Questo articolo fa parte del canale tematico The Social and Governance Observer, in collaborazione con Trentino Sviluppo. Iscriviti alla newsletter su LinkedIn
I valori ESG (Environmental, Social & Governance) sono elementi strutturali nella strategia di un numero crescente di aziende italiane. Da un lato è l’effetto dell’obbligo normativo, anche se le recenti direttive UE hanno allentato notevolmente i vincoli, dall’altro è merito dell’aumentata sensibilità verso questi aspetti, sempre più considerati un driver di competitività, innovazione e resilienza.
Un cambiamento culturale in espansione, seppure non ancora completamente maturo, che influenza le decisioni di governance societaria, le scelte d’investimento e il modo in cui imprese e investitori guardano al futuro, come emerge da vari report a livello nazionale e globale.
Novità normative nel campo ESG
Il 2025 si è chiuso con un passaggio importante in UE: il 16 dicembre il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il pacchetto Omnibus I, sancendo un sostanziale ridimensionamento delle normative in questo campo. Nella direttiva sul dovere di diligenza delle imprese (CSDDD) scompare l’obbligo di attuazione dei piani di transizione climatica, mentre la soglia di applicazione sale a oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato annuo, restringendo il campo a circa 1.600 imprese in tutta l’Unione. Inoltre, le sanzioni massime vengono abbassate al 3% del fatturato globale, il regime armonizzato di responsabilità civile viene eliminato, l’entrata in vigore è rinviata a luglio 2029.
Anche la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD) subisce una restrizione: restano obbligate solo le imprese con più di 1.000 dipendenti e fatturato superiore a 450 milioni di euro. Ne deriva l’esclusione di circa il 90% delle aziende oggi coinvolte, con il risultato che nei settori a maggiore impatto ambientale (agricoltura, pesca ed estrazione mineraria) il numero di operatori interessati potrebbe ridursi a poche decine in tutta l’UE.
Nella polemica che ne è scaturita si alternano valutazioni tecniche, ma anche critiche alla qualità del processo democratico, denunce di conflitti di interesse e accuse di aver ceduto alle pressioni politiche ed economiche esterne, dagli Stati Uniti al Qatar.
A proposito di sostenibilità sociale, poi, entro giugno 2026 gli stati membri dell’UE dovranno recepire la Pay Transparency Directive (970/2023), che introdurrà obblighi di trasparenza salariale. Una normativa importante, considerato che il divario retributivo di genere nel 2023 si attestava al 12%.
L’agenda strategica delle imprese
Al di là degli obblighi, comunque, il cambiamento culturale ha il suo peso. L’87% delle aziende a livello globale, e il 91% di quelle italiane, considera la sostenibilità una priorità strategica, come risulta dall’indagine Global Sustainability Survey - From strategy to spend: The state of sustainability in business, condotta da BDO su 418 realtà di varie dimensioni in 36 paesi.
Le iniziative in ambito sustainability portano un vantaggio competitivo, secondo l’83% delle imprese globali e il 59% di quelle italiane. Il 94% delle organizzazioni intervistate, sia in Italia che nel mondo, nel 2025 ha aumentato o mantenuto invariato il budget per questi aspetti, con un focus particolare su decarbonizzazione e transizione, nonostante la tendenza verso una deregolamentazione e i ritardi nella definizione del quadro normativo. E, ancora, a livello europeo solo un’azienda europea su 4 dichiara di avere un programma di sostenibilità maturo e integrato nel proprio business, ma il 53% (in Italia il 59%) ha comunque pubblicato un rapporto di rendicontazione non finanziaria.
Sostenibilità e solidità finanziaria
A scattare una fotografia specifica del nostro paese è l’ESG Outlook 2025 di CRIF, osservatorio annuale della Centrale rischi di intermediazione finanziaria, secondo cui nel 2024 le grandi aziende e PMI italiane hanno migliorato significativamente i livelli di adeguatezza ai criteri ESG. “Le imprese stanno rafforzando la propria consapevolezza, mentre il sistema bancario svolge un ruolo sempre più attivo nel sostenere e incentivare questo percorso, premiando con maggior credito chi investe in pratiche e modelli di business sostenibili”, ha commentato Marco Macellari, CEO di CRIF Synesgy Ratings.
Secondo lo studio, nel 2024 oltre il 70% delle grandi aziende italiane rientra nelle due fasce più alte di score ESG, con un incremento di circa 24 punti percentuali in un solo anno, mentre si riduce di 6 punti percentuali la quota di imprese con i punteggi peggiori (4% del totale). Di pari passo, circa il 76% dei finanziamenti verso le grandi imprese riguarda aziende con un’elevata adeguatezza ESG, con un aumento di oltre 20 punti percentuali rispetto al 2023. Anche le PMI, pur partendo da una base meno strutturata, mostrano una crescita significativa, con un aumento di 17 punti percentuali delle realtà più virtuose e una distribuzione del credito sempre più orientata verso profili sostenibili (39% nel 2024, poco più del 25% nel 2023).
Inoltre, l’integrazione dei criteri ESG si riflette sulla valutazione del rischio, tanto che i finanziamenti caratterizzati da elevata adeguatezza ESG presentano nel 2024 un tasso di default inferiore del 25,3% alla media.
I settori virtuosi e quelli in difficoltà
In questo panorama, quali sono i settori più virtuosi? Se nel 2024 la maggior parte dei comparti ha registrato un miglioramento del proprio profilo ESG, non tutti lo hanno fatto con la stessa intensità, a testimonianza di una transizione che procede a velocità diverse. Guidano la classifica con la migliore adeguatezza ESG i settori ITC (Information & Communication Technology), media, telecomunicazioni, meccanica strumentale, tessile e abbigliamento, comparti che hanno beneficiato di investimenti in tecnologie efficienti, digitalizzazione e innovazione sostenibile.
All’estremo opposto, si trovano in difficoltà agricoltura, alimentare, bevande e tabacco, mining, oil and gas. In particolare, l’agricoltura non solo mantiene una posizione critica ma mostra anche un peggioramento rispetto al 2023, segno delle difficoltà nel ridurre le emissioni e adottare pratiche più sostenibili.
Il valore del capitale umano
Infine, un focus sulla S (Social) della sostenibilità, dimensione sempre più centrale nelle strategie ESG, a maggior ragione in un momento di trasformazioni profonde. In Italia oltre il 63% dei lavoratori ritiene che il proprio lavoro sia mentalmente impegnativo o stressante, contro una media europea del 56%, ma solo il 43% delle aziende dichiara di promuovere attivamente la salute mentale dei dipendenti, un valore che colloca il nostro paese tra quelli meno sensibili del continente, ben lontano da Regno Unito (75%) e Irlanda (73%), come emerge dal Social Sustainability Monitor 2025, condotto dal Sustainability Lab di SDA Bocconi.
L’indagine mette in luce un’Italia con poca attenzione al benessere psico-fisico, scarsa fiducia nella flessibilità e un sostegno ancora debole ai lavoratori più anziani, ma segnala anche un potenziale inespresso su cui le imprese possono e devono puntare nel 2026, così come negli anni seguenti: investire in capitale umano, inclusione, formazione e benessere può tradursi in maggiore produttività, engagement e resilienza competitiva nel medio-lungo periodo.
In copertina: immagine Envato
