Chi non ricorda il cartone animato Le avventure dell’ape Maia, uscito per la prima volta negli anni Settanta, in cui una piccola ape curiosa esplora il mondo insieme al suo amico Will? Nel corso dei decenni, tra pubblicità, televisione e marketing, le api mellifere sono diventate uno dei simboli più riconoscibili della tutela e della conservazione della biodiversità. Ma la realtà, come spesso capita, è più complessa.

Sul nostro pianeta vivono infatti circa ventimila specie di api selvatiche e diverse decine di migliaia di altri insetti impollinatori tra farfalle, falene, sirfidi, mosche e coleotteri, responsabili della maggior parte dell’impollinazione: queste specie selvatiche sono le più minacciate dall’impatto antropico sull’ambiente ma anche, in alcuni casi, da pratiche di marketing come il beewashing, una forma specifica di greenwashing. Alcune aziende utilizzano infatti il sostegno a progetti legati alle api mellifere come leva comunicativa, per costruire un’immagine positiva di attenzione all’ambiente e alla biodiversità. Spesso, però, si tratta di iniziative prevalentemente simboliche, il cui impatto reale sugli ecosistemi e sulla biodiversità è limitato e, in alcuni casi, addirittura controproducente.

Nel dibattito sul beewashing non bisogna certo dimenticare che le api mellifere svolgono un ruolo importante nella produzione di miele e nell’impollinazione a fini di produzione alimentare. Tuttavia, talvolta e in alcuni contesti, vengono purtroppo strumentalizzate e presentate come principali custodi della biodiversità e degli ecosistemi, un ruolo che in realtà non ricoprono.

Conservare la biodiversità oltre l’alveare, il caso dei bee hotel

Il termine “beewashing” compare per la prima volta nel 2015 in un articolo scientifico firmato da Scott MacIvor e Laurence Packer, ricercatori della York University di Toronto, che analizzano uno degli strumenti più diffusi nelle campagne per “salvare le api”: i bee hotel, piccole strutture in legno pensate come rifugi e siti di nidificazione artificiale. Come però scrivono gli stessi ricercatori, "per ridurre il rischio di beewashing è fondamentale approfondire, attraverso studi mirati, la progettazione e l’efficacia dei bee hotel". Nonostante ciò, molte campagne di sensibilizzazione continuano a concentrarsi esclusivamente sui bee hotel, presentandoli come interventi sufficienti per la conservazione delle specie selvatiche di impollinatori.

Altri strumenti utilizzati in modo analogo sono le campagne di adozione di alveari di api mellifere o l’installazione di sensori di monitoraggio, a cui però spesso non fa seguito alcun reale intervento di rigenerazione ecosistemica. “Da molti studi scientifici emergono criticità importanti legate al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità”, ci spiega Paolo Viganò, fondatore di Rete Clima, network tecnico multidisciplinare che accompagna le aziende in percorsi di decarbonizzazione, in progetti ESG e nella realizzazione di Nature Based Solutions sui territori italiani. “Per questo è fondamentale fare interventi efficaci ai fini ecologici, senza disperdere risorse verso azioni minori, mantenendo alta l’attenzione su attività centrali rispetto al tema della salvaguardia degli ecosistemi, nella loro interezza. Il nostro tentativo è rimettere al centro della discussione le tematiche realmente importanti, quali la tutela degli ecosistemi e della loro qualità: infatti, ai fini degli obiettivi di conservazione della natura, il resto è secondario.”

Api mellifere e api selvatiche

Il declino delle api e degli altri impollinatori è un tema di grande interesse per il pubblico. Ma non tutte le specie seguono lo stesso percorso: le api mellifere, pur essendo esposte agli effetti del climate change, agli agenti patogeni, a parassiti esotici e a episodiche morie, sono certamente più tutelate rispetto a tali stress proprio in ragione del fatto che sono “accudite” dagli apicoltori (mostrando peraltro una crescita numerica costante nel tempo). In Europa, ma maggiormente nel resto del mondo, dagli anni Sessanta il numero di colonie gestite è infatti aumentato di circa l’85%, trainato soprattutto dall’incremento registrato nei paesi asiatici.

Le api mellifere, che a differenza di altri impollinatori non sono le specie di impollinatori primariamente a rischio, vengono allevate principalmente per finalità produttive: le arnie, ad esempio, vengono posizionate direttamente nei campi agricoli per favorire l’impollinazione delle piante da frutta e produttive in generale, operazione quanto mai utile e importante ai fini della produzione alimentare. Ma oltre alla produzione frutticola c’è anche il mercato del miele. In questo senso, “adottare” o “regalare” un alveare di api mellifere per “proteggere gli impollinatori” finisce per assomigliare, per certi versi, a “regalare” un altro animale produttivo, magari come una gallina. Una proposta certamente interessante, ma che non è evidentemente e direttamente funzionale alla salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi.

Dietro la facciata “green” del beewashing, la realtà è quindi decisamente più complessa. Molte iniziative che presentano queste specie carismatiche come simbolo della salvaguardia degli ecosistemi finiscono per mettere in ombra specie più vulnerabili, come le api selvatiche e altri impollinatori, che sopravvivono in natura senza alcun supporto umano. Limitarsi a promuovere una sola specie come emblema della salute degli ecosistemi rischia di dare un’immagine fuorviante della realtà naturale: la tutela di un singolo insetto non garantisce infatti la protezione delle reti ecologiche più ampie e, per di più, le api prese singolarmente non sono i bioindicatori più adatti a descrivere la qualità dell’ambiente, appunto perché allevate e curate dai loro apicoltori, quindi evidentemente meno sensibili agli stress ambientali.

Anche le soluzioni tecnologiche più sofisticate di monitoraggio delle api hanno un impatto limitato se non sono accompagnate da interventi concreti per rigenerare gli habitat naturali. In questo senso, molte campagne aziendali, sviluppate con il supporto di consulenti ambientali, rischiano di cadere nel beewashing, concentrandosi soprattutto sulla comunicazione e sull’attrattività del tema per il pubblico. Spesso queste iniziative non richiedono costi elevati o studi di progettazione, producendo però benefici limitati per gli ecosistemi. E in alcuni casi possono addirittura avere effetti negativi sulle api selvatiche: quando le colonie di api mellifere sono troppo numerose, le specie autoctone selvatiche si trovano infatti a competere per il nettare e rischiano di contrarre malattie.

Ecosistemi biodiversi e biocomplessi

Un altro elemento chiave per capire perché il beewashing sia una pratica di comunicazione fuorviante è l’idea che la tutela della biodiversità possa ridursi alla protezione di una singola specie. In realtà sono gli ecosistemi ricchi e complessi a garantire la sopravvivenza delle api e di tutte le altre forme di vita, dagli insetti alle piante, dai microrganismi ai vertebrati. Concentrarsi su un solo organismo, senza intervenire sul contesto che lo sostiene, rischia di semplificare un problema per sua natura sistemico e complesso. “Anche Rete Clima inseriamo i bee hotel dentro i nostri interventi naturali, ma solo come soluzione aggiuntiva dopo aver effettuato progetti strutturati di rigenerazione territoriale”, continua Viganò. “Allo stesso modo, non è il sensore da solo che conta ma conta invece l’azione ambientale diretta a favore degli ecosistemi, che resta sempre la priorità. Tutte le altre iniziative si collegano a questo lavoro, ma rimangono secondarie.”

Migliorare lo stato di un ecosistema significa adottare progetti di rigenerazione che ne considerino l’insieme delle componenti: lo stato del suolo, la diversità delle piante, la presenza di altre specie animali, la qualità dell’habitat nel suo insieme e molti altri fattori. Interventi limitati alla protezione di una singola specie o alla posa di rifugi artificiali o al solo uso di sensori di monitoraggio rischiano di avere effetti decisamente limitati, perché non affrontano le cause reali dei problemi ambientali.

“È importante che gli ecosistemi siano funzionali e complessi”, conclude Viganò. “Questa complessità ecosistemica va intesa come una funzionalità in cui le reti trofiche e tutti gli altri elementi che sostengono la vitalità dell’ecosistema siano solidi e stabili, così da mantenere in equilibrio le relazioni al suo interno. Parliamo quindi di biocomplessità, non solo di biodiversità.” Per questo sono necessarie soluzioni ambientali fondate su dati scientifici, capaci di agire in modo olistico e sistemico. Non basta inseguire la moda del momento o proporre iniziative facili da comunicare: la tutela della biodiversità richiede una visione di lungo periodo, in grado di sostenere la complessità degli ecosistemi e rafforzarne la resilienza.

 

In copertina: immagine Envato