A Stoccolma, la mattina del 23 agosto, a poche settimane dalle elezioni svedesi, cinquantamila persone hanno riempito le strade su convocazione di 280 organizzazioni. Naturskyddsföreningen, Rebellmammorna e Researchers’ Desk avevano radunato sindacati, ricercatori, organizzazioni religiose, la società civile. Greta Thunberg era lì, fra i manifestanti, stupita che la Svezia tornasse a vedere cortei di tale portata. Gli organizzatori si aspettavano diecimila partecipanti, ne sono arrivati cinque volte tanto.

Tre giorni prima, il 20 agosto, la Svizzera aveva annunciato l’alleanza Niente estati a 50°C!, una coalizione che riunisce già oltre settanta organizzazioni (tra cui WWF, Greenpeace, sindacati, Partito socialista, Verdi) e ha indetto due manifestazioni: il 19 settembre un corteo nella Svizzera francese, il 25 nella tedesca. Le richieste tratteggiano una strategia: protezione delle persone vulnerabili, più verde nelle città, edifici pubblici e scuole adattati alle temperature elevate, discontinuità nei servizi essenziali durante le ondate di calore, sostegno agli agricoltori. Nel contempo si chiede l’abbandono delle fonti fossili e una drastica riduzione delle emissioni.

In Svezia e in Svizzera, con il caldo diventato priorità quotidiana, sindacati, ricercatori, organizzazioni religiose, mondo agricolo hanno deciso di muoversi unitariamente. Normalmente il dossier clima rimane nelle mani di chi se ne occupa per mestiere, in questi due casi invece il tavolo si è allargato, ricordando le manifestazioni globali del 2018, con la differenza che in quel caso l’istanza veniva portata avanti da un movimento giovanile che calamitava l’attenzione di tutti gli altri. Le manifestazioni europee di questa estate hanno invece avuto una matrice genetica variegata e unitaria insieme.

In Italia, dove il caldo ha occupato le cronache per tutta l’estate, le organizzazioni ambientaliste hanno prodotto rapporti, denunce, proposte. A luglio le sigle si sono riunite per fare massa critica e sostenere le opposizioni che hanno rallentato e fatto rinviare la discussione del DDL caccia. Ma poi, per il resto, sulla tematica rovente – è il caso di dirlo – del clima, il tavolo è rimasto frammentato. 

Il Coordinamento FREE, che riunisce 26 sigle associative sotto il cappello della transizione energetica, ha presentato a luglio un manifesto in dieci punti sulle ondate di calore. Il documento parte da un’osservazione: le ondate di caldo, conseguenze dirette del cambiamento climatico, avranno sempre maggiore frequenza e non possono più essere trattate come eventi eccezionali.

I dieci punti hanno uno schema e una visione. Al primo livello la consapevolezza: riconoscere il caldo estremo come emergenza climatica strutturale, un atto politico che assuma il linguaggio della sopravvivenza collettiva, non dello stato di eccezione. Poi la pianificazione: l’Italia dispone di un Piano nazionale di prevenzione dei danni del caldo dal 2005, centrato su sanità e allerta. FREE chiede un’evoluzione in un “Piano nazionale gestione ondate di calore” che copra sanità, lavoro, edilizia, scuole, residenze per anziani, trasporti e servizi essenziali. Terzo: una cabina di regia nazionale dedicata al coordinamento fra governo, sanità e Protezione civile. I francesi ce l’hanno, l’Italia no. Poi le misure per i vulnerabili: anziani, malati cronici, persone sole, lavoratori esposti. Gli interventi concreti, localizzati: verde urbano, infrastrutture blu, edifici pubblici climatizzati, orari di lavoro modificati. E infine il binomio della transizione: l’adattamento deve procedere insieme alla riduzione dei combustibili fossili, con una revisione critica di tutti i nuovi progetti da fonte fossile e l’azzeramento dei sussidi ambientalmente dannosi.

Il manifesto non ha avuto alcuna risposta istituzionale. “Sono proposte secondo noi concrete e fondamentali, ma non abbiamo avuto dalle istituzioni alcun riscontro. Zero interesse”, dice a Materia Rinnovabile il presidente Attilio Piattelli. Invece l’interesse è arrivato dalla Germania: la rete ARD, la Rai 1 tedesca, ha intervistato il Coordinamento. E Piattelli punta su un dato che arriva dall’osservazione di come l’estate è proseguita in Italia: “Il paradosso è che questa mancanza di attenzione al tema clima avviene nell’estate in cui è stato sulle pagine dei giornali tutti i giorni”.

Per Piattelli il problema è più profondo: “Manca completamente la consapevolezza. Sono tanti gli aspetti trascurati, inclusi i costi assicurativi per gli impianti rinnovabili aumentati tantissimo ed è una conseguenza economica degli eventi climatici estremi che rischia di restare fuori dal dibattito pubblico”.

È per questo che FREE insiste sul rapporto fra adattamento e politiche economiche: “Prima potevamo dire: la crisi climatica sta arrivando. Adesso diciamo: eccola, è arrivata, ci siamo dentro, mentre l’agenda politica è bloccata su altro”. La richiesta, continua Piattelli, non riguarda solo le politiche ambientali. “Il clima dovrebbe essere il filtro attraverso il quale fare le politiche economiche, industriali, sociali. Ma non perché siamo ambientalisti, perché è necessario. E non avviene ancora.”

In questa coda estiva che porta ancora temperature torride al Centro-Sud i conti del caldo cominciano a emergere. Triodos Bank ha stimato che il costo complessivo per fronteggiare il caldo estivo è di circa 180 miliardi di euro per l’intera Unione Europea, pari all’1,1% del PIL complessivo e all’intera crescita attesa per il 2026. La Francia prevede un calo dell’1,4% del PIL, l’Italia e la Spagna sono fra i paesi più colpiti. Leggendoli attraverso i filtri di questi dati, i dieci punti di FREE smettono di essere rivendicazione ambientalista e diventano contabilità economica.

Adesso il Coordinamento pensa al passo successivo. “Noi stiamo pensando di coinvolgere la società civile, tutte le altre associazioni ambientaliste, tutte le sigle attive intorno alle tematiche ambientali”, spiega Piattelli. “Vogliamo promuovere una manifestazione, coinvolgere i cittadini.” Non c’è ancora una data né una convocazione formale. È l’ipotesi di un’iniziativa che non sia del solo Coordinamento FREE ma che raduni una platea più ampia di organizzazioni.

Come si stanno muovendo le altre associazioni? Abbiamo chiesto a molte e non tutti ci hanno risposto. Legambiente è sicuramente la più vicina ad avere l’ambizione di unire il fronte con una voce unitaria e sta organizzando il Climate Pride per il 14 novembre: una street parade per la giustizia climatica. È un’iniziativa che tiene tutti insieme. All’edizione dell’anno scorso, anch’essa a ridosso della COP, aderirono praticamente tutte le associazioni ambientaliste e della società civile italiana. Non è una manifestazione nata da una piattaforma associativa che si muove come un soggetto unico, come in Svizzera, ma è ciò che le si avvicina di più.

Il WWF ci segnala una serie di appuntamenti legati al loro calendario specifico: Urban Nature nel fine settimana del 3-4 ottobre con oltre cento iniziative in varie città e i festeggiamenti per i 60 anni con una mostra degli acquerelli di Fulco Pratesi dal 15 settembre al museo di Trastevere. Ma sono, appunto, iniziative singole.

La chiave per interpretare come si sta muovendo l’ambientalismo italiano lo dà forse Costanza Pratesi, responsabile dell’Ufficio paesaggio e patrimonio del FAI: “Dopo le grandi manifestazioni del 2018 sembra che la spinta per un ambientalismo davvero globale si sia ridimensionata. Non perché i temi smettano di essere urgenti, tutt’altro. Ma per i media rischiamo di essere siglati tutti come ambientalisti, senza tenere contro delle specificità. E di fatto poi le cose non sono cambiate veramente. Inoltre, se fino a decenni fa esisteva la storicità dell’associazionismo, ora ci sono nuove sigle che utilizzano canali e linguaggi differenti, quindi è difficile muoversi negli stessi contesti. Non per questo ci manca il confronto, la comunione di vedute e l’azione unitaria su alcune tematiche, come per esempio nel nostro caso la tutela della biodiversità”.

E poi arriva il “ma” che era sottinteso nel ragionamento: “Noi come FAI sentiamo l’esigenza di parlare a un pubblico che è diverso da quello di altre associazioni, nel nostro caso proviene dal mondo della cultura, ad esempio. E sentiamo che è più utile convincere e sensibilizzare coloro che magari sono più lontani da queste tematiche, invece di fare manifestazioni che parlano sempre a chi già è presente nella bolla. Crediamo sia importante fare in modo di creare nuovi portatori di interesse per le tematiche ambientali. Forse oggi questo serve di più”. Il rischio non è spezzettare le voci, renderle più deboli? “Forse la poliedricità delle voci va tutelata e alimentata per arrivare a segmenti di società diversi.”

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In copertina: foto di Lawrence Makoona, Unsplash