“È una dinamica che si ripete: oggi l’Iran, in passato l’Ucraina, prima ancora l’Iraq. Ogni volta che c’è una crisi internazionale i prezzi del petrolio e, soprattutto, del gas aumentano. Il mondo sembra sorprendersene, l’Europa per prima, eppure sappiamo quanto la dipendenza dalle fonti fossili sia forte.” Michael Niederbacher, imprenditore altoatesino, CEO delle società TerraX e BiHcon, è al suo terzo mandato come vicepresidente dell’EBA, la European Biogas Association.
“Prima della pandemia consumavamo ogni anno circa 450 miliardi di metri cubi di gas naturale, di cui 78 miliardi solo in Italia e 100 in Germania, che però ha una popolazione molto più numerosa: 83 milioni di abitanti contro 58. Come consumo pro capite, l’Italia è tra i paesi più dipendenti dal gas: questo si riflette sui prezzi dell’energia.”
Dal biogas al biometano: un cambio di paradigma
In questo contesto il biometano emerge come una delle soluzioni più promettenti per rafforzare la resilienza di tutti i paesi europei. “Negli ultimi quindici anni il focus si è spostato dal biogas, con cui si producono elettricità e calore, al biometano, gas purificato che può essere immesso direttamente nella rete del gas naturale.” Perché questa trasformazione?
“L’Europa ha puntato molto sulla generazione di elettricità da fonti rinnovabili: nel corso degli anni fotovoltaico ed eolico sono diventati molto competitivi e il biogas oggi fatica a reggere quei prezzi, se non in nicchie specifiche.”
Il settore guarda quindi al biometano: “Anche con la futura crescita dell’elettrificazione, una quota importante di energia resterà sotto forma di molecole, soprattutto gas, che entro il 2050 dovrà essere rinnovabile”.
La domanda cresce, ma servono regole chiare
L’UE punta a produrre 35 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030. “Realisticamente, alla velocità attuale non ci arriveremo, quindi oggi si tende a includere anche il biogas nel conteggio, ma io penso che il target debba essere solo di biometano”, commenta Niederbacher. I numeri sono chiari: “Ora produciamo circa 18 miliardi di metri cubi di biogas e 6-7 di biometano. Bisogna accelerare molto”.
Il potenziale però è elevato: “Entro il 2050 potremmo arrivare a produrre 150 miliardi di metri cubi di gas rinnovabile, coprendo gran parte del fabbisogno, che nel frattempo diminuirà, sempre come conseguenza della maggiore elettrificazione. Da un consumo di gas pari a circa 450 miliardi nel 2020 siamo scesi a circa 332 miliardi nel periodo 2024-2025 [come emerge dall’EBA Statistical Report 2025, ndr], e potremmo arrivare a 100 entro metà secolo”.
Per raggiungere i target di produzione, però, “è necessario usare tutto il potenziale della biomassa e tutte le tecnologie: digestione anaerobica, gassificazione del legno e metanazione biologica”.
Agricoltura e sostenibilità: il ruolo del digestato
Uno dei temi più controversi riguarda il rapporto tra bioenergia e agricoltura. “Si teme una competizione tra food [alimentazione umana, ndr], feed [alimentazione animale, ndr] ed energy, ma non è così. Il settore è cambiato e i criteri di sostenibilità sono più rigorosi”, continua Niederbacher.
Per esempio, i nuovi impianti non utilizzano più le matrici tradizionali, come il silomais, un alimento zootecnico ottenuto dalla trinciatura della pianta di mais intera: “Oggi stiamo abbandonando le monocolture per lavorare con colture a rotazione e doppio raccolto nello stesso anno: in inverno energia, in estate alimenti”.
Un sistema che migliora anche la qualità del suolo: “Con le nuove tecniche agronomiche e con l’uso del digestato, residuo del processo di produzione del biogas, si aumenta la fertilità. Tra l’altro, oggi il digestato viene interrato, anziché essere distribuito in superficie, evitando dispersioni di sostanze e migliorando l’efficacia. Inoltre, tenere il terreno sempre coltivato, quindi coperto, nel corso dell’anno riduce l’erosione, evita la perdita di nutrienti e aumenta l’humus”.
Fondamentale nella produzione è anche l’uso e la valorizzazione di sottoprodotti agricoli e reflui zootecnici, come paglia, pastazzo di agrumi, stocchi di mais, sansa d’oliva, letame e liquami, in un’ottica di economia circolare e di sostenibilità. “In questo modo chiudiamo il ciclo del carbonio, dell’azoto e del fosforo.”
Le priorità per l’Europa: biomassa, infrastrutture e mercato
Se la direzione da seguire è chiara, servono però interventi concreti a livello europeo. “Il primo punto è la biomassa”, spiega Niederbacher. “Dobbiamo sbloccarne il potenziale e superare i pregiudizi. Food, feed ed energy possono essere parte di un sistema flessibile e resiliente, in cui l’energia dà comunque la precedenza ai primi due anelli della catena. Nel 2023, con la siccità, è già successo: alcune biomasse destinate agli impianti sono state utilizzate per alimentare gli animali.”
La strategia da perseguire è quella di una “sovrapproduzione sana”: “A livello agricolo si potrebbe produrre il 20-30% in più rispetto al fabbisogno alimentare e usare l’eccesso per il biogas e il biometano, destinandolo invece al food e al feed in caso di emergenza”. La sinergia tra i vari settori potrebbe favorire anche il recupero di terreni marginali e incolti, grazie a maggiori investimenti in tecnologie e agricoltura di precisione”.
Il secondo nodo da sciogliere riguarda la facilità di connessione all’attuale rete del gas, che può essere sfruttata per il biometano. “Bisogna spingere le società di trasporto e di distribuzione a collaborare. Se gli obblighi di allacciamento non vengono rispettati, non essendo previste sanzioni, lo sviluppo rallenta.”
Terzo punto, il mercato: “Il biometano può avere un bilancio carbon negative, perché evita le emissioni legate allo spandimento dei reflui zootecnici. Tuttavia, questo valore non è ancora pienamente riconosciuto”. Se lo fosse, “potrebbe contribuire in modo ancora più efficace alla decarbonizzazione, anche attraverso i meccanismi dell’Emission Trading System”.
Resta aperto anche il tema dei biofertilizzanti, a maggior ragione in un contesto come quello attuale, in cui il reperimento è più difficoltoso: “In Europa manca circa un terzo dell’urea e i prezzi sono triplicati. In futuro il fertilizzante sarà ancora più importante della molecola energetica. Bisogna lavorare per ottenere un target europeo per la produzione, ipotizzando anche dei sostegni economici per la filiera”.
Insomma, la direzione è tracciata, ma il tempo stringe: “Abbiamo le tecnologie, il know-how e le risorse”, conclude Niederbacher. “Ora servono decisioni politiche chiare, altrimenti rischiamo di perdere un’opportunità fondamentale per la transizione energetica europea. In questo contesto, l’Italia può giocare un ruolo centrale: è tra i paesi leader, se non il migliore, non solo nella produzione della molecola, ma soprattutto nella fornitura della tecnologia e nella capacità di innovazione.”
Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog di Ecomondo
In copertina: immagine Envato
