Silvia Pericu ha un doppio sguardo che in politica è raro e in amministrazione rarissimo: quello dell’accademica abituata a cercare fondi europei, costruire reti internazionali e studiare modelli replicabili, e quello dell’assessora che deve fare i conti con gli ingombranti abbandonati nei greti dei torrenti. Il bello è che non considera queste due dimensioni in conflitto. Anzi: è esattamente dalla loro sinergia che sta nascendo a Genova qualcosa di interessante per le altre città italiane.
Professoressa associata di design del prodotto al Dipartimento di architettura e design dell’Università di Genova, Pericu porta nell’assessorato all’ambiente, ciclo dei rifiuti, sostenibilità ed economia circolare una cassetta degli attrezzi insolita: progetti URBACT, ricerche europee sui cicli alimentari creativi, brevetti per il trasporto neonatale. E una convinzione: che la circolarità non sia una nicchia per ambientalisti, ma un modello economico capace di generare lavoro, impresa e coesione sociale. L’abbiamo intervistata in occasione della seconda edizione del Circular City Forum: sei giorni densi tra sfilate di moda circolare a bordo della nave Costa Toscana, ormeggiata nel porto di Genova, workshop al Mercato Orientale e sessioni istituzionali a Palazzo Tursi.
Assessora Pericu, partiamo dalla domanda fondamentale: cosa significa, concretamente, per una città essere circolare?
Significa tante cose, perché è una strategia di transizione che implica intervenire su più campi contemporaneamente. Non parliamo solo di rifiuti: c’è l’ambiente costruito − costruire con materiali recuperati o biodegradabili, non più derivati da risorse non rinnovabili − e poi tutto il tema dell’energia sostenibile e rinnovabile, su cui vorremmo fare un focus specifico per Genova. Poi, naturalmente, c’è il dare valore ai materiali: trasformare lo scarto in risorsa, dal compostaggio urbano al recupero del tessile, allungando la vita di tutto ciò che utilizziamo. Ma c’è un aspetto a cui tengo particolarmente: la promozione della sharing economy e dell’idea che i prodotti possano diventare servizi. Un po’ dimenticarci che tutti dobbiamo avere quell’oggetto in casa che occupa spazio: la possibilità di condividerlo alleggerisce i nostri beni e moltiplica gli usi. E poi − qui passo dal cappello di amministratrice a quello di accademica − c’è il campo delle nuove filiere locali, che vanno progettate, inventate, create intercettando i diversi ecosistemi urbani. Genova è diversa da Milano, da Roma, da Verona: bisogna capire quali filiere sviluppare per creare nuove economie, nuovi lavori, nuove piccole imprese. Non ultimo, la rigenerazione urbana: non costruire più, ma riutilizzare il costruito, ridare senso agli spazi abbandonati, creare infrastrutture verdi. Ci basiamo molto sull’interpretazione della Ellen MacArthur Foundation, che con ARUP, la grande società di progettazione multidisciplinare britannica, ha prodotto report sulla città circolare con un ampio spettro di attività possibili per professionisti, policymaker e amministratori.
Può farci qualche esempio concreto di filiera che una città come Genova potrebbe sviluppare?
Qui il mio doppio ruolo conta, perché la vera sfida è capire come scalare queste esperienze a livello urbano. Le faccio un esempio: qui a Genova abbiamo l’IIT, l’Istituto italiano di tecnologia, che da circa vent’anni ha sviluppato un brevetto per trasformare la buccia del pomodoro (lo scarto del pelato) in un packaging di grande robustezza, perfetto per l’ortofrutta. Il problema? Il materiale è ancora troppo caro per sostituire la plastica monouso. La tecnologia esiste, ma non ha sfondato nel mercato. Con l’università abbiamo lavorato sul recupero degli scarti alimentari: ci sono già startup che stampano oggetti (lampade, arredi) mixando scarti di agrumi con materiali bio-based. Ma nemmeno queste riescono a scalare. Poi ci sono filiere affascinanti che guardo con grande interesse. A Milano esistevano piccole imprese, come Spazio Meta che purtroppo ha chiuso, che recuperavano gli allestimenti: li catalogavano, li restauravano, li rimettevano a disposizione su una piattaforma per nuovi usi. Devo farmi un allestimento per una mostra nel municipio? Vado sulla piattaforma, lo affitto, lo adatto ai miei spazi. Nel campo degli eventi è una filiera che sarebbe interessantissima da sviluppare.
