Gli ftalati sono composti chimici ampiamente utilizzati come plastificanti, ovvero come additivi chimici che conferiscono flessibilità alle materie plastiche. Da anni sono stati associati a esiti avversi alla gravidanza, tra cui il parto pretermine. Uno studio pubblicato su Lancet eClinicalMedicine quantifica ora per la prima volta il carico globale dovuto al parto pretermine associato all'esposizione al DEHP (di(2-etilhexil) ftalato) e al DiNP (diisononilftalato). Nel solo 2018 ci sono stati quasi 4 milioni di nascite premature e 138.000 casi di morte neonatale che avrebbero potuto essere evitati se la popolazione non fosse stata esposta a queste sostanze tossiche.

Il 98% di malattie e mortalità causato tramite prodotti plastici

Lo studio, condotto da ricercatori della New York University, ha utilizzato un nuovo modello epidemiologico e la meta-analisi di studi di biomonitoraggio in Europa, Stati Uniti, Canada e nel resto del mondo. A causa dell’esposizione al DEHP, nel 2018 ci sono state 1,9 milioni di nascite premature, corrispondenti all’8,74% del totale globale di nascite premature a livello mondiale. Per lo stesso anno, i ricercatori hanno stimato anche 74.300 decessi di neonati, 6,6 milioni di anni di vita persi (YLL) e 1,2 milioni di anni vissuti con disabilità (YLD). I ricercatori stimano che il 98% di questa morbilità (numero di casi di malattia) e di mortalità siano da attribuire al DEHP associato a prodotti in plastica.

“Le sostanze chimiche utilizzate nella lavorazione delle materie plastiche sono ampiamente diffuse in innumerevoli settori industriali e, come altre esposizioni ambientali, sono state oggetto di crescente attenzione negli ultimi anni a causa di studi epidemiologici che hanno riscontrato associazioni tra l'esposizione ad alcune sostanze chimiche e conseguenze negative per la salute”, spiega a Materia Rinnovabile Sara Hyman, ricercatrice associata presso la NYU Langone Health e autrice corrispondente dell'articolo. “Gli ftalati e altre sostanze chimiche interferenti endocrine possono aumentare il rischio di parto pretermine alterando la funzione placentare attraverso infiammazione, indebolimento dell'adesione placentare, rottura delle membrane e alterazione del trasferimento di nutrienti, ma potrebbero esserci molteplici meccanismi d'azione.”

DiNP, un sostituto del DEHP altrettanto tossico

Riconoscendo gli impatti negativi sulla salute del DEHP, già dal 2018 molti paesi (tra cui l’UE, il Giappone, il Canada, gli Stati Uniti e l’Australia) hanno istituito delle norme che ne limitano l’impiego in alcuni settori produttivi. Tuttavia, le norme sono insufficienti e disomogenee a livello globale e molti produttori hanno semplicemente sostituito il DEHP con composti simili, tra cui il DiNP.

“Quando si scopre che alcune sostanze chimiche sono associate a esiti negativi per la salute, spesso si ricorre a sostanze sostitutive”, spiega Hynes. “Il DiNP è solo uno di questi sostituti del DEHP. Nel nostro modello, abbiamo stimato che il DiNP sia collegato a un numero considerevole di parti pretermine, ma l'incertezza di queste stime è risultata molto maggiore rispetto a quella relativa al DEHP. La nostra analisi suggerisce che a livello globale si sa ancora poco su queste sostanze sostitutive e che sono necessarie ulteriori ricerche.”

Secondo lo studio, nel 2018, ci sono stati 1,88 milioni di nascite premature (corrispondenti all’8,32% di tutte le nascite premature globali), 64.000 morti di neonati, 5,77 milioni di anni di vita persi (YLL) e 1,34 milioni di anni vissuti con disabilità (YLD) dovuti all’esposizione al DiNP.

Costi sanitari, un sussidio all’industria chimica

Il modello epidemiologico usato nello studio offre anche stime specifiche per regione che identificano ampie disparità nel rischio stimato dovuto all’esposizione al DEHP e al DiNP. In particolare, il Medio Oriente, l'Asia meridionale e l'Africa sopportano il carico più elevato di nascite premature associate agli ftalati, sia in termini assoluti che in termini di frazione attribuibile di nascite premature. Questi risultati, dicono gli autori, “sono coerenti con le note aree critiche di produzione e accumulo di rifiuti plastici, dato che sono state documentate elevate emissioni di plastica e un uso diffuso di materiali contenenti DEHP in regioni come l'Africa subsahariana e il Sud-Est asiatico”.

Lo studio ha anche stimato i costi sanitari della morbilità e della mortalità legate ai parti prematuri attribuibili a questi due ftalati, con la stima più alta pari a 781 miliardi di dollari solo nel 2018. A queste stime si aggiungono 3.740 miliardi di dollari di costi legati alla mortalità cardiovascolare attribuibile al DEHP che gli autori avevano calcolato in un precedente studio pubblicato su eBioMedicine nel 2025. Per gli autori, “questi costi ingenti possono essere considerati di fatto un sussidio all'industria chimica, con i costi trasferiti dagli inquinatori ai governi e al pubblico”.

Regolare le classi chimiche, non i singoli composti

Per impedire le cosiddette regrettable substitutions, cioè che un composto tossico (il DEHP) sia sostituito con un altro anch’esso tossico (il DiNP), la comunità scientifica avverte che è necessario regolare le classi chimiche, non i singoli composti.

“Molti paesi hanno introdotto limiti all'uso di sostanze chimiche in determinati settori, come quello degli imballaggi alimentari e dei giocattoli per bambini, ma la regolamentazione è stata frammentaria e specifica per settore”, dice ancora Sara Hyman. “È necessario considerare i rischi degli ftalati come una classe di sostanze (piuttosto che come singole sostanze chimiche) e promuovere la cooperazione tra i governi di tutto il mondo. Una protezione efficace dipende in definitiva da soluzioni più ampie, come normative più rigorose, formulazioni di prodotti più sicure, un'etichettatura più chiara, maggiori investimenti nella ricerca a livello globale e un migliore controllo ambientale.”

Della stessa opinione è Jane Muncke, amministratrice delegata e responsabile scientifica della Food Packaging Forum Foundation, che spiega a Materia Rinnovabile la necessità di migliorare i requisiti di prova per le sostanze chimiche utilizzate intenzionalmente a contatto con gli alimenti, nonché per le miscele di sostanze chimiche che migrano dagli articoli finiti a contatto con gli alimenti, per verificare se le sostanze chimiche contribuiscono alla crescente diffusione di malattie croniche.

“Gli attuali requisiti di prova per stabilire la sicurezza delle sostanze chimiche utilizzate intenzionalmente a contatto con gli alimenti, compresi gli ftalati, non si basano sulle attuali conoscenze scientifiche, ma risalgono agli anni Settanta”, sottolinea Muncke. “Pertanto, è urgentemente necessario un aggiornamento generale della regolamentazione dei materiali a contatto con gli alimenti. Si raccomanda inoltre di vietare l'uso intenzionale di tutti gli ftalati, adottando un approccio di raggruppamento simile a quello utilizzato per i PFAS, al fine di evitare sostituzioni indesiderate. È necessario adottare misure per ridurre la presenza di ftalati come sostanze aggiunte non intenzionalmente in tutti i materiali a contatto con gli alimenti, in particolare quelli con contenuto riciclato.”

Ridurre l’esposizione agli ftalati tramite l’alimentazione

Così come riportato nel database FFCmigex (Database on Migrating and Extractable Food Contact Chemicals) sviluppato dal Food Packaging Forum, a oggi sia il DEHP che il DiNP si trovano in materiali a contatto alimentare, nonostante l’evidenza scientifica della loro capacità di migrare dagli imballaggi agli alimenti, che rende altamente probabile l’esposizione umana a queste sostanze chimiche.

Muncke offre una serie di consigli per ridurre l’esposizione: “La lavorazione contribuisce alla migrazione degli ftalati, quindi consumare meno alimenti trasformati. Preferire cibi fatti in casa cucinati da zero; ridurre il consumo di alimenti confezionati in plastica, soprattutto per cibi oleosi o grassi, in particolare quelli con un contenuto di grassi superiore al 25%. Evitate il contatto di plastica e carta riciclate con gli alimenti, soprattutto quelli contenenti grassi; richiedete imballaggi alimentari più sicuri ai vostri rivenditori e alle marche alimentari. Riducete la plastica in cucina: i bollitori dovrebbero essere realizzati con l'interno in acciaio inossidabile; riducete il contatto di alimenti caldi/oleosi/acidi con plastica e silicone”. E infine: “Evitate di mettere plastica e silicone in lavastoviglie, poiché la chimica caustica dei detersivi per lavastoviglie può attaccare e degradare i polimeri”.

 

In copertina: immagine Envato