A giudicare dall’ingresso, i distratti potrebbero minimizzare: “Siamo in una azienda di contenitori”. Che ci sarà mai di speciale in Sartori Ambiente, azienda della green economy di Arco, in provincia di Trento? Eppure, appena servito l’italianissimo rituale del caffè del primo pomeriggio, l’intervista rivela subito che dietro alla semplicità di un prodotto di uso comune c’è un altro elemento classico italiano: il genio innovatore

Il mastermind dietro a quelli che sarebbero altrimenti “normali dispositivi per la raccolta differenziata” è Leonardo Benuzzi, direttore innovazione di Sartori Ambiente, che racconta a Materia Rinnovabile come la digitalizzazione dei dati, la psicologia comportamentale e il design ergonomico stiano ridefinendo la raccolta differenziata in Italia, e perché il modello italiano sia diventato un riferimento mondiale.

 

Oggi il modello italiano di raccolta differenziata porta a porta viene studiato da tutto il mondo. Voi siete un player chiave di questo sistema. Come mai l'Italia, non certo famosa per l'efficienza sistemica, è arrivata in cima a questa classifica?

Storicamente, avendo difficoltà a reperire risorse proprie, dovevamo per forza essere bravi nel riciclarle. Esiste una vicinanza storica dell'Italia al riciclaggio, perché non abbiamo le materie vergini. E oggi ci troviamo in una situazione in cui l'Italia sta facendo vedere al resto d'Europa − e al resto del mondo − come si fa la raccolta differenziata. Il modello italiano viene studiato spesso da chiunque nel mondo voglia migliorarsi: i paesi del Nord, il Giappone, gli Stati Uniti. New York è venuta a visitare l’azienda Contarina quando doveva migliorare la raccolta dell’umido. I risultati che abbiamo sull'organico sono eclatanti. Siamo abituati a essere i primi nelle classifiche sbagliate: qui siamo i primi nelle classifiche giuste. Prendiamo il caso della Sardegna, che ha cominciato a fare raccolta differenziata seria con il porta a porta solo dieci-dodici anni fa, e oggi è una delle prime regioni: dimostra che, se hai lo strumento giusto, la popolazione è pronta. E questa cosa è meravigliosa.

L'innovazione nel settore dei rifiuti deve però fare i conti con infrastrutture sedimentate. Chi ha cominciato prima, paradossalmente, fatica di più a cambiare.

È uno dei temi più forti: le innovazioni vanno a scalzare le tradizioni, e le tradizioni sono innovazioni ben riuscite di trent'anni fa. Faccio un esempio tecnico. Il sistema di lettura che noi spingiamo, quello del modello italiano porta a porta, prevede un tag ad alta frequenza RFID. Un tag RFID non ha batteria: recupera l'energia che gli manda l'antenna e risponde dicendo "io sono questo contenitore". I tag ad alta frequenza permettono di leggere più contenitori in contemporanea. Quelli a bassa frequenza, tecnologia più lenta, erano stati pensati per i grandi contenitori condominiali, e chi li ha installati trent'anni fa li ha ancora lì. Oppure pensiamo al tema dei colori dei contenitori: esiste una normativa nazionale, ma non la rispettano tutti, perché chi ha cominciato prima ha fatto le proprie scelte quando ancora non c'era la normativa, e oggi ha un parco contenitori da cambiare. Paradossalmente, chi è arrivato tardi ha avuto un vantaggio competitivo: ha trovato il modello già definito.

Sartori Ambiente non vende solo contenitori: lavora su tutta la catena del dato, grazie anche alla rete di DNA Ambiente. Come funziona questo ecosistema?

