Quando ha iniziato a occuparsi di questi temi, Matt Jones era solito lanciare una sfida: trovare un’attività economica che non dipendesse, in qualche modo, dalla biodiversità. “Non sono mai stato smentito”, racconta oggi. “Nessuno è mai riuscito a farmi un esempio di un business che non dipenda dalla biodiversità.” Lo dice durante una puntata di Nature Insights: Speed Dating with the Future, il podcast dell’IPBES, la massima autorità scientifica mondiale su biodiversità e servizi ecosistemici.

Jones è uno degli autori del Business and Biodiversity Assessment Report, pubblicato oggi, 9 febbraio, un rapporto che mette nero su bianco più messaggi intrecciati tra loro. Il primo è tanto semplice quanto inequivocabile: ogni attività economica dipende dalla biodiversità, direttamente o indirettamente. Dalla multinazionale farmaceutica alla parrucchiera di un piccolo paese, non esiste impresa che non poggi sui sistemi naturali.

Il secondo messaggio è il rovescio della medaglia e riguarda gli impatti che il mondo del business ha sulla biodiversità. La crescita dell’economia globale degli ultimi decenni è avvenuta erodendo proprio quel capitale naturale da cui dipende. Il risultato è una perdita di biodiversità a ritmi senza precedenti, che oggi non rappresenta solamente un problema ambientale, ma anche un rischio sistemico: per l’economia, per la stabilità finanziaria e per il benessere umano.

“Questo rapporto mostra che la natura riguarda tutti e che la conservazione, il ripristino e l’uso sostenibile della biodiversità sono fondamentali per la sostenibilità e il successo delle imprese”, ha ricordato il Luthando Dziba, segretario esecutivo dell’IPBES, durante la presentazione del rapporto. “Inoltre, il rapporto evidenzia che, sebbene le imprese abbiano contribuito all’innovazione che ha migliorato il tenore di vita, lo stesso successo ha avuto un costo per la biodiversità. Gli esperti hanno lavorato duramente per sintetizzare le conoscenze, aiutandoci a comprendere la situazione e a individuare modi per invertire questa tendenza.”

Opportunità di crescita perse

Approvato durante la 12ª sessione della plenaria dell’IPBES a Manchester, il Business and Biodiversity Assessment Report è il frutto di oltre tre anni di lavoro di quasi 80 esperti, provenienti da 35 paesi e discipline diverse. "Questo rapporto attinge da migliaia di fonti, mettendo insieme anni di ricerca e pratica in un unico quadro integrato che mostra sia i rischi legati alla perdita della natura per le imprese, sia le opportunità che queste hanno per contribuire a invertire la rotta", sottolinea Matt Jones.

Tra il 1820 e il 2022, l’economia globale è cresciuta da 1,18 a 130,11 migliaia di miliardi: un salto enorme, realizzato senza integrare il valore della biodiversità nei sistemi economici e finanziari. Le conseguenze sono evidenti: il declino della natura, ignorato nei bilanci e nelle decisioni economiche, ha generato esternalità negative e crescenti disuguaglianze, con alcune regioni che hanno beneficiato molto meno della crescita economica, mentre il capitale naturale continua a degradarsi.

In tutto il mondo, migliaia di miliardi di dollari scorrono ogni anno attraverso sistemi finanziari pubblici e privati. Ma gran parte di questo denaro non sostiene la natura: solo una minima parte è destinata alla sua conservazione, mentre il resto contribuisce al suo degrado. “L’attuale sistema economico e finanziario non è progettato per garantire la sostenibilità della biodiversità, il che a sua volta porta all’insostenibilità delle imprese stesse”, ricorda Stephen Polasky, professore e co-autore del rapporto.

Secondo il documento, nel 2023 i flussi finanziari pubblici e privati con impatti negativi diretti sulla biodiversità hanno raggiunto i 7.300 miliardi di dollari. Di questa cifra, circa due terzi (4.900) provengono dal settore privato, mentre altri 2.400 miliardi arrivano dalla spesa pubblica, come sussidi che incentivano pratiche dannose per l’ambiente. Il quadro si fa ancora più preoccupante se guardiamo a quanto viene effettivamente destinato a proteggere e restaurare la natura: appena 220 miliardi di dollari, una frazione minima dei fondi disponibili, sono stati investiti nel 2023 in attività che favoriscono la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità.

Cosa può fare il mondo del business?

Uno dei risultati messi in luce dallo studio è che le aziende hanno un ruolo cruciale nell’arrestare e invertire la perdita di biodiversità. Come sottolinea la professoressa Ximena Rueda, co-autrice del rapporto, “tutte le imprese hanno la responsabilità di agire, indipendentemente dalle loro dimensioni, dalla loro sede o dal settore di appartenenza. Nel nostro rapporto offriamo più di 25 azioni concrete che le imprese possono intraprendere per assumersi le proprie responsabilità e gestire in modo più consapevole i propri impatti e le proprie dipendenze”.

Inoltre, “le aziende affrontano una serie di ostacoli nel tentativo di ridurre i propri impatti negativi e aumentare quelli positivi. Alcuni di questi derivano dalla mancanza di informazioni e di comprensione, mentre altri sono più sistemici, come la valutazione economica errata della biodiversità e della natura”, aggiunge Polasky. Molte aziende non dispongono ancora degli strumenti, dei dati o della consapevolezza necessari per misurare gli impatti o valutare rischi e opportunità legati al capitale naturale. Inoltre, molta della letteratura scientifica che analizza queste problematiche non è scritta per le imprese. Di conseguenza, il contributo della natura all’economia globale resta largamente invisibile nei bilanci e nelle strategie aziendali. A dimostrazione di quanto la biodiversità sia trascurata, è sufficiente citare questo dato che troviamo nel rapporto: meno dell’1% delle società quotate menziona i propri impatti sulla biodiversità all’interno dei loro report.

“La perdita di biodiversità è tra le minacce più gravi per il mondo del business”, racconta Stephen Polasky. “Eppure, la realtà è paradossale: per le aziende sembra spesso più redditizio degradare la biodiversità piuttosto che proteggerla. Il modello business as usual può essere sembrato profittevole nel breve termine, ma l'impatto cumulativo delle attività aziendali può generare effetti globali in grado di oltrepassare i punti di non ritorno ecologici. Il rapporto dimostra però che questo modello non è inevitabile: con le giuste politiche e una svolta culturale e finanziaria, ciò che fa bene alla natura è anche ciò che è meglio per la profittabilità. Per raggiungere questo obiettivo, il report fornisce gli strumenti necessari per adottare sistemi di misurazione e analisi più efficaci.”

Agire per proteggere e ripristinare la biodiversità non è un compito che le aziende possano affrontare da sole, richiede collaborazione su tutti i livelli. È necessario agire su più fronti: quadri politici, giuridici e normativi; sistemi economici e finanziari; valori sociali, norme e cultura; tecnologia e dati; capacità e conoscenze. Queste aree non funzionano a compartimenti stagni, ciò che succede in una influenza tutte le altre, modellando le decisioni e le azioni delle imprese. Il rapporto spiega quali sono le azioni che, a seconda del contesto, delle risorse e delle priorità, ciascun attore possa mettere in atto per contribuire a creare un ambiente favorevole per lo sviluppo di business sostenibili.

Metodi e strumenti

Tra i messaggi principali del report c’è anche il fatto che oggi le imprese dispongono già di metodologie, dati e conoscenze per agire concretamente. Esistono strumenti credibili e diversificati, adattabili al contesto aziendale, anche se la scelta dipende dal settore e dagli obiettivi specifici. Negli ultimi anni sono emersi numerosi quadri normativi e strumenti per misurare la biodiversità e gli impatti delle attività aziendali, sviluppati da organizzazioni, enti pubblici, ma anche da società di consulenza e startup.

Si tratta però di un panorama abbastanza frammentato, talvolta con framework complessi e sovrapposti o addirittura in contraddizione tra loro. Su questo punto, Jones ha ricordato, durante una puntata del podcast, un aneddoto emblematico emerso nel dialogo con un’impresa: “Una delle aziende mi ha detto: ‘Passiamo più tempo a cercare di capire le procedure di trasparenza, i quadri normativi e i metodi a cui dovremmo adeguarci, piuttosto che a stabilire cosa dobbiamo fare concretamente per gestire l’impatto che generiamo’”.

A questo si aggiunge il fatto che studi e ricerche non offrono ancora una copertura completa del rapporto tra economia e biodiversità. Nonostante molto lavoro sia già stato fatto, non tutti i settori sono analizzati in modo uniforme, né risultano pienamente rappresentate le diverse dipendenze dalla biodiversità o le specificità legate ai contesti geografici. Del resto, si tratta di un lavoro complesso che richiede tempo, dati e collaborazione.

“Uno degli aspetti fondamentali di questo rapporto è la sua capacità di chiarire quali metodi, metriche e strumenti politici siano più adatti alla scala di ciascuna azienda, portando chiarezza e coerenza nel modo in cui il business misura e rendiconta le proprie interazioni con la natura”, come evidenzia il professor Polasky. “Stiamo spostando il piano del discorso: dalle promesse volontarie di sostenibilità a una tabella di marcia basata su prove scientifiche per un cambiamento di sistema.”

Non esiste un unico metodo per misurare l’impatto del business sulla biodiversità. La valutazione richiede strumenti diversi, scelti in base al settore, al contesto geografico e agli obiettivi dell’analisi, dai dati scientifici al sapere locale e dei popoli indigeni.  Su questo punto, Rueda osserva infine che “tra le imprese c’è spesso una comprensione limitata e un riconoscimento insufficiente dei popoli indigeni e delle comunità locali come custodi della biodiversità e, di conseguenza, portatori di conoscenze fondamentali per la sua conservazione, il ripristino e l’uso sostenibile”.

 

In copertina: il lago inquinato di Geamăna, in Romania, foto Envato