Anche l’Italia ora ha il suo quadro normativo per accelerare la transizione circolare delle batterie. Il 5 febbraio il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che adegua la normativa EPR italiana al regolamento europeo entrato in vigore nel 2023, con norme che per la prima volta coprono l’intero ciclo di vita delle batterie: dal design alla produzione, dalla tracciabilità alla raccolta e al riciclo.

Le categorie di accumulatori di energia elettrica compresi nel regolamento includono le batterie portatili; quelle per veicoli elettrici e