Tre ore di conferenza stampa, quaranta domande. Giorgia Meloni ha scelto la tradizionale conferenza di inizio anno per commentare gli ultimi strappi dell’alleato statunitense in politica estera, illustrare la posizione del governo sui fronti più caldi delle guerre in corso e per definire la nuova strategia italiana sulle politiche ambientali europee. Un cambio di passo che la premier ha descritto come il passaggio da un "approccio ideologico" a uno "pragmatico", rivendicando i primi risultati di una battaglia diplomatica cominciata mesi fa e ancora tutta da giocare. A essere preso di mira non un solo provvedimento europeo ma l’intero Green Deal.

Ecco le testuali parole della presidente del Consiglio: “Sul tema del Green Deal abbiamo ottenuto dei risultati molto importanti. Spero che l'Italia possa fare di più e ambisco a fare una cosa simile a quella che abbiamo fatto sulla migrazione”. E il parallelo non è casuale: negli ultimi tre anni, ha ricordato la premier, “la linea europea sulla migrazione è stata completamente ribaltata. Ora l'obiettivo è replicare quel successo sul fronte della transizione ecologica”.

Si procede per costruzione di alleanze, un risultato che Meloni ha rivendicato: durante la ministeriale dell'ambiente del Consiglio europeo sulla definizione dei nuovi target intermedi, l'Italia ha “messo insieme dieci paesi nell’Unione Europea che erano d'accordo, like-minded, con noi e che sono arrivati a un passo dal costituire una minoranza di blocco”.

Quel gruppo, ha aggiunto Meloni, “in ogni caso ci ha messo nella condizione di portare a casa molte delle rivendicazioni che tutti i paesi avevano, comprese le nostre”. Un “gruppo di lavoro che sto cercando di stabilizzare, che secondo me può crescere sulle materie legate alla transizione verde per ottenere un approccio più pragmatico e meno ideologico, perché poi, purtroppo, si sta dimostrando che l'approccio era un po' ideologico, atteso che stiamo tornando indietro su molte delle scelte fatte negli anni passati”.

La crisi dell’automotive come banco di prova

Il settore automobilistico è diventato il caso emblematico per sostenere questa tesi. "Sull'automotive, i problemi sono figli soprattutto di scelte che io ho contestato a livello soprattutto europeo e che anzi lavoro per correggere e che anche grazie all'impegno italiano si cominciano a correggere", ha affermato la premier, aggiungendo: "Sì, c'è un problema, ma se fosse stato per noi quel problema sarebbe sicuramente mitigato rispetto a quello che vediamo". Insomma, squadra che vince, secondo la premier, non si cambia, anzi si rafforza.

Meloni ha accennato anche a una riflessione che va oltre le politiche industriali: "Possiamo discutere anche del tema culturale: […] siamo stati cresciuti in un mondo nel quale l'auto era il principale strumento che definiva lo status symbol delle persone, per i giovani oggi non è più così, quindi ci sono varie questioni che vanno considerate". Tuttavia, ha concluso, "sicuramente i provvedimenti che sono stati assunti, particolarmente nell'ambito del Green Deal sulle auto, hanno contribuito a una parte significativa di queste crisi industriali".

Una lettura che colloca la responsabilità della crisi principalmente a livello europeo, minimizzando altri fattori come i ritardi strutturali dell'industria automobilistica europea rispetto alla concorrenza asiatica o la lentezza nella transizione verso l'elettrico. L'accordo con il Mercosur ha offerto l'occasione per declinare in termini concreti questo "pragmatismo" rivendicato dal governo. E pragmatismo potrebbe proprio essere il vocabolo simbolo di questa conferenza: "Io non ho mai avuto una posizione ideologica sul Mercosur. Ho sempre posto una questione molto pragmatica [ecco, appunto, nda]: il tema non è ‘favorevoli o meno al libero scambio’, ma la strategia europea di regolamentare al suo interno facendo accordi con sistemi che non hanno quella regolamentazione rischia di essere suicida. Io sono per gli accordi commerciali, ma anche per la deregolamentazione, quindi va bene Mercosur […] ma non a scapito delle eccellenze delle nostre produzioni".

Quasi in un passo a due con la conferenza stampa di fine anno, diventata ora di inizio anno, è arrivato il via libera italiano all’accordo Mercosur dopo aver ottenuto "garanzie" da Bruxelles. Il ministro dell'agricoltura Francesco Lollobrigida ha fornito i dettagli tecnici: la soglia del meccanismo di salvaguardia è stata abbassata "dall'8 al 5%" e sono stati ottenuti "il rafforzamento del sistema dei controlli per le merci all'ingresso nell'Unione Europea" e "l'azzeramento dei dazi e degli aggravi di costo per i fertilizzanti previste dal regolamento CBAM", spiegando che le regole ottenute "imporranno una cosa logica: i prodotti in ingresso non possono contenere residui di sostanze vietate per gli agricoltori europei". A sostegno del settore è stato previsto anche "un fondo da 6,3 miliardi di euro per la mitigazione delle potenziali perturbazioni di mercato".

Il Mercosur diventa così un test sulla tenuta del modello europeo: da un lato la necessità di aprire nuovi mercati per l'industria, dall'altro la difesa degli standard ambientali e produttivi conquistati negli anni. La reciprocità invocata dal governo italiano potrebbe rappresentare un elemento di garanzia, ma la sua applicazione concreta sarà determinante per capire se si tratta di un reale meccanismo di protezione o di una formula di compromesso destinata a restare sulla carta.

L'Artico: strategia per il clima (e la geopolitica)

Trump, Venezuela (con l’attesa da un momento all’altra della liberazione anche di Alberto Trentini), Groenlandia, Ucraina, Gaza: i temi caldi – in certi casi caldissimi – sono stati toccati tutti. Non sempre le risposte alle domande dei cronisti sono state puntuali, ma difficilmente sono mancate battute e colorite mimiche facciali, in uno stile al quale ha ormai abituato il dibattito. Tra gli annunci della conferenza stampa, uno ha una rilevanza particolare per le politiche ambientali e climatiche: "Entro la fine di questo mese il Ministero degli affari esteri presenterà una strategia italiana sull'Artico, perché anche noi capiamo quanto sia strategico e importante oggi occuparsi di questa area del mondo e stiamo facendo la nostra parte".

Gli obiettivi dichiarati sono quattro: "Preservare l'area artica come zona di pace e di cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, aiutare le aziende italiane che volessero investire anche in questa realtà" e, significativamente, "favorire la ricerca in un territorio che per noi è particolarmente strategico soprattutto per studiare il tema del cambiamento climatico".

Quella stessa ricerca sui cambiamenti climatici dalla quale l’alleato e amico Donald Trump proprio in queste ore ha sfilato i suoi ricercatori e la sua diplomazia. E su questo Meloni ha risposto (mostrando qualche segno di insofferenza): “Su molte cose non sono d’accordo con lui, il diritto internazionale va difeso”. Aggiungendo: “Quando non sono d’accordo lo dico, ma lo dico a lui”. La strategia sull'Artico si inserisce in un contesto geopolitico complesso, segnato dalle dichiarazioni del presidente USA sulla Groenlandia. Meloni ha definito la posizione statunitense come un segnale che "non accetteranno ingerenze eccessive di altri attori stranieri in un'area così strategica per la loro sicurezza e per i loro interessi", proponendo una maggiore "presenza seria e significativa dell'Alleanza atlantica nell'Artico".

L'aspetto climatico, per quanto citato, sembra inserirsi in una cornice prevalentemente di sicurezza e interessi economici. Resta da vedere quanto spazio troverà effettivamente la ricerca sul cambiamento climatico nella strategia che il ministro Tajani presenterà nelle prossime settimane. Sempre sul fronte estero, capitolo Ucraina: per ora, secondo la presidente del Consiglio, non c’è spazio per la Russia nel G7, così come è arrivato il momento che “l’Europa parli con la Russia”, ipotizzando la necessità di un inviato europeo ad hoc sulla questione.

Energia: l'annuncio senza dettagli

Sul fronte energetico, Meloni ha indicato l'abbassamento dei prezzi dell'energia come una delle "tre cose" fondamentali per favorire la crescita, insieme al sostegno all'occupazione e agli investimenti. Il governo sta lavorando a "un provvedimento per abbassare prezzi in uno dei prossimi CDM", ma nella conferenza stampa non sono emersi dettagli sulle misure previste.

La premier ha citato come "modello per favorire gli investimenti" la ZES unica del Mezzogiorno, indicandola come riferimento "per tutto il territorio nazionale". Sul versante abitativo, è stato annunciato un Piano casa che punta a "mettere a disposizione 100.000 nuovi appartamenti, case, a prezzi calmierati ragionevolmente nei prossimi dieci anni al netto delle case popolari".

Si lavorerà con “corpi intermedi” quali Confindustria. Il che fa pensare chiaramente a un forte intervento dei privati. Tra le ipotesi circolate in questi giorni è che si voglia strutturare un intervento normativo in modo da riservare una quota di alloggi popolari nei permessi a costruire. Niente di scritto per ora, vedremo le bozze che circoleranno.

Pragmatismo o rallentamento?

Il cambio di passo annunciato da Meloni solleva interrogativi di fondo sul futuro delle politiche climatiche e ambientali europee. Il "pragmatismo" invocato può essere letto in due modi opposti: come un necessario aggiustamento di politiche troppo rigide o poco attente alle ricadute industriali e sociali, oppure come una strategia di rallentamento mascherata da realismo. La costruzione del blocco dei dieci paesi "like-minded" rappresenta un tentativo esplicito di modificare dall'interno il consenso europeo sulle politiche di transizione.

Nelle prossime settimane, la presentazione della strategia sull'Artico e l'evoluzione del confronto europeo sui target climatici intermedi offriranno elementi più concreti per valutare la portata effettiva di questo cambio di rotta. Ciò che è certo è che l'Italia ha scelto di giocare un ruolo attivo nel ridefinire il perimetro delle politiche ambientali europee, puntando a una revisione che trova consensi crescenti in diversi stati membri ma che rischia di allontanare gli obiettivi climatici fissati per il 2030 e il 2050.

La partita è aperta e il suo esito dipenderà dalla capacità di trovare un equilibrio tra la legittima tutela degli interessi industriali e occupazionali e la necessità non negoziabile di contrastare il cambiamento climatico. Un equilibrio che sembra inevitabilmente sbilanciato sulla prima componente.

 

In copertina: Giorgia Meloni nell'Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati alla conferenza stampa organizzata dal Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti in collaborazione con l’Associazione stampa parlamentare © Palazzo Chigi