Nel luglio del 2023 il vento ha attraversato il Parco del Ticino con una violenza insolita persino per un ecosistema abituato alle piene, alle erosioni e ai cicli della natura fluviale. Raffiche superiori ai 100 chilometri orari hanno abbattuto in poche ore migliaia di alberi anche nell’area dell’Isola dell’Ochetta (chiamata così per la sua forma che ricorda un’oca), nel comune di Cassolnovo, in provincia di Pavia, devastando uno dei boschi igrofili più preziosi della Bassa Valle del Ticino. Ontani, pioppi, querce e farnie si sono schiantati al suolo, lasciando un paesaggio frammentato ed ecosistemi più vulnerabili. Ma, oltre alla caduta e allo sradicamento di alberi, tra le conseguenze di quell’evento figurano anche la diffusione di specie invasive, la perdita di habitat e la riduzione della biodiversità del luogo.
A quasi tre anni da quell’evento, paragonato a una sorta di “tempesta Vaia del Ticino”, è entrato in una nuova fase il primo progetto di riforestazione nel Parco del Ticino promosso da Microsoft Italia e realizzato con il supporto tecnico-scientifico di Rete Clima, ente tecnico non profit attivo in progetti di sostenibilità e di decarbonizzazione. Si è infatti concluso il primo step operativo: la messa a dimora delle piante. Ma è proprio adesso che inizia il lavoro più delicato: accompagnare il bosco nella sua lenta ricostruzione ecologica. Materia Rinnovabile è andata sul posto per vederne di persona l’evoluzione.
L’impegno di Microsoft e Rete Clima nel Parco del Ticino
Il progetto nasce nell’ambito delle attività di “compensazione ecologica” legate al consumo di suolo per la costruzione dei datacenter della prima cloud region Microsoft in Italia, inserendosi in un quadro più ampio di ripristino del capitale naturale e di rigenerazione territoriale. “Con Microsoft realizziamo un progetto di riforestazione basato su solide basi tecniche e scientifiche, capace di riportare biodiversità e resilienza in un’area colpita da eventi meteorologici estremi, proseguendo nel percorso tracciato dalla nostra campagna Foresta Italia”, ci spiega Paolo Viganò, founder di Rete Clima.
“Rigenerare la foresta dell’Isola dell’Ochetta è molto più di un intervento ambientale: è un impegno verso le persone e il territorio”, ha commentato Robert Zielonka, community affairs manager di Microsoft Italia. “Vogliamo che questa iniziativa diventi un’occasione di collaborazione e partecipazione, coinvolgendo anche i dipendenti di Microsoft Italia in attività che contribuiscono a rendere i territori dove lavoriamo e abitiamo più sostenibili e accoglienti.”
E infatti, aggiunge Viganò, “gli obblighi di Microsoft riguardavano 11,7 ettari di riforestazione, ma l’azienda ha voluto andare oltre gli obblighi, arrivando a 12,96 ettari realmente riforestati, con poco meno di 6.000 piante messe a dimora”, tra querce, pioppi, carpini, aceri campestri, noccioli e biancospini.
Il bosco dopo la tempesta
Le attività sul campo sono state coordinate dallo studio Terra Viva. “Per prima cosa abbiamo dovuto sgomberare – anzi, stiamo ancora sgomberando – l’area dagli schianti avvenuti”, ci spiega il titolare, Gabriele Sguazzini, mostrandoci grosse cataste di tronchi e cumuli di cippato ammassati ai lati del sentiero, materiale destinato a essere recuperato all’interno della filiera della biomassa.
La distruzione quasi totale della copertura arborea locale aveva creato le condizioni ideali per la diffusione di specie invasive, come robinia, ailanto e fitolaca. In assenza di interventi si sarebbe rischiata una progressiva banalizzazione dell’ecosistema: molte piante, ma appartenenti a poche specie, incapaci di restituire la complessità ecologica originaria del bosco tipico del Parco Ticino. Come la robinia, una pianta agile e bella da vedere, ma aliena e che si espande rapidamente, andando a soffocare il bosco autoctono di quercia. “Ciò che noi cerchiamo di fare con questo progetto è precedere la colonizzazione spontanea di specie pioniere invasive con una riforestazione di specie autoctone porta-seme”, ci spiega Viganò.
Il progetto punta quindi a ricostruire gradualmente il querceto originario attraverso un mosaico di specie differenti, organizzato in gruppi arborei e arbustivi pensati per favorire la successione ecologica naturale. Un approccio che guarda al bosco non come a un insieme uniforme di alberi ma come a un organismo complesso, fatto di spazi differenti, nicchie ecologiche complementari e anche di età diverse.
“Un aspetto poco considerato della biodiversità è spesso quello cronologico”, ci spiega infatti Sguazzini, perché alberi di età differenti, oltre ad avere forme, volumi e altezze diverse, offrono anche diverse nicchie ecologiche agli uccelli in cerca di nido o agli animali in cerca di una tana.
La tempesta ha quindi modificato anche il rapporto tra flora e fauna. Le ampie aperture create dagli schianti, per esempio, hanno favorito la presenza di ungulati, in particolare caprioli, che, da una parte, portano con sé anche l’arrivo dei propri predatori naturali, i lupi, e, dall’altra, costituiscono un pericolo per le giovani piantine messe a dimora, perché se ne cibano. Una dinamica che rende evidente quanto la rigenerazione forestale non sia mai un semplice processo di piantumazione, ma un delicato lavoro di ricostruzione ecologica.
La rigenerazione del bosco, però, seguirà tempi incompatibili con la velocità a cui gli eventi climatici estremi stanno trasformando il territorio. “Riusciremo a vedere una copertura di un certo rilievo a partire dal decimo/quindicesimo anno”, ci spiega Sguazzini. “Ma si tratta comunque di una fase iniziale, considerato che parliamo di boschi di almeno cento anni.”
Il monitoraggio dal satellite e il ruolo della cittadinanza
Conclusa la fase di impianto, il progetto entra ora nella dimensione più tecnica e continuativa: manutenzione, irrigazione, sfalcio e monitoraggio ecologico pluriennale. Un’attività che verrà seguita sia con sopralluoghi in campo sia attraverso Forest Hub, la piattaforma sviluppata da Rete Clima per integrare dati satellitari, osservazioni ecologiche e contributi della cittadinanza. “Attraverso la nostra piattaforma il cittadino può condividere le informazioni che ha con un’intelligenza artificiale che poi trarrà da queste banche dati un'informazione da confrontare con i dati satellitari”, sottolinea Viganò.
Gli agronomi di Rete Clima, Francesco Patriarca e Diego Scaglia, impegnati nelle azioni di monitoraggio forestale, hanno meglio illustrato il funzionamento della piattaforma satellitare, spiegando che i satelliti dell’ESA (Agenzia spaziale europea) raccolgono quotidianamente immagini del territorio restituendo informazioni sulla fotosintesi e sulla copertura forestale. Tuttavia, il dato satellitare da solo non basta. “Il satellite, per esempio, non distingue se il bosco che mi sta mostrando sta bene o male, se è composto da specie autoctone o invasive. Tramite la piattaforma posso vedere quanta fotosintesi stanno facendo le piante: se ne fanno poca, capisco che la foresta è in sofferenza, ma non capisco il motivo.”
Per questo diventano centrali i sopralluoghi e la presenza diretta dei tecnici di Rete Clima sul campo, ma anche i contributi “non tecnici” di Citizen Science, cioè la forma di partecipazione attiva della cittadinanza alla raccolta di semplici dati di presenza di specie e della loro abbondanza sul territorio. Una semplice fotografia caricata da un cittadino sulle piattaforme di Citizen Science durante una passeggiata può segnalare, ad esempio, la comparsa di una specie invasiva in un punto specifico del bosco.
È un modello che unisce ecologia forestale, tecnologia e partecipazione diffusa: un tentativo di trasformare la cura del territorio in una pratica collettiva e continuativa. Perché la riforestazione non è solo il gesto iniziale della piantagione, ma a un patto di lunga durata tra alberi, persone, ecosistemi e paesaggio.
In copertina: foto di Rete Clima
