Nel 2026 il tessile europeo affronterà numerose novità: dopo l’obbligo di raccolta differenziata introdotto nel 2025, quest’anno sarà la volta dell’organizzazione dei sistemi EPR e della piena entrata in vigore del Regolamento ecodesign, che porterà con sé l’introduzione del Digital Product Passport e il divieto di distruzione dell’invenduto.

“Le nuove normative europee si sommano a una fase economica complessa: molte realtà, in particolare le PMI, registrano fatturati in calo e adottano un atteggiamento prudente sui mercati”, spiega Eleonora Rizzuto, che è fondatrice e presidente dell’Associazione italiana per lo sviluppo dell’economia circolare (AISEC) e membro del CTS di Ecomondo, oltre che Chief Sustainability & Due Diligence Officer di Bulgari. “Le tensioni geopolitiche, i dazi e i controlli più stringenti sulle filiere portano alla riduzione delle catene produttive, nell’ottica di ‘meglio pochi, ma buoni’.”

In questo contesto è cruciale organizzare momenti di confronto e coordinamento. “L’edizione 2026 di Ecomondo per la prima volta dedicherà un intero padiglione al tessile, articolato su tre filoni: ecodesign e produzione, raccolta e selezione del second-hand, trattamento e riciclo delle materie prime seconde. Vogliamo lanciare un messaggio di resilienza e portare il tema sul tavolo dei decisori politici.”

L’obiettivo è integrare il sistema e creare un fil rouge anche tra competitor, con forte apertura internazionale: “Uno degli eventi organizzati da AISEC sarà dedicato all’EPR e alla sua applicazione nei diversi paesi europei: i produttori chiedono omogeneità normativa”, sottolinea Rizzuto in un’intervista a Ecomondo.

Progettare in ottica ecodesign

Che cosa significa progettare in ottica ecodesign nel tessile? “Innanzitutto bisogna conoscere perfettamente la materia prima. Se un tessuto contiene plastiche o derivati chimici difficili da separare, il riciclo a fine vita diventa complesso o economicamente non sostenibile”, prosegue Rizzuto. Inoltre, bisogna pensare al disassemblaggio: “Un capo contiene spesso altri materiali, come metallo, plastica, elementi compositi: deve essere facile separare le diverse componenti. Questo richiede competenze tecniche, tecnologia e una precisa volontà strategica”.

Il Digital Product Passport si inserisce in questo percorso come strumento abilitante: contiene le informazioni digitali sul prodotto, garantisce tracciabilità, rende trasparente l’origine della materia prima. “Oggi però l’origine non è sempre certificabile, soprattutto per quanto riguarda alcuni materiali e anche le pietre preziose, perché le miniere si trovano spesso in paesi con sistemi di controllo non certificati e condizioni di lavoro molto precarie per quanto riguarda sicurezza e diritti umani.”

Secondo Rizzuto, il ruolo dei grandi committenti sarà decisivo: “Possono garantire e sostenere finanziariamente la tracciabilità delle materie prime, aiutando così le imprese più piccole, che non riescono a sostenere investimenti da questo punto di vista”. 

Prato, modello storico di circolarità

Per quanto riguarda invece il riciclo delle materie prime sul territorio italiano c’è il distretto di Prato, dove “questa pratica ha oltre cento anni di storia, soprattutto per la lana. È un best in class per tecnologie, know-how e forza lavoro. Tuttavia, trattandosi di riciclo, l’origine della materia prima non è ricostruibile: il capo non è nuovo”.

Iniziative di riciclo si possono portare avanti anche nel campo delle pietre semipreziose, come sottolinea ancora Rizzuto: “Se per quelle preziose, come smeraldi, rubini e zaffiri, non c’è riciclo, o comunque esso avviene solo a opera di grandi firme, per quanto riguarda le pietre di valore inferiore, come la giada, ci sono progetti molto interessanti ideati da scuole specializzate, dal Tarì di Napoli al distretto orafo di Valenza, che sviluppano percorsi in cui dialogano tradizione, innovazione e circolarità”.

 

In copertina: Eleonora Rizzuto