L’Italia è il paese europeo che beve più acqua in bottiglia: dal 2007 al 2024 siamo passati da 190 a 257 litri pro capite all’anno. Eppure, disponiamo di una rete idrica capillare, con acqua di altissima qualità e sottoposta a controlli regolari e stringenti. È da questa apparente contraddizione che nasce Imbottigliati. Inchiesta sul mercato dell’acqua minerale che ci sommerge di plastica (Altreconomia, 2026) il nuovo libro del giornalista freelance Luca Martinelli.
Martinelli, che nel 2007 è stato tra i promotori della campagna Imbrocchiamola! per il consumo di acqua di rubinetto nei locali pubblici, ricostruisce come si è affermato un mercato in continua crescita, con pochi grandi gruppi che dominano il settore, concessioni a basso costo e un impiego massiccio di imballaggi in plastica. Come sottolinea Fabio Ciconte nella prefazione, il volume “non è un pamphlet contro l’acqua minerale”, ma un’indagine su una “normalizzazione”: su come un consumo in larga parte superfluo sia diventato ovvio e si intrecci con il linguaggio della sostenibilità. Anche se, spiega Martinelli in questa intervista a Materia Rinnovabile, il libro è soprattutto un modo per osservare il rapporto tra cittadini, infrastrutture e servizi pubblici.
In Italia l’acqua del rubinetto è sicura, controllata, accessibile. Eppure, continuiamo a comprare sempre più acqua minerale. Come spiega questa “normalizzazione del superfluo”, come viene definita nel libro?
Ho provato a rispondere a questa domanda interrogando, nel libro, un professore che si occupa di psicologia dei consumi, Bruno Mazzara dell’Università La Sapienza di Roma. Mi ha aiutato a capire quanto ormai la quasi totalità delle persone sia cresciuta e abbia sempre vissuto dentro la società dei consumi, e quindi con una psicologia impostata sulla possibilità e sull’opportunità di avere accesso a beni materiali e sulla possibilità di un loro ricambio continuo. Dalla stagione del boom economico si è affermata anche in Italia la società dell’usa e getta, importata dal modello statunitense. Così, della bottiglia di acqua minerale si percepisce soltanto il vantaggio immediato: avere un’acqua che si presume qualitativamente superiore a quella del rubinetto, ma per effetto delle strategie di comunicazione. Importa poco che, in realtà, si tratti principalmente di 20 o 25 grammi di plastica messi in circolo per sempre sul pianeta. La “normalizzazione del superfluo” nasce proprio da questo, dalla nostra forma mentis, che ormai è orientata in quella direzione.
Le infrastrutture cittadine, parlo degli acquedotti fino al rubinetto di casa, hanno al contrario un tempo di vita decisamente più lungo. Perché si tende a dimenticare qual è il rapporto con questo tipo di infrastruttura?
La settimana scorsa mi trovavo nel sud delle Marche a una manifestazione fieristica e ho fotografato un manifesto di inizio Novecento di un’azienda che oggi gestisce il servizio idrico integrato, ma che presumo fosse al tempo l’azienda che aveva costruito l’acquedotto. Quel manifesto raccontava il valore di quell’investimento pubblico: sono passati poco più di cent’anni, ma è come se oggi, in un contesto in cui è completamente svanita nelle persone la capacità di comprendere il valore di un investimento pubblico per garantire un servizio, si fosse perso il senso di ciò che c’è dietro. Il servizio idrico integrato ti racconta che non esiste solo l’acquedotto: anzi, probabilmente la parte più complessa e fondamentale per garantire la salubrità della nostra vita è quella che viene dopo, cioè depurazione e fognature, che normalmente non immaginiamo. Questi investimenti pubblici non vengono più considerati, non se ne riconosce più l’importanza vitale – letteralmente vitale – per la sopravvivenza nelle città.
Al di là di marketing e psicologia sociale, quanto pesa invece il contesto materiale e istituzionale?
Probabilmente chi governa, chi ha la responsabilità della governance dell’acqua e del servizio idrico integrato, si è trovato spiazzato di fronte a un mercato composto da pochi soggetti privati, perché parliamo di un settore estremamente concentrato. È vero che ci sono 250 marchi, come scrivo nel libro, ma è anche vero che otto di questi fanno circa il 70% del mercato. Questi pochi soggetti, in un momento storico preciso – gli anni Ottanta, segnati dall’ingresso del PET – avviano le prime campagne pubblicitarie del settore. Emblematica, in questo senso, è l’intervista in cui Enrico Zoppas, presidente di San Benedetto e di Mineracqua, racconta a GBI Distribuzione Horeca di aver “democratizzato” il consumo di acqua minerale. All’epoca, però, chi gestiva il servizio idrico non era preparato a contrastare quel messaggio. La cronologia lo conferma: solo nel 1994, con la legge Galli, arriva un tentativo di riorganizzare e dare una struttura al servizio idrico. Quindi anche chi ha poi avviato attività di comunicazione per promuovere il consumo di acqua di rubinetto, magari con percorsi educativi nelle scuole, non ha né la capacità di spesa né il potere di influenzare l’opinione pubblica che ha avuto – e ha tuttora – la televisione, con le pubblicità e i personaggi famosi che diventano testimonial dell’industria delle acque minerali.
Quali costi ambientali, sociali ed economici restano invece fuori dal prezzo della bottiglia?
In sintesi, intanto la maggior parte dell’acqua viene imbottigliata in plastica, siamo intorno all’80%; se non è plastica, oggi è Tetrapak, che è la nuova grande “scoperta”, la risposta alla plastica: non meno acqua minerale, non più vetro, ma Tetrapak. A questo si aggiungono le esternalità negative legate ai trasporti: pochi marchi vengono commercializzati in tutta Italia, ma nella maggior parte dei casi quelle etichette fanno centinaia di chilometri su gomma. A parte poche aziende che stanno investendo su alcune filiere di trasporto su rotaia – ad esempio Sant’Anna lo fa da Cuneo, dopo aver causato seri problemi a tutta la Valle Stura – l’impatto logistico resta comunque elevato, perché la maggior parte dell’acqua viaggia ancora su camion. Poi, dal mio punto di vista, c’è anche il tema dell’appropriazione a un prezzo irrisorio di un bene di tutti, un bene demaniale. I canoni di concessione, mediamente, sono inferiori a 2 euro per 1.000 litri d’acqua, e questo è un altro vulnus, collegato al fatto che – cosa di cui discuto con il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani nelle conclusioni del libro – il prossimo anno, il 2027, segnerà i cent’anni dal regio decreto che ancora regola alcuni settori, tra cui proprio le concessioni per le attività estrattive e per l’imbottigliamento di acque minerali.
Citando proprio Legambiente e la proposta di arrivare a un canone di 20 euro al metro cubo: che cosa cambierebbe davvero, in termini economici e simbolici, se quel principio venisse applicato?
Probabilmente le aziende dell’acqua minerale avrebbero un po’ meno risorse da investire in pubblicità, e questo aiuterebbe perché le renderebbe meno pervasive. Dall’altra parte, il prezzo aumenterebbe leggermente, spingendo alcune persone a riflettere di più, prima di acquistare una bottiglia d’acqua minerale. Noi sappiamo che si guarda spesso alle bottiglie “premium” vendute al ristorante a 3 o 4 euro, ma la massa dei consumi di acqua minerale è purtroppo quella domestica: fardelli da sei bottiglie da un litro e mezzo o da due litri, acquistati nei supermercati, con un prezzo medio – lo dice Mineracqua – di 0,24 euro al litro, talmente basso da non far percepire le esternalità negative del mercato. Secondo la proposta di Legambiente, si incasserebbero oltre 200 milioni di euro in più, risorse che potrebbero essere investite in campagne di comunicazione, in pubblicità progresso, per raccontare efficacemente la qualità dell’acqua di rubinetto, la numerosità dei controlli, la qualità dei campioni analizzati quotidianamente.
Ci sarebbe poi la Plastic tax.
Sì, si inserisce in questa logica, ma anche in una logica di continui rinvii. Guardando ai prossimi anni, probabilmente no, non sposterà gli equilibri, perché temo che non arriverà e quindi non cambierà lo scenario, esattamente come i canoni di concessione: è un tema che non è più al centro dell’agenda politica.
A questo proposito vorrei arrivare alla dedica, nella prefazione, a Emilio Molinari, l’ispiratore del movimento che nel 2011 contribuì alla vittoria del referendum “2 sì per l’acqua bene comune”.
Mi rendo conto di aver avuto la fortuna di condividere con Emilio – e con tutte le persone che hanno dato vita al Forum italiano dei movimenti per l’acqua – una stagione bellissima, straordinaria, di riflessione politica che metteva l’acqua al centro del pensiero su che tipo di società volevamo costruire. Emilio è scomparso a luglio 2025, e mi viene in mente anche un’altra persona straordinaria con cui ho avuto l’onore di condividere diversi momenti, Stefano Rodotà. C’era, in entrambi, una lungimiranza, ma in Emilio soprattutto la capacità di indirizzare e affascinare tanti giovani, com’ero io allora. Li ha indirizzati verso un impegno per la collettività. È il motivo per cui, dopo aver letto la sua bellissima autobiografia uscita lo scorso autunno, mi sono sentito di dedicargli il libro. La cosa che mi ha colpito di più, in quell’autobiografia, è che l’acqua – il capitolo fondamentale per me, perché lì l’ho incontrato – occupa una percentuale piccolissima del volume: arriva intorno a pagina 400. Prima di tutto quello, Emilio ha fatto l’operaio, il segretario di Democrazia Proletaria, il parlamentare, il consigliere regionale, il parlamentare europeo con i Verdi, sempre con uno spirito di attenzione verso tematiche cruciali. Questo dà l’idea della fortuna di aver lavorato con una persona di straordinario valore politico e umano.
