Nel silenzio umido delle foreste tropicali del Borneo, tra alberi millenari e biodiversità fragile, si è costruita una delle più straordinarie storie della scienza contemporanea. È qui che Biruté Mary Galdikas ha dedicato oltre mezzo secolo della sua vita allo studio degli oranghi, trasformando un’intuizione scientifica in una missione globale di conservazione.
Galdikas è morta il 24 marzo 2026 a 79 anni, lasciando un’eredità che attraversa ricerca, attivismo e divulgazione. La sua traiettoria si inserisce nel disegno visionario del paleoantropologo Louis Leakey, che negli anni Sessanta affidò a tre giovani studiose (poi conosciute anche come “Trimates”) il compito di osservare i grandi primati nei loro habitat naturali: Jane Goodall in Tanzania, Dian Fossey tra Congo e Ruanda, e Galdikas nel Sud-Est asiatico.
Quando nel 1971 arrivò nella riserva di Tanjung Puting, non esistevano strade, elettricità o infrastrutture. Gli oranghi erano considerati troppo schivi per essere studiati. Eppure Galdikas riuscì a costruire Camp Leakey, una base scientifica destinata a diventare uno dei più longevi osservatori sul comportamento animale mai realizzati.
La scienza che svela e protegge
Nel corso di oltre cinquant’anni di ricerca continuativa, Galdikas ha prodotto dati fondamentali per la comprensione degli oranghi e degli ecosistemi tropicali. Tra i risultati più rilevanti, l’identificazione di un intervallo medio tra le nascite pari a 7,7 anni, il più lungo tra i mammiferi terrestri, e la catalogazione di oltre 400 tipi di alimenti consumati dalla specie, dando un importante contributo allo studio della biodiversità tropicale. Gli oranghi, infatti, sono specie chiave per la rigenerazione delle foreste, contribuendo alla dispersione dei semi e al mantenimento della biodiversità.
Ma questi dati raccontano anche la complessità di un equilibrio ecologico estremamente delicato. La sopravvivenza degli oranghi, ancora oggi minacciata, è strettamente legata alla salute degli ecosistemi tropicali: la distruzione delle foreste pluviali, accelerata dall’espansione delle piantagioni industriali e dallo sfruttamento delle risorse, erodeva già rapidamente l’habitat naturale. Oggi, meno di poche decine di migliaia di oranghi sopravvivono in natura, con prospettive di estinzione entro i prossimi vent’anni al di fuori delle aree protette.
Dalla conoscenza all’azione globale
Galdikas comprese presto che osservare non bastava. Nel 1986, fondò Orangutan Foundation International, un'organizzazione non profit dedita alla conservazione degli oranghi selvatici in via di estinzione e alla protezione del loro habitat di foresta pluviale nel Borneo e a Sumatra, dando forma a un modello di conservazione che integra ricerca scientifica, riabilitazione degli animali e protezione degli habitat. Migliaia di oranghi orfani, vittime della deforestazione e del traffico illegale, sono stati salvati grazie ai suoi programmi.
Parallelamente, la scienziata ha contribuito a portare il tema della deforestazione all’attenzione internazionale, evidenziando il legame diretto tra perdita di biodiversità e crisi climatica. Le emissioni derivanti dalla distruzione delle foreste tropicali rappresentano infatti una quota significativa delle emissioni globali di gas serra, mentre la scomparsa degli ecosistemi riduce la capacità del pianeta di assorbire CO₂.
Ma il suo lavoro ha avuto anche una forte dimensione educativa e istituzionale. Come consulente del Ministero delle foreste indonesiano e docente universitaria, Galdikas ha infatti formato nuove generazioni di ricercatrici e ricercatori, contribuendo alla diffusione di competenze scientifiche e alla costruzione di una coscienza ambientale condivisa.
Un’eredità che guarda al futuro
Oggi, mentre il sistema climatico globale affronta pressioni senza precedenti, il lavoro di Galdikas si rivela ancora più attuale e necessario. La sua visione anticipava un paradigma ormai condiviso: la tutela della biodiversità non è solo una questione etica, ma una condizione necessaria per la stabilità economica e ambientale.
Le foreste tropicali, che ospitano oltre il 50% delle specie viventi e assorbono miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, rappresentano uno degli strumenti più efficaci nella lotta al cambiamento climatico. La loro distruzione, al ritmo di milioni di ettari all’anno, compromette irreversibilmente questi equilibri.
La morte di Biruté Galdikas chiude una stagione fondamentale della primatologia. Ma resta una rete viva di ricerca, progetti e comunità locali che continuano a operare sul campo. “Con Biruté Galdikas perdiamo una scienziata straordinaria e una donna che ha saputo trasformare la conoscenza in responsabilità”, ha dichiarato Carla Rocchi, presidente nazionale di ENPA. “Il suo impegno per gli oranghi e per le foreste tropicali è un esempio potente di come la ricerca possa diventare difesa concreta degli animali e degli ecosistemi. A lei dobbiamo non solo nuove conoscenze, ma anche una maggiore consapevolezza del nostro dovere verso il pianeta.”
In copertina: Biruté Galdikas, foto di Simon Fraser University - University Communications, via Wikimedia Commons
