Oggi lo sviluppo territoriale si gioca sempre più come una competizione tra aree capaci di offrire le migliori condizioni di vita alle persone. Territori, città e regioni non competono più soltanto su incentivi economici, specializzazioni produttive o grandi infrastrutture, ma anche sulla capacità di garantire servizi accessibili, tempi di vita sostenibili, opportunità di lavoro, qualità dell’ambiente e relazioni di comunità. In questo scenario, l’attrattività diventa una leva strutturale di sviluppo.
Le aree montane, insieme alle aree interne e ai territori economicamente o demograficamente depressi, rappresentano un caso particolarmente evidente di questa dinamica, ma non l’unico. In questi contesti la competizione è più aspra perché il declino demografico, la rarefazione dei servizi e la perdita di opportunità rendono immediatamente visibile ciò che sta accadendo anche altrove: senza persone, nessuna strategia ambientale, economica o tecnologica è sostenibile nel tempo. Questi territori diventano così una lente di ingrandimento di un fenomeno che riguarda l’intero paese e, più in generale, l’Europa.
I dati più recenti lo confermano con chiarezza. Le proiezioni del Rapporto annuale ISTAT 2024 e del Rapporto CENSIS 2024 indicano un’accelerazione del declino demografico nelle aree interne e periferiche, accompagnata da un rapido invecchiamento della popolazione. Non si tratta solo di una perdita quantitativa, ma di un indebolimento strutturale dei sistemi territoriali: meno famiglie, meno lavoratori, meno servizi, minore capacità di innovare. In questo contesto, la competizione tra territori rischia di produrre divari crescenti tra aree attrattive e aree in progressivo svuotamento.
Questo tema è entrato con forza anche nell’agenda politica ed economica europea più recente. Nel 2024-2025 la Commissione europea e numerosi governi nazionali hanno iniziato a riconoscere esplicitamente il fattore demografico come vincolo strutturale alla transizione verde e digitale, mentre il Rapporto Draghi sulla competitività europea ha evidenziato come la carenza di capitale umano e l’invecchiamento della popolazione rappresentino uno dei principali rischi sistemici per la crescita, l’innovazione e la coesione sociale dell’Unione. Non si tratta più solo di politiche sociali, ma di un tema centrale di competitività economica e territoriale.
Il paradosso emerge se si guarda alla storia delle politiche di sviluppo sostenibile. Il rapporto Brundtland (Our Common Future, 1987) introdusse una visione fondata sull’equilibrio tra dimensione economica, sociale e ambientale, anticipando il modello del Triple Bottom Line: People, Planet, Profit. In quell’epoca, però, la dimensione “people” era data per acquisita. Il problema non era la scarsità di popolazione, ma l’eccesso di crescita demografica, come già evidenziato dal rapporto The Limits to Growth del Club di Roma (1972).
Oggi lo scenario si è ribaltato. Dopo decenni di attenzione prioritaria alla dimensione ambientale – culminata nello European Green Deal e nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite – e dopo una lunga fase in cui la crescita economico-finanziaria ha dominato il dibattito globale, la questione demografica emerge come il vero fattore critico. Senza nuove generazioni, il rischio non è solo quello di non riuscire a “nutrire” il futuro, ma di non avere più nessuno che lo abiti. In termini competitivi, questo significa territori sempre meno in grado di attrarre e trattenere persone, competenze e imprese.
In questo contesto, la dimensione “people” non è più una variabile accessoria, ma la condizione di possibilità dello sviluppo sostenibile e della competitività territoriale. È anche per questo che oggi assume un ruolo centrale nei framework ESG. La “S” di social richiama direttamente la capacità di investire sulle persone: lavoro di qualità, inclusione, welfare, capitale umano e sociale. Senza questa componente, la sostenibilità resta incompleta e la competizione tra territori si gioca su basi fragili.
L’attrattività non è più legata solo a incentivi o a grandi opere, ma alla possibilità concreta di vivere bene. Servizi educativi e di cura, accessibilità alla mobilità, tempi di vita compatibili, relazioni di comunità e opportunità per bambini, giovani e anziani diventano fattori decisivi. Nei territori che non riescono a garantire un livello adeguato di servizi si innesca una spirale regressiva: meno persone, meno servizi, minore attrattività.
Il tema diventa ancora più rilevante se letto alla luce delle tre grandi transizioni in corso: ambientale, demografica e digitale. La crisi climatica impone scelte radicali sull’uso delle risorse; la transizione digitale ridefinisce lavoro e accesso ai servizi; la transizione demografica determina chi potrà realmente beneficiare di questi cambiamenti. Senza persone, le altre due transizioni rischiano di produrre territori tecnologicamente avanzati ma socialmente vuoti.
È in questo quadro che si inserisce l’economia della saturazione, intesa come evoluzione dell’economia circolare. Se la circolarità si concentra su materiali, energia e processi produttivi, la saturazione estende lo stesso principio ai sistemi territoriali e sociali: usare meglio ciò che già esiste prima di aggiungere nuove risorse. Spazi sottoutilizzati, infrastrutture dormienti, servizi parzialmente accessibili, ma anche competenze e reti sociali rappresentano un capitale spesso invisibile.
L’economia saturata consente così di aumentare servizi a costo zero o a costo marginale, semplicemente saturando capacità già presenti: edifici pubblici utilizzati solo in alcune fasce orarie, mezzi di trasporto sottoutilizzati, servizi progettati per singole categorie che possono essere aperti a più destinatari. In questo modo, i territori possono migliorare la propria offerta per le persone, senza nuovo consumo di suolo, senza nuove infrastrutture e senza aumentare la spesa pubblica, rafforzando la propria attrattività.
Questo cambio di paradigma richiede anche un’evoluzione della governance. Non basta la condivisione delle risorse: serve la co-azione, ovvero la capacità di progettare e gestire insieme, in modo coordinato tra istituzioni, imprese, comunità locali e terzo settore. È in questo quadro che prende forma una People-centred Development Strategy, orientata a costruire alleanze operative capaci di generare valore condiviso e di riattivare capitale territoriale oggi sottoutilizzato.
Naturalmente, innovare non è mai un processo lineare. Come ricordava Niccolò Machiavelli ne Il Principe (1513), introdurre “nuovi ordini” significa esporsi a resistenze e rischi. Ma oggi il pericolo maggiore non è cambiare, bensì restare fermi, continuando a replicare modelli pensati per un mondo che non esiste più. Nella competizione tra territori, l’immobilismo equivale alla perdita di posizionamento.
Per questo, accanto alle visioni, diventa decisivo lo storytelling delle cose fatte. Raccontare esperienze concrete – nella mobilità, nell’abitare, nei servizi e nelle infrastrutture culturali – in cui risorse esistenti sono state riorganizzate e messe a sistema consente di rendere visibile l’economia della saturazione come pratica reale. È qui che l’economia circolare si completa, trasformandosi in economia saturata, capace di generare nuovo valore senza nuovo consumo di risorse.
In questa prospettiva, la competizione tra territori non si gioca più solo sulla quantità di investimenti, sulla dotazione infrastrutturale o sulla capacità di attrarre capitali, ma anche – e sempre più – sulla capacità di generare i migliori servizi per le persone. I territori che sapranno integrare crescita economica, sostenibilità ambientale e qualità dei servizi alle persone saranno quelli più attrattivi per famiglie, giovani e competenze. È qui che si misura oggi la vera competitività territoriale: nel servire meglio le persone, utilizzando in modo intelligente ciò che già esiste.
In copertina: foto di Theo Laflamme, Unsplash
