Il paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo produce oggi meno dell’1% del greggio globale. È questo il paradosso che riporta il Venezuela al centro del dibattito energetico internazionale, dopo il cambio di scenario politico a Caracas e il riavvio delle interlocuzioni con Washington sul futuro del settore petrolifero.
Un ritorno di attenzione che, per ora, non si riflette sui prezzi: il Brent ha reagito in modo contenuto, segnalando che il mercato continua a leggere il petrolio venezuelano come una variabile geopolitica più che come un fattore in grado di incidere rapidamente sull’equilibrio dell’offerta.
Sul piano delle risorse il Venezuela resta comunque un colosso. Con circa 303 miliardi di barili di riserve accertate, pari a circa il 16% del totale mondiale, il paese possiede il più grande patrimonio petrolifero al mondo. La crescita delle riserve è legata soprattutto alla Cintura dell’Orinoco, dove si concentra la maggior parte del greggio venezuelano. Si tratta però di un petrolio pesante ed extra-pesante, complesso e costoso da trattare, che richiede tecnologie avanzate, investimenti elevati e infrastrutture adeguate.
Riserve solide e impatto limitato della crisi
Uno scenario che spiega il paradosso venezuelano: a fronte di riserve quadruplicate in poco più di un decennio, la produzione è crollata. Dagli oltre tre milioni di barili al giorno della fine degli anni Novanta si è scesi a circa 900.000 barili al giorno nel 2024, meno dell’1% del totale globale. Nazionalizzazioni, sotto-investimento cronico, degrado degli impianti e sanzioni hanno progressivamente scavato un solco tra il potenziale del sottosuolo e la capacità produttiva reale.
Secondo Alberto Prina Cerai, research fellow dell’Osservatorio di geoeconomia dell’ISPI, l’impatto della crisi venezuelana sul mercato petrolifero globale resta limitato, come spiega a Materia Rinnovabile. “La produzione venezuelana è marginale sul mix globale (meno dell’1% con circa 0,9 milioni di barili al giorno), a causa delle ‘3G’: geologia (petrolio extra-pesante), governance (nazionalizzazione che ha compromesso investimenti e produttività) e, naturalmente, la geopolitica (sanzioni statunitensi) .Seppur in una situazione di sovra-offerta a livello globale, il greggio venezuelano potrebbe diventare rilevante qualora emergessero capacità di raffinazione per servire il mercato statunitense, con impatti sugli equilibri all’interno dell’OPEC. Ma serviranno molti anni.”
Gli Stati Uniti tra sicurezza energetica e interessi industriali
Il nodo centrale del dossier venezuelano per Washington non è tanto l’emergenza dell’offerta quanto la sicurezza energetica e industriale. Gli Stati Uniti restano il primo consumatore mondiale di petrolio, ma sono anche il principale produttore globale. In questo quadro, il greggio venezuelano rappresenta soprattutto un’opportunità per il downstream: quando Caracas era uno dei principali fornitori di Washington, molte raffinerie della costa del Golfo del Messico sono state progettate o adattate proprio per trattare greggi pesanti e ad alto contenuto di zolfo come quello dell’Orinoco. Non a caso, le principali compagnie statunitensi hanno chiesto garanzie prima di impegnare nuovi capitali nel paese. Trump ha promesso sicurezza e stabilità regolatoria, ma i costi per riportare in funzione l’industria petrolifera venezuelana restano elevatissimi e i tempi lunghi.
“Provare ad aumentare la produzione in Venezuela è estremamente costoso. Gli Stati Uniti ci riusciranno solo mettendo in campo ingenti risorse e incentivi statali”, osserva Gerard Reid, co-host del podcast Redefining Energy. Più critico Tyson Slocum, direttore del programma energia di Public Citizen, che legge la mossa statunitense come una forma di controllo diretto delle risorse venezuelane, con un progressivo accomodamento delle compagnie statunitensi nel settore petrolifero del paese.
Caracas al centro dei flussi globali
Oltre al tema petrolio, il Venezuela è diventato un tassello della competizione geopolitica globale. “Al di là del potenziale del paese, la competizione sino-americana si è ormai estesa a tutti i domini, e l’energia ne rappresenta una componente centrale”, osserva ancora Prina Cerai. “Estromettere dal Venezuela la Cina − principale destinataria dei flussi petroliferi del paese e soprattutto legata a Caracas attraverso un sistema di oil-for-loans volto a ridurre il predominio del dollaro negli scambi petroliferi − attraverso un ipotetico ‘cambio di regime’ ha mostrato, da un lato, i limiti delle sanzioni statunitensi. Dall’altro, però, costituisce un segnale politico rilevante dell’insofferenza crescente di Washington nei confronti della presenza cinese in America Latina.”
Negli ultimi anni, inoltre, Pechino è diventato il principale sbocco del greggio venezuelano, anche attraverso pratiche opache come l’uso di petroliere che disattivano i sistemi di identificazione per aggirare le sanzioni, a conferma dei limiti strutturali degli strumenti restrittivi.
Per l’Europa, il dossier venezuelano mette in evidenza soprattutto le fragilità di un sistema energetico ancora dipendente dalle importazioni. “Più siamo dipendenti dalle importazioni, più queste situazioni ci colpiscono”, osserva Ana Maria Jaller-Makarewicz, lead energy analyst di IEEFA Europe, l’ufficio europeo dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis. Secondo Jaller-Makarewicz l’impatto non è immediato, ma diventa rilevante nel medio periodo e rafforza la necessità di ridurre la dipendenza da singole fonti di approvvigionamento.
Il ruolo dell’Italia: ENI tra gas, petrolio e cooperazione con Washington
In questo scenario si inserisce anche l’Italia, attraverso ENI, uno dei pochi operatori europei con una presenza storica e ancora attiva in Venezuela. Una posizione che, nel nuovo contesto disegnato da Washington, attribuisce a Roma un ruolo potenzialmente non marginale, ma fortemente condizionato dalla strategia statunitense. Il 9 gennaio l’amministratore delegato Claudio Descalzi ha dichiarato che “ENI è pronta a investire in Venezuela” e a “lavorare con le compagnie americane”, sottolineando che il gruppo possiede “circa 4 miliardi di barili di riserve” e conta “circa 500 persone nel paese, in gran parte venezuelani”.
Intervenendo alla Casa Bianca, Descalzi ha ribadito: “Siamo pronti a investire. Chiaramente, siamo pronti a investire” e “siamo pronti anche a unirci a compagnie americane nei nostri asset per svilupparli e andare più veloci, con buoni investitori e con un buon know-how da parte delle aziende statunitensi”. Una disponibilità che colloca ENI, e con essa l’Italia, all’interno della nuova architettura industriale immaginata dagli Stati Uniti, più come partner operativo che come attore autonomo.
Il ruolo italiano passa dunque dalla capacità di valorizzare una presenza già radicata, soprattutto sul gas, interamente destinato al mercato domestico venezuelano e cruciale per la stabilità del paese, mantenendo al tempo stesso un equilibrio delicato tra cooperazione industriale, vincoli sanzionatori e allineamento politico con Washington. Il dossier venezuelano sembra così mostrare i limiti e le opportunità della politica energetica italiana: una presenza industriale solida, ma inserita in una cornice geopolitica decisa altrove. Per Roma, il nodo non è se partecipare al rilancio del settore energetico venezuelano, ma a quali condizioni e con quale grado di autonomia strategica.
In copertina: foto progetto area 1 Messico © ENI
