Alla fine di novembre 2025, mentre a Belém si chiudeva la COP30 dei negoziati ONU sul clima, la delegazione più vistosamente assente era quella degli Stati Uniti, ormai in uscita formale dall’Accordo di Parigi dal gennaio successivo. Il testo finale della conferenza è arrivato senza alcun riferimento vincolante all’abbandono dei combustibili fossili per il secondo anno successivo: è un’istantanea evidente di una trasformazione più ampia.

Il ridimensionamento dell’impegno statunitense nei confronti di 66 strumenti multilaterali dedicati al clima, allo sviluppo sostenibile e alla cooperazione internazionale sta modificando gli equilibri della transizione ecologica globale. Non si tratta soltanto di una questione finanziaria, ma di un cambiamento politico più profondo: quando una grande potenza riduce la propria partecipazione ai meccanismi condivisi, l’intero sistema perde prevedibilità, coordinamento e capacità di azione collettiva.

Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti

Il tragitto del ritiro statunitense inizia il 20 gennaio 2025, il giorno stesso del secondo insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, quando gli Stati Uniti escono dall’Accordo di Parigi per la seconda volta in otto anni. Poi, a marzo 2025, Washington si ritira dal Fondo per le perdite e i danni (pensato per assistere economicamente i paesi in via di sviluppo che subiscono danni ingenti a causa degli effetti negativi dei cambiamenti climatici estremi) e cancella gli impegni finanziari addossati tramite la Just Energy Transition Partnership con Sudafrica, Indonesia e Vietnam, a cui spettavano più di un miliardo di dollari l’uno. All’inizio di gennaio 2026 l’amministrazione statunitense ha poi annunciato l’uscita dalla United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) e dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), del quale coprivano circa il 30% di tutti i finanziamenti, insieme ad altre organizzazioni internazionali tra cui l’Agenzia internazionale per le rinnovabili (IRENA).

Il progressivo allontanamento degli USA da questi strumenti segnala una discontinuità rispetto alla tradizionale funzione statunitense di guida dell’ordine multilaterale occidentale. Washington sembra privilegiare sempre più accordi selettivi, logiche bilaterali e interessi nazionali immediati, riducendo il peso della cooperazione strutturata su clima e sviluppo.

La Cina e la diplomazia della transizione

Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti non resta privo di conseguenze. Al contrario, viene progressivamente occupato da altri attori globali, tra cui la Cina. Pechino sta intensificando i propri rapporti economici e diplomatici con l’Africa, con l’Asia e anche con l’Europa, muovendosi con crescente abilità nei settori legati alla transizione energetica, alle infrastrutture, alle tecnologie verdi e alle catene produttive strategiche.

I numeri indicano la portata del fenomeno: nel 2024 la Cina ha investito oltre 625 miliardi di dollari in energia pulita, quasi un terzo del totale mondiale di 2.033 miliardi, e un terzo della crescita del PIL cinese nel 2025 deriva dalle tecnologie pulite.

Per quanto riguarda l’approccio globale, il modello cinese è diverso da quello occidentale tradizionale. Non si fonda principalmente sulla promozione di regole multilaterali astratte, ma su investimenti, relazioni bilaterali, infrastrutture, filiere industriali e partenariati economici di lungo periodo. Pur perseguendo i propri interessi strategici, la Cina si presenta sempre più come un interlocutore stabile, capace di offrire continuità proprio mentre altri attori sembrano ritirarsi.

Questa dinamica merita una lettura non ideologica. La proiezione internazionale di Pechino, infatti, non è unicamente verde: nel 2025 gli investimenti e i contratti energetici della Belt and Road Initiative (BRI) si sono orientati soprattutto verso i combustibili fossili: oltre 71 miliardi di dollari tra contratti petroliferi e gas, contro i 18 destinati alla generazione energetica da fonti rinnovabili. Anche sul fronte della finanza climatica verso i paesi in via di sviluppo, il contributo cinese resta moderato se confrontato con l’investimento interno: circa 24,5 miliardi di dollari complessivi dal 2016.

La Cina non sostituisce semplicemente gli Stati Uniti, né rappresenta automaticamente un modello alternativo privo di criticità. Tuttavia, è evidente che la sua crescente proiezione internazionale stia contribuendo a ridefinire gli equilibri della sostenibilità globale. In un momento in cui gli USA appaiono sempre più concentrati su sé stessi, Pechino rafforza la propria presenza nei luoghi dove si costruiscono le infrastrutture della transizione.

L’Unione Europea come potenza regolatrice

Anche l’Unione Europea si trova davanti a una responsabilità crescente. A differenza della Cina, l’Europa esercita la propria influenza soprattutto attraverso le regole. Uno dei casi più concreti è il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), che prevede una tassa sul carbonio per i prodotti importati dai paesi extra UE, entrato in vigore il 1° gennaio 2026.

Questo esempio dimostra che chi vuole accedere al mercato europeo deve progressivamente confrontarsi con standard ambientali più stringenti: è una forma di leadership che in questo caso non passa dalla capacità finanziaria industriale, ma dalla dimensione del mercato stesso, capace di orientare comportamenti globali. In questo senso, l’Europa può diventare un punto di equilibrio tra la frammentazione statunitense e la strategia industriale cinese.

Il rischio, però, è che la sostenibilità diventi soltanto un terreno di competizione tra grandi potenze che, in questo caso, finisca per svuotare quella leadership normativa su cui l’Europa ha costruito il proprio ruolo internazionale. Dall’altra parte, se le regole europee non saranno accompagnate da cooperazione, trasferimento tecnologico e strumenti finanziari adeguati, potrebbero trasformarsi in barriere difficili da sostenere per i paesi più fragili.

Una governance più frammentata

La nuova geografia della sostenibilità non è quindi lineare. Gli Stati Uniti conservano un ruolo decisivo nell’innovazione, nella ricerca e nella finanza privata, ma il loro orientamento politico appare meno stabile. La Cina rafforza la propria influenza attraverso investimenti e diplomazia economica, pur con le ambiguità già citate. L’Unione Europea prova a guidare attraverso standard e regolazione.

Ne emerge una governance climatica multipolare, più complessa e meno prevedibile. Il problema principale non è soltanto chi finanzierà la transizione, ma chi sarà in grado di coordinarla. Senza un quadro condiviso, la sostenibilità rischia di trasformarsi in un insieme di strategie concorrenti, ciascuna legata agli interessi geopolitici dei singoli attori.

Oltre il ritiro statunitense

La vera questione non è sostituire la leadership statunitense con quella cinese o europea, ma riguarda il costruire una governance internazionale capace di reggere anche quando una grande potenza cambia orientamento politico. La transizione ecologica non può dipendere dalle oscillazioni elettorali di un singolo paese, né da accordi occasionali privi di una visione sistemica.

Il ritiro statunitense apre dunque una fase delicata. Può produrre frammentazione, competizione e incertezza. Ma può anche spingere il mondo a immaginare una governance della sostenibilità meno dipendente da un unico centro di potere e più fondata su responsabilità condivise.

In questo scenario, Cina ed Europa avranno un ruolo crescente. Ma la vera prova sarà capire se la sostenibilità diventerà un nuovo campo di rivalità geopolitica oppure il terreno su cui ricostruire una cooperazione internazionale più matura, stabile e realmente globale.

 

In copertina: foto di SIPA USA/Agenzia IPA