Diciamo la verità: non capita tanto spesso di poter riportare buone notizie in campo di emergenza climatica. Per cui, rullo di tamburi, stappiamo lo champagne, e speriamo che continui così. Secondo i dati del Copernicus Atmosphere Monitoring Service, che utilizza i dati raccolti delle osservazioni satellitari del Global Fire Assimilation System, l’inizio del 2026 ha registrato un record − per una volta al ribasso, mai così basso dal lontano 2003, all’inizio dei 24 anni di rilevazioni − delle emissioni globali di anidride carbonica da combustioni di biomasse, cioè: fuochi accesi volontariamente o involontariamente nel corso di incendi.
Per la precisione, queste sono state stimate nel semestre da gennaio a giugno poco sotto le 400 megatonnellate di carbonio. A trainare il calo è soprattutto l’Africa tropicale, dove la stagione degli incendi ha mostrato livelli inferiori alla media. Insieme Africa e Asia continuano a contribuire maggiormente sul totale, con circa 154 e 113 megatonnellate, anche perché il fuoco continua a essere usato per la pratica agricola dello “slash and burn”, cioè la distruzione di vegetazione, residui colturali o stoppie per ripulire e preparare i campi, di solito nella stagione secca. Serve a liberare terreno, controllare infestanti e restituire rapidamente nutrienti alle superfici, ma comporta emissioni, perdita di sostanza organica, rischio di incendi fuori controllo e inquinamento dell’aria.
Mantenere alta l’attenzione
La tendenza discendente, osservata nell’ultimo ventennio per effetto della trasformazione degli ecosistemi di savana e dei cambiamenti nelle pratiche agricole, è un segnale positivo. Ma il quadro può cambiare rapidamente. A cavallo dell’ultima settimana di giugno, infatti, fulmini e condizioni favorevoli alla propagazione hanno innescato grandi incendi in diverse province canadesi, con pennacchi di fumo rilevati fino all’Artico canadese e sull’Atlantico settentrionale.
Secondo l’analisi di Copernicus, a fine mese le emissioni cumulative del Canada restavano in linea con la media stagionale, ma l’accelerazione dell’attività nel settore boreale è evidente. In Siberia i roghi hanno preso consistenza nelle regioni subartiche, in particolare nel Krasnojarsk, con trasporto di fumi verso l’Oceano Artico. Fin da metà giugno sono stati attivi numerosi roghi nel sud-ovest degli Stati Uniti, tra Nevada, Utah, Arizona e Colorado, con pennacchi più circoscritti ma ben individuabili dalle previsioni di profondità ottica degli aerosol. Più a nord sono comparsi focolai finanche in Groenlandia, mentre sensori satellitari hanno rilevato incendi in Regno Unito e Paesi Bassi, complice il maggio insolitamente caldo e secco in Europa.
In Spagna si sono registrati episodi rilevanti in Galizia, Aragona e Castilla La Mancha. In Italia diverse aree della Sicilia occidentale hanno fronteggiato roghi intensi; al momento della stesura di questo articolo, la Francia meridionale segnala più fronti attivi. Le previsioni del Fire Danger Forecast del sistema europeo EFFIS (European Forest Fire Information System) indicano un rischio elevato per Spagna, Francia e BENELUX per la prima settimana di luglio.
L’Asia sudorientale ha vissuto una stagione degli incendi tra febbraio e aprile in gran parte sotto la media, con una vistosa eccezione, la Thailandia, dove le stime di emissioni sono salite ai livelli più alti dal 2016. L’ASEAN Specialised Meteorological Centre ha tuttavia segnalato attività intense anche in Laos, Myanmar, Vietnam e Cambogia, a conferma che, pur con emissioni inferiori alla media, foschia e qualità dell’aria restano una criticità ricorrente per la regione. Il 2026 si era aperto con un avvio intenso nell’emisfero sud. In Oceania, l’Australia ha affrontato incendi severi nello stato di Victoria a inizio gennaio, in concomitanza con temperature record. In Sud America, Cile e Argentina hanno patito episodi devastanti, tra Bio Bio e la Patagonia di Chubut. Il confronto giornaliero tra il profilo 2026 e la media 2003-2024 del sistema GFAS evidenzia picchi consistenti in quei mesi.
Detto questo, però, come spiega Mark Parrington, scienziato senior presso il Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus, la progressiva riduzione della combustione stagionale nelle savane africane e in parte dell’Asia ha abbassato il “fondo” delle emissioni. “Il minimo storico di emissioni totali da combustione di biomasse registrato nella prima metà del 2026 conferma la tendenza generale al ribasso legata ai cambiamenti negli incendi della savana nell’Africa tropicale e in Asia”, spiega Parrington. “Sebbene la prima metà dell’anno offra un quadro positivo, un monitoraggio costante rimane essenziale poiché il fumo degli incendi può ancora avere un impatto significativo sulla qualità dell’aria e le condizioni possono cambiare rapidamente.”
Monitoraggio e prevenzione
Sono dunque da considerare le situazioni di cui abbiamo detto, ma, guardando più avanti, le condizioni previste legate a El Niño potrebbero far aumentare le emissioni globali dovute agli incendi, come abbiamo osservato durante i precedenti anni di El Niño, il 2015 e il 2019, quando la persistente combustione di biomasse in Indonesia ha causato una diffusa foschia regionale e ha gravemente compromesso la qualità dell’aria.
Dietro le cifre c’è una macchina osservativa che combina tecnologia e modellistica. Il sistema GFAS integra le rilevazioni dei satelliti VIIRS e MODIS per stimare la potenza radiativa degli incendi e derivare le emissioni di carbonio e altri inquinanti. Questi dati sono poi utilizzati dal modello di previsione dell’ECMWF per simulare il trasporto degli aerosol e dei gas, fornendo mappe e previsioni sulla qualità dell’aria. È una metodologia diversa da quelle basate esclusivamente su superficie bruciata o conteggio hotspot, e per questo produce risultati non sempre sovrapponibili con altri indicatori. Ma permette un monitoraggio quasi in tempo reale, cruciale in stagioni dinamiche come quella in corso.
Se vogliamo che questa curva continui a scendere, bisogna consolidare le pratiche agricole meno dipendenti dal fuoco, investire nella prevenzione e nella gestione forestale, rafforzare i sistemi di allerta e gli strumenti di previsione che già oggi consentono di anticipare rischi e impatti. Sta a noi far sì che non resti un episodio, ma diventi la nuova normalità.
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In copertina: foto di Matt Palmer, Unsplash
