Per l’ennesima volta la Plastic Tax resta sulla carta. L’imposta di 0,45 euro per ogni chilo di plastica monouso venduto, la cui entrata in vigore era prevista per luglio 2026, è stata ufficialmente rinviata di 6 mesi (gennaio 2027) con la Legge di bilancio appena approvata dalla Camera dei deputati.

I continui rinvii penalizzano i riciclatori

Nata per promuovere l’economia circolare e scoraggiare il consumo di imballaggi in plastica vergine nei cosiddetti MACSI, ovvero quei manufatti in plastica usa e getta destinati ad avere funzioni di contenimento, protezione e consegna di merci o di prodotti alimentari, la Plastic Tax venne introdotta dalla Legge di bilancio 2020. Tuttavia, a causa delle pressioni e delle richieste avanzate da diverse filiere non è ancora entrata in vigore, nonostante il sostegno di organizzazioni ambientaliste e soprattutto del settore del riciclo della plastica, oggi in grave crisi.

La decisione era già nell’aria sin da ottobre, dopo la pubblicazione del documento programmatico di bilancio 2026 che ha anticipato alla Commissione UE gli obiettivi macroeconomici e finanziari della manovra. “Accogliamo con preoccupazione l’ennesimo rinvio dell’entrata in vigore della Plastic Tax”, ha dichiarato in una nota Claudia Salvestrini, direttrice generale del consorzio nazionale dei rifiuti in polietilene PolieCo. “Continuare a posticipare una misura che avrebbe dovuto incentivare la riduzione dell’uso di plastica vergine e sostenere un mercato più responsabile rischia di sottrarre tempo prezioso alla transizione ecologica.”

Dalla leva fiscale sono esentati gli imballaggi compostabili, quelli adibiti a contenere e proteggere medicinali e le plastiche riciclate: quei materiali considerati più sostenibili e che incentivano il riutilizzo delle risorse. L’Italia conta una delle filiere del riciclo più attrezzate ed efficienti d’Europa − il tasso di riciclo della plastica nel 2024 ha superato per la prima volta il 50% − ma oggi molte plastiche soffrono la crescente concorrenza di materiale vergine e riciclato di dubbia qualità proveniente dall’Oriente. I prezzi delle plastiche vergine sono così bassi anche perché non incorporano le esternalità ambientali negative, costi che la Plastic Tax internalizzerebbe e che renderebbero competitivo il materiale riciclato.

Secondo Salvestrini, l’imposta rappresenterebbe un volàno per il riciclo, determinando un aumento significativo della domanda di plastica riciclata di ottima qualità. “Se davvero il governo vuole aiutare i riciclatori, la strada è quella di aumentare la richiesta di plastica riciclata”, spiega.

Chi spinge per la cancellazione della tassa

Non tutti però la pensano così. In un comunicato, ASSOBIBE, l’Associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche in Italia, accoglie invece il rinvio del governo e afferma di lavorare con l'obiettivo alla cancellazione definitiva di imposte “considerate penalizzanti per gli investimenti nel paese”.

Secondo il presidente di ASSOBIBE Giangiacomo Pierini, la misura fu introdotta nel 2019 in un contesto economico molto diverso da quello attuale. “La Plastic Tax rappresenta un aggravio non sostenibile che colpirebbe consumatori e imprese in una fase in cui il Governo punta a sostenere famiglie e aziende per favorire la crescita”, ha dichiarato Pierini in una nota.

Anche Unionplast (Unione nazionale dei trasformatori di plastica) e l’industria alimentare italiana spingono per la cancellazione della norma, che a ottobre il presidente di Federalimentare Mascarino aveva definito una “tassa ingiusta e illiberale”.

 

In copertina: foto di Engin Akyurt, Unsplash