Il MASE è titolare di una fetta imponente del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: 33,7 miliardi di euro distribuiti su 49 misure, 119 fra milestone e target da raggiungere. La nona rata è arrivata, la decima resta la più consistente in termini di importo e di obiettivi da rendicontare insieme. Mancano poche settimane al 30 giugno, data che per la Commissione europea segna il discrimine tra obiettivi conseguiti e obiettivi mancati. Fabrizio Penna guida da febbraio 2023 il Dipartimento che gestisce questo flusso. Lo abbiamo incontrato per fare il punto, in apertura dei due approfondimenti che Materia Rinnovabile dedicherà all’attuazione del Piano sui fronti dell’economia circolare e dell’energia.
Cominciamo dal calendario. Quando potremo davvero dire “concluso” il PNRR?
La risposta è duplice. C’è la scadenza imposta dalla CID, la Council Implementing Decision che articola gli impegni del PNRR misura per misura. La data di riferimento è il 30 giugno 2026, con la possibilità di estensione al 31 agosto per i progetti che a fine giugno superano l’80% di realizzazione. È quella scadenza che determina l’erogazione delle rate, e per l’ultima, la decima, abbiamo 49 obiettivi da centrare in un’unica finestra: è la rata che chiude il Piano, e per noi del MASE concentra la quota economica più alta insieme alla rendicontazione finale di riforme e investimenti chiave. Ma se parliamo degli effetti reali del PNRR sul territorio, l’orizzonte è almeno triennale. Per la raccolta differenziata l’impatto si vede subito. Per gli impianti innovativi, i progetti faro dell’economia circolare, l’effetto in termini di climate tagging verificabile e di ricaduta sui territori si misurerà fra uno, due, tre anni. Il climate tagging è la metodologia europea che assegna a ciascuna misura del Piano una quota di contributo agli obiettivi climatici, secondo coefficienti standard del 100, 40 o zero per cento. Serve a Bruxelles per verificare che il PNRR rispetti la soglia minima del 37% di spesa climate-related fissata dal Regolamento RRF, ovvero il Regolamento (UE) 2021/241 che istituisce il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, la cornice giuridica di Next Generation EU che lega l’erogazione dei fondi al raggiungimento documentato di milestone e target invece che alla semplice spesa. È anche per questo che l’ultimo decreto legge ha prorogato la vita delle strutture di missione: serve tempo operativo per la messa a terra, e serve tempo per i controlli di rendicontazione.
La complessità del MASE è diversa da quella di altri ministeri attuatori. Come incide sulla chiusura dei target?
Incide molto, e si vede già nellìapplicazione del codice degli appalti. Un Ministero come quello delle Infrastrutture lavora su appalti classici, e la documentazione che attesta la conclusione di un’opera ha forma standard. Da noi non funziona così. Abbiamo misure di economia circolare, misure energetiche pure, misure che stanno a cavallo come il biometano, misure naturalistiche. Un impianto di gestione rifiuti o una idrogen valley pongono domande diverse, e in molti casi entra in gioco anche il nodo dell’allaccio alla rete, che è una variabile esterna al beneficiario. Le evidenze documentali da produrre per dire “il target è raggiunto” sono quindi molto più articolate, e ogni famiglia di misure va costruita su misura. Con la Commissione è un negoziato continuo su cosa, caso per caso, è sufficiente a chiudere.
Il MASE in questi anni ha attraversato tre cambi di nome e una riorganizzazione profonda. Da Ministero dell’Ambiente a Transizione Ecologica fino a Ambiente e Sicurezza Energetica, con il PNRR che è arrivato in mezzo a tutto questo. Da capo del Dipartimento PNRR, come ha visto trasformarsi la macchina?
Tre fasi che si sono sovrapposte. La prima è quella del primo concorso dopo trent’anni dalla nascita del Ministero, che ha aperto la strada a un ricambio generazionale rimasto fermo per decenni. La seconda è la grande riorganizzazione con la Transizione Ecologica, conclusa nel passaggio a MASE: lì c’è stata una vera e propria crasi fra i colleghi del Dipartimento Energia dell’ex Mise e quelli dell'ambiente e della tutela del territorio. La terza è il PNRR, che non è un piano di spesa ma un piano di performance: l’Europa eroga risorse se tu dimostri di aver fatto. Noi abbiamo gestito 34 miliardi con una diversificazione altissima fra le due gambe ambiente ed energia, e siamo l’unica struttura dipartimentale come Unità di Missione. Negli altri ministeri l’Unità di Missione equivale a una direzione generale. Da noi è un Dipartimento articolato in due direzioni, perché la complessità non è solo finanziaria. Pensi alla forestazione urbana: stiamo piantumando quasi quattro milioni e mezzo fra alberi, arbusti e piantine, lavorando con ISPRA, Carabinieri Forestali, Società Botanica Italiana e città metropolitane. Sono attività operative che il Ministero non aveva mai fatto.
E poi c’è stato l’innesto di nuove professionalità.
In parte figlio della crisi Covid, in parte del PNRR. Giovani della pubblica amministrazione con master, dottorati, conoscenze linguistiche approfondite. Dirigenti tecnici che sanno discutere alla pari con i tavoli europei. È il salto che ha permesso il terzo cambiamento, quello su cui insisto di più: il rapporto con la Commissione. Quando mi sono insediato, al telefono quasi non rispondevano. Oggi anticipiamo i temi, discutiamo, qualche volta troviamo l’intesa e qualche volta no, ma le rimodulazioni del Piano sono passate proprio grazie a questo. La proiezione internazionale del Ministero sui dossier clima e biodiversità c’era già. Il dialogo binario con Bruxelles, a questo livello, prima non c’era.
Fra tutte le misure, quale lascerà il segno più lungo?
Per affetto dichiarato dico la forestazione urbana. È stata travagliata, ma sono esseri viventi che lavoreranno per la mitigazione climatica nelle città per decenni. Da un punto di vista strutturale e macroeconomico, sono i grandi investimenti sulle rinnovabili. Lì abbiamo costruito, d’intesa con la Commissione, dei nuovi strumenti che chiamiamo Facility e che vanno oltre la scadenza del PNRR. Comunità energetiche, biometano e agrivoltaico avranno copertura fino al 2028-2029, per 4,2 miliardi complessivi. Resto affezionato anche a misure più di nicchia, come la rinaturazione del Po o la ricerca sulla biodiversità marina che stiamo conducendo con ISPRA, nell’ambito della quale stiamo armando una nuova nave oceanografica.
E sul versante delle riforme?
La prima riforma del Piano, la Strategia per l’economia circolare, fissa una direzione di lungo periodo. Ma quella che sta dando frutti misurabili adesso, in un contesto giuridico e politico non facile, è la semplificazione delle autorizzazioni per le rinnovabili. La competenza concorrente fra Stato e Regioni ha reso ogni passaggio un negoziato a più voci. La riforma ha incassato il via libera con la nona rata. Sulla decima si aggiunge il pezzo operativo: la piattaforma unica per il rilascio delle autorizzazioni, che richiede di mettere in interoperabilità Regioni e cinquemila Comuni.
Domanda personale. Cosa le ha lasciato questa esperienza?
Scherzo sempre dicendo “resiliamo”. Mi ha lasciato una forma di resilienza nel classificare le priorità delle difficoltà, e molta pazienza. Soprattutto mi ha confermato una cosa di cui ero già convinto: se si lavora come squadra, i risultati si ottengono. È la legacy a cui tengo di più.