Sta descrivendo un ecosistema in cui ogni città attinge alle esperienze delle altre.
Esattamente. In Belgio e in Olanda, per esempio, sui materiali da costruzione c’è una filiera molto avanzata. Lo studio Rotor, a Bruxelles, si occupa dello smantellamento degli edifici: accanto allo studio professionale hanno un magazzino dove catalogano e rivendono i pezzi degli edifici smontati. Costruiscono nuovi edifici con componenti recuperati. In Europa alcune film commission che hanno rapporti di sostenibilità molto concreti comprendono anche figure professionali dedicate, green manager che si occupano proprio di questo.
Che strumenti ha concretamente un’amministrazione per avviare queste filiere?
Ci sono diversi livelli. Il primo è quello delle policy che abilitano comportamenti sostenibili: dal regolare chi si comporta male − penso all’abbandono degli ingombranti, che è una piaga anche a Genova − al creare servizi che rendano possibile ai cittadini fare la cosa giusta. Genova ha un ottimo servizio di ritiro a domicilio e van che circolano per tutti i municipi, d’estate aperti anche di notte. Ma c’è un aspetto a cui tengo molto: premiare i cittadini virtuosi. Stiamo lavorando a un sistema premiale che metta insieme chi conferisce correttamente gli ingombranti, chi frequenta gli ecopunti, chi recupera le bottiglie di plastica, con chi fa attività di welfare, chi si occupa degli anziani, chi fa volontariato, chi adotta un’aiuola. Un sistema integrato, verde-welfare-economia circolare.
Un portafoglio digitale per la cittadinanza attiva?
Sì, è una piattaforma che viaggia sui telefoni, basata su blockchain e token. L’obiettivo finale sarebbe la riduzione della TARI per chi fa bene la differenziata, ma nella realtà ci sono tante strade intermedie che non richiedono investimenti enormi: un biglietto del teatro, l’ingresso a un museo, piccole azioni che riconoscono l’impegno di tantissimi cittadini. Faenza l’ha già fatto. Il nostro progetto vorrebbe integrare i tre assi (verde, welfare, circolarità) costruendolo sulle esigenze specifiche di Genova. Stiamo cercando finanziamenti, è un progetto ideale per una fondazione bancaria. Non vendiamo la pelle dell’orso, ma ci stiamo lavorando.
In questo riconoscimento c’è anche un aspetto generazionale.
Assolutamente. Ci sono generazioni (dai trenta-quarantenni in giù) che hanno già questa sensibilità e meritano di essere riconosciute. Fanno già la loro parte ma vivono quotidianamente situazioni di degrado in città che sono sempre molto difficili da gestire. Genova in questo è campionessa nell’alto e nel basso: molto virtuosa da certi punti di vista, in grande fatica dall’altra.
E le imprese? Come si coinvolgono nella transizione?
Qui la risposta è doppia e mi ha sorpresa positivamente. Per il Circular City Forum abbiamo avuto un’adesione incredibile di imprese: dall’artigianato al CNA fino a grosse aziende del territorio, compresi operatori dell’energia. L’amministrazione può lavorare sui criteri ambientali minimi, stabilire linee guida per eventi sostenibili, e soprattutto fare da capofila: se parte il pubblico, vengono dietro gli ordini professionali, gli artigiani, le camere di commercio. Dall’altra parte c’è la spinta europea. È vero che le normative ambientali hanno subìto un rallentamento e le guerre in corso ce lo ricordano, ma nella realtà hanno solo abbassato un po’ il livello: i green job e la necessità di adeguarsi a determinati parametri restano.
C’è un progetto che esemplifica bene questa logica di collaborazione tra pubblico e privato?
Sì, un progetto bellissimo che nasce qui a Genova. L’Acquario, nell’area del Porto Antico − su cui si affaccia quel reticolo di viuzze strettissime del centro storico − cede il diritto di superficie del suo tetto per installare un impianto fotovoltaico da 80 kilowatt e creare una grande comunità energetica rinnovabile. Nella stessa cabina primaria c’è una buona fetta del centro storico più denso: possono aderire le realtà commerciali, i cittadini, le piccole imprese. È un esempio perfetto di come, collaborando, si possano mettere insieme interessi diversi: famiglie vulnerabili che ottengono sconti in bolletta (piccoli ma significativi per chi vive in povertà energetica) e microimprese che dimostrano di aver fatto un passo verso l’efficientamento, una politica di transizione energetica condivisa. Noi vorremmo replicare questo modello con il pubblico. È un modo contemporaneo per rispondere alla complessità: temi sociali, economici e di certificazione verde che coinvolgono tutti.
Arriviamo alla Rete delle città circolari, che sarà lanciata proprio durante il Forum.
La Rete nasce da un percorso che Genova aveva già avviato prima del mio arrivo. Il progetto C-City voleva accompagnare la città verso la piena circolarità entro il 2050 e ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi: la Best Practice Urbact, distinguendosi tra oltre duecento progetti europei sulle politiche di circolarità, poi il primo premio Ecomondo 2023 per lo sviluppo sostenibile, ed è entrato nella European Circular Cities Declaration. Da questa esperienza, e dal fatto che molte città ci hanno chiesto di confrontarsi con noi, è nata l’idea di una rete italiana: una piattaforma nazionale per condividere modelli, indicatori, soluzioni, progettualità. La lanceremo il 22 aprile. Abbiamo già più di trentacinque città che hanno aderito. L’ambizione è individuare strumenti pragmatici che aiutino le pubbliche amministrazioni ad affrontare trasformazioni urbane in grado di tenere insieme ambiente e sviluppo economico.
Più di trentacinque città: è un segnale politico forte.
Lo è, e vorremmo farlo arrivare a Roma. Più di quaranta amministrazioni che si uniscono per dire: queste strategie funzionano, ma servono strumenti e condizioni per farle scalare. Le parti concertative hanno bisogno di lavoro, di incontrarsi, di vedersi. Ma penso che possa essere un segnale importante.
Lei cita spesso Milano, Faenza, Bruxelles, le esperienze nordeuropee. Il suo è anche un metodo: studiare cosa funziona altrove e portarlo a Genova.
Vengo da un’esperienza universitaria in cui cercare fondi europei significa entrare in network di città e girare a vedere le cose. Ma quando sono arrivata in comune ho trovato un’ottima base, non partivo da zero. Il punto è che in università, per fare ricerca e far crescere persone, devi cercare finanziamenti, e poi da lì vai. Pensavo: vado in comune, finalmente riusciremo ad applicare qualche policy. E invece − sorpresa − è la stessa cosa. Anche in amministrazione una parte importante del tempo va nella ricerca di risorse. Ma pian piano le due dimensioni possono essere molto sinergiche.
Professoressa e assessora: un doppio cappello insolito.
Insolito ma necessario. Non siamo abituati a immaginare un amministratore pubblico che debba dedicare parte del proprio tempo a cercare fondi. Ma la transizione non si governa solo con le delibere: servono visione, reti, capacità di progettazione. E la circolarità, in fondo, vale anche per le idee: farle circolare tra le città è il primo ingrediente per governare il cambiamento.
In copertina: Silvia Pericu
