniti sempre più intenzionati a riaffermare la propria influenza economica e geopolitica nel continente.

A conferma del peso crescente di Washington nel settore petrolifero venezuelano, Caracas starebbe inoltre valutando l'ipotesi di abbandonare l'OPEC, organizzazione che contribuì a fondare nel 1960, e ne avrebbe discusso la possibilità con funzionari statunitensi. Per il Venezuela, uscire dal cartello significherebbe soprattutto avere maggiore libertà, in prospettiva, di aumentare la produzione senza essere vincolato dalle quote OPEC, proprio nel momento in cui cerca di attirare capitali stranieri per rilanciare i propri giacimenti.

Cosa prevede l’accordo

L'operazione assegna alla società privata venezuelana North American Blue Energy Partners (NABEP), controllata dal controverso imprenditore Alejandro Betancourt López, diritti di sviluppo su 17 giacimenti che, secondo la Casa Bianca, conterrebbero circa 65 miliardi di barili di riserve.

L’azienda prevede di investire fino a cento miliardi di dollari per rilanciare i giacimenti e portare la produzione a oltre un milione di barili al giorno, dagli attuali circa duecentomila, soprattutto nelle aree del Lago di Maracaibo e nell'Orinoco.

In cambio, il governo statunitense ottiene una partecipazione del 35% nella società attraverso l'Office of Strategic Capital (OSC), organismo del Pentagono nato per sostenere investimenti strategici nelle tecnologie e nelle filiere considerate essenziali per la sicurezza nazionale.

A questa quota si aggiungono i diritti attribuiti al Dipartimento di stato: Washington potrà acquistare il 20% del petrolio al costo di produzione e avrà un diritto di prelazione sul restante 80%. Gli Stati Uniti avranno inoltre voce nella nomina del consiglio di amministrazione, la cui maggioranza dovrà essere composta da cittadini statunitensi. L'accordo sarà regolato dal diritto statunitense e sottoposto ai tribunali statunitensi.

La Casa Bianca ha inoltre dichiarato che i flussi di greggio verso gli Stati Uniti serviranno per ricostituire la riserva strategica di petrolio e già nel breve termine contribuiranno al ribasso sui prezzi, mentre Dalcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, ha presentato l'accordo come un mezzo per trasformare le vaste riserve del sottosuolo in "benessere, prosperità e felicità" per la popolazione venezuelana.

Tuttavia, quella di Trump sembrerebbe più un’operazione volta principalmente ad accrescere i consensi in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Un petrolio difficile da estrarre

Il Venezuela possiede circa 304 miliardi di barili di riserve provate secondo l'OPEC, ma una parte consistente è costituita da greggio extra-pesante la cui estrazione è più complessa e costosa rispetto a quella del greggio leggero prodotto, per esempio, negli Stati Uniti.

A complicare la situazione sono le condizioni delle infrastrutture, che dopo anni di crisi, mancati investimenti, sanzioni e crollo della produzione hanno accumulato un enorme deficit di manutenzione. Pozzi, oleodotti, impianti di trattamento e di upgrading, raffinerie, porti e infrastrutture elettriche richiedono investimenti massicci per tornare pienamente operativi. Per questo l'obiettivo di NABEP di superare il milione di barili al giorno andrebbe letto come un progetto di lungo periodo più che come un aumento immediato dell'offerta.

Ciò ridimensiona anche una delle promesse politiche di Trump, ossia quella di utilizzare il petrolio venezuelano per abbassare rapidamente il prezzo della benzina negli Stati Uniti. L'aumento della produzione richiederà anni e il greggio extra-pesante venezuelano non è direttamente intercambiabile con tutti i tipi di petrolio utilizzati dalle raffinerie statunitensi.

Le compagnie restano prudenti

Sotto la pressione degli Stati Uniti, Rodríguez è riuscita a far approvare nuove leggi in materia di idrocarburi e attività minerarie che favoriscono gli investitori, abbandonando decenni di rigidi controlli statali. Il Dipartimento del tesoro USA sta allentando le sanzioni contro la compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA) e sta ampliando le licenze che consentono a un maggior numero di aziende statunitensi e internazionali di intrattenere rapporti commerciali con l'impresa pubblica.

Il paradosso è che, proprio mentre Washington presenta l'accordo come l'inizio di un gigantesco ciclo di investimenti, alcune delle maggiori compagnie petrolifere internazionali continuino a muoversi con estrema cautela.

A decenni di sotto investimenti e cattiva gestione che hanno lasciato infrastrutture fortemente deteriorate si aggiungono i dubbi sulla base giuridica dell'intervento statunitense e sulla legittimità del governo ad interim venezuelano che ha siglato l'intesa. Un accordo concluso da un'amministrazione priva di mandato elettorale e fortemente legato alla Casa Bianca rischia di essere rimesso in discussione da un futuro governo eletto di Caracas. Il caso più significativo è quello di ExxonMobil, che per il momento sceglie di rimanere fuori, memore delle nazionalizzazioni del 2007 guidate da Hugo Chávez. Ripartire da zero in uno scenario privo di solide tutele giuridiche e gravato da infrastrutture statali ormai fatiscenti non appare economicamente conveniente, specialmente in vista dei costi colossali necessari a trattare il greggio extra-pesante.

Per alcune compagnie europee, come ENI e Repsol, la permanenza in Venezuela è invece legata alla necessità di recuperare miliardi di dollari di crediti accumulati negli anni nei confronti di PDVSA. La ripresa della produzione e l'allentamento delle sanzioni possono quindi trasformarsi in un'opportunità di investimento di lungo periodo.

 

In copertina: Delcy Rodriguez  fotografata da Chine Nouvelle/Sipa, Agenzia IPA