
Gli approfondimenti giornalistici sulla crisi climatica e sulle sue conseguenze ambientali hanno spesso messo in secondo piano le trasformazioni nell’uso del suolo e i suoi effetti sugli spostamenti della fauna selvatica. Questa lacuna è al centro di Roam: wild animals and the race to repair our fractured world (Patagonia, 2025), un libro della giornalista scientifica Hillary Rosner, pubblicato da Patagonia negli Stati Uniti alla fine del 2025. Rosner ha scritto reportage su tematiche ambientali per riviste e quotidiani statunitensi e internazionali e ha insegnato giornalismo ambientale all’Università del Colorado.
L’autrice ha viaggiato negli Stati Uniti, così come in America Centrale, Europa e Africa Orientale, per documentare come la frammentazione degli habitat e le infrastrutture umane interferiscano con i modelli di spostamento degli animali selvatici, movimenti che sono alla base di processi ecologici cruciali. Nel corso del libro, l’autrice mette in discussione la visione del mondo antropocentrica e invita a guardare la realtà da prospettive diverse, concentrandosi sulle creature la cui sopravvivenza è minacciata dalla limitazione della libertà di movimento.
Gli animali selvatici hanno bisogno di muoversi − per nutrirsi, per le migrazioni stagionali e la dispersione − ma si ritrovano sempre più a vivere in un mondo modificato dall’uomo. Circa il 40% della superficie del pianeta è stato convertito all’agricoltura, mentre le città continuano a espandersi, cresciute di quasi l’80% negli ultimi tre decenni. Parallelamente sono aumentate anche le infrastrutture umane. Secondo il sito Energy Monitor, nel solo 2023 sono stati investiti circa 3.500 miliardi di dollari in progetti di costruzione stradale, che frammentano i paesaggi in porzioni sempre più piccole. Le strade hanno un impatto diretto sulla fauna selvatica: studi scientifici stimano che circa 100 milioni di grandi mammiferi vengano investiti e uccisi ogni anno dai mezzi di trasporto. Questo numero esclude tutte le altre specie, sottolineando come le strade diventino spesso delle barriere letali nei paesaggi naturali.
La notevole crescita delle infrastrutture umane ha portato a una diffusa perdita di connettività, un concetto che è al centro del libro. “Definisco la connettività come il movimento delle specie e il flusso dei processi naturali che sostengono la vita sulla Terra”, spiega Rosner a Materia Rinnovabile. “La connettività assume diverse forme. Quella lineare si riferisce alla necessità di creare nuovi collegamenti tra paesaggi isolati, consentendo agli animali di spostarsi. La connettività funzionale si concentra su come riparare gli ecosistemi affinché i processi essenziali continuino a funzionare e i sistemi naturali possano evolversi”. Insieme, queste idee costituiscono il concetto di connettività ecologica, che l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) definisce come “il movimento senza ostacoli delle specie e il flusso dei processi naturali che sostengono la vita sulla Terra”.
Rosner ha scelto di recarsi anche in Italia per raccontare gli sforzi volti a ripristinare la connettività ecologica e permettere il movimento della fauna selvatica. Ha visitato l’Abruzzo, dove opera l’organizzazione Rewilding Apennines, che promuove l’approccio del rewilding basato su tre elementi chiave: grandi aree protette, corridoi ecologici che le collegano e la presenza di predatori come lupi e orsi che contribuiscono a regolare l’intero ecosistema. La regione ospita anche l’orso bruno marsicano, una rara sottospecie di cui restano soltanto circa 60 individui.
“In Abruzzo, Rewilding Apennines è impegnata a salvaguardare le specie minacciate e a ripristinare gli ecosistemi”, racconta Rosner. “Mi sono unita a giovani volontari per individuare e coprire pozzi scoperti nel terreno e rimuovere vecchie recinzioni. Possono sembrare piccole azioni ma nel complesso fanno la differenza. Con una popolazione di orsi così ridotta, ogni singolo intervento conta. In Abruzzo, dove i paesi sono sparsi e la popolazione è in calo, parte dei residenti si dimostra a volte ostile verso gli animali selvatici. Per questo sono importanti anche iniziative culturali e sociali per sensibilizzare i residenti alla convivenza con la fauna.”
I conflitti tra comunità locali e fauna selvatica sono presenti anche in altre parti d’Italia, come in Trentino dove gli orsi bruni sono stati reintrodotti più di vent’anni fa. “In Trentino ho incontrato la professoressa Francesca Cagnacci, che insieme ad altri ricercatori sta conducendo uno studio sugli spostamenti degli orsi in relazione alla presenza umana”, spiega Rosner. “Stanno combinando i dati provenienti dai radiocollari GPS applicati agli animali con i dati dell’app Strava che tracciano le persone che fanno trekking, ciclismo e altre attività lungo i sentieri. L’obiettivo è studiare quello che viene definito il disturbo funzionale umano, ovvero come la presenza delle persone influenzi il comportamento degli orsi. I ricercatori hanno scoperto che gli orsi tendono a preferire terreni ripidi e foreste fitte, evitando le aree con un’elevata densità di persone. Comprendere questi modelli di movimento è fondamentale, perché la connettività non riguarda solo le barriere fisiche: anche una frequente presenza umana sui sentieri può rappresentare una barriera al movimento della fauna selvatica.”
Gli sposamenti degli animali vengono influenzati dalla presenza umana, che può generare stress e conflitti. A prima vista, parchi naturali e aree protette potrebbero sembrare dei rifugi ideali e sicuri per la fauna selvatica. Le aree protette coprono circa il 15% della superficie terrestre; tuttavia, meno della metà di queste aree è ecologicamente connessa, e molte sono troppo piccole per sostenere le specie che vi abitano. “Gli animali hanno bisogno di muoversi oltre le aree protette, è una tendenza che ho osservato in tutti i miei reportage, dalla Costa Rica al Kenya fino all’Italia”, sottolinea l’autrice. “Molti ricercatori hanno dimostrato un legame diretto tra la dimensione di una riserva e la stabilità a lungo termine delle specie che ci vivono, evidenziando l’importanza dei collegamenti tra le aree protette e quelle circostanti. L’aumento della frammentazione crea più ‘margini’ e divide gli ecosistemi, alterandone la biodiversità.”
“Nelle aree protette troppo piccole per soddisfare le esigenze di alcune specie possono avvenire dei processi di defaunazione”, aggiunge l’autrice. “Tendiamo a concentrarci sull’estinzione, quando una specie scompare del tutto, ma la defaunazione è altrettanto importante. Descrive il declino graduale delle popolazioni di animali quando le condizioni non sono più in grado di sostenerle, fino al punto in cui si riducono o non sono più capaci di svolgere le loro funzioni ecologiche.”
Un concetto chiave è quello di matrice, definita dagli scienziati come il paesaggio esterno alle aree protette che gli animali devono attraversare per spostarsi da una riserva all’altra. La matrice può includere terreni agricoli, paesi e strade, e svolge un ruolo cruciale nel movimento e nella sopravvivenza della fauna selvatica che vive all’interno delle aree protette.
“Ho visitato il Parco nazionale Corcovado in Costa Rica, uno dei luoghi con la maggiore biodiversità al mondo”, racconta Rosner. “Tuttavia, il parco è troppo piccolo per soddisfare pienamente le esigenze delle specie che vi abitano. Per garantirne la sopravvivenza, il territorio al di fuori del parco deve diventare più favorevole alla fauna selvatica. I guardaparco stanno coinvolgendo le comunità locali nella creazione di corridoi ecologici e nella piantumazione di alberi autoctoni, avendo compreso che una conservazione efficace può funzionare solo se viene realizzata insieme alle comunità.”
Coinvolgere le comunità locali è essenziale per sviluppare iniziative che favoriscano la coesistenza tra fauna selvatica e persone, generando nel mentre benefici ecologici. Allo stesso tempo, dare priorità alla connettività può ridefinire la nostra comprensione della conservazione stessa. “Gary Tabor, fondatore del Centre for Large Landscape Conservation con sede negli Stati Uniti, mi ha spiegato la connettività attraverso una metafora”, conclude Rosner. “La connettività rappresenta il sistema circolatorio della natura, e finora non siamo stati capaci di tutelarlo. Ci siamo concentrati sul cuore e sui polmoni, le aree del pianeta protette dallo sviluppo, ma questi luoghi non possono sopravvivere se non salvaguardiamo anche il sistema circolatorio.”
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In copertina: foto di Emmanuel Munoz, Unsplash