Il valore nasce dal dato. Noi siamo i contatori degli svuotamenti, perché non si migliora quello che non si misura. Ma nel mondo dei rifiuti la misurazione è molto più complessa che nel mondo dell'elettricità o del gas: lì c'è un tubo, un contatore, i numerini che girano. Nel mondo dei rifiuti io ho un momento solo in cui digitalizzare il dato − quando avviene la lettura del tag – e, se non lo prendo, l'ho perso. È una catena in cui o vinci e fai cento, oppure fai zero. Se c’è approssimazione quel dato non è che vale poco: non vale proprio niente. Per questo lavoriamo in ecosistema con DNA Ambiente: c'è Sartori Ambiente che fa la digitalizzazione, ci sono aziende che trasformano il dato in tariffa, altre che lo geolocalizzano e ottimizzano i percorsi di raccolta, altre ancora che comunicano alla popolazione i calendari.

La qualità del conferimento resta però il nodo irrisolto. Sapere quanto si raccoglie non basta se non si sa cosa c'è dentro al contenitore.

Prima di tutto bisogna rendersi edotti, come sistema, che non c'è alternativa alla qualità. ARERA ci sta dicendo chiaramente che non le interessa la percentuale teorica di raccolta differenziata, ma quello che è davvero differenziato. Bene, una volta detto che questo è un problema da risolvere, la domanda è: come? Io mi occupo di innovazione, e qui farei un salto di livello. Dobbiamo capire che tipo di mondo vogliamo: un mondo in cui aumentiamo le multe e le telecamere, oppure un mondo in cui cambiamo i comportamenti? Dal mio punto di vista la strada delle multe è una battaglia persa. Le multe funzionano solo finché stai controllando: se smetti di controllare, il comportamento torna come prima. Se invece riesco a modificare il comportamento, il cambiamento sarà per la vita.

Avete testato questa ipotesi in modo rigoroso, con una ricerca sperimentale a Latina. Come avete operato?

Abbiamo fatto un dottorato di ricerca triennale in collaborazione con l'Università di Trento. Latina è stata scelta perché ha quartieri di dimensioni simili, numerati: il Q4, il Q5… Noi abbiamo preso due quartieri e fatto esperimenti con analisi merceologiche prima, durante e dopo. Abbiamo usato il concetto del rinforzo positivo: se ti comporti bene, ti metto un adesivo sul contenitore che dice a tutti: guarda quanto sei stato bravo. Se fai un errore, c'è un adesivo facilmente rimovibile (perché non voglio umiliarti ma solo informarti), con un QR code che spiega l'errore in quattordici lingue, visto che in Italia circa il 10% della popolazione non parla italiano e il 30% è analfabeta funzionale. Partiamo dall'assunto che abbiamo a che fare con esseri umani che non sanno qualcosa, ma che se glielo spieghi si comportano bene. Il risultato è che chi fa bene ispira gli altri a fare meglio.

Come si scala questo approccio da esperimento pilota a sistema nazionale?

Il nostro nuovo contenitore non è più un contenitore: è una piattaforma di comunicazione. Nel manico ha degli spazi per inserire delle coccarde di valutazione che sostituiscono l'adesivo della sperimentazione. Sulla durata teorica di otto anni del contenitore, si possono inserire un paio di campagne di miglioramento all'anno: abbiamo fatto uno studio su quante se ne possono fare prima che ci sia un affaticamento dell'utente. Anche in questo caso chi è bravo prende la coccarda: magari il tuo vicino meno virtuoso non la prende, ma si sforza per competere anche lui. E i risultati dimostrano che funziona. L'intelligenza non è nell'oggetto, è nel sistema. Ma abbiamo anche lavorato sull'ergonomia. Il nostro nuovo contenitore ha una certificazione Human Centre Design: è stato sviluppato a partire dalle necessità dell'operatore di raccolta, in collaborazione con un ente di ricerca dell'Università di Verona e di Trento che normalmente lavora sulle prestazioni degli atleti olimpici. Un operatore ecologico raccoglie dai 300 ai 500 contenitori al giorno, con grosso affaticamento fisico. Quella persona è un lavoratore essenziale: lo si era capito durante il periodo del Covid, poi molti l’hanno dimenticato, ma non noi. E ci abbiamo disegnato un contenitore intorno a questo nostro eroe quotidiano, ottimizzando i suoi movimenti e diminuendo l’affaticamento.

 

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In copertina: Leonardo Benuzzi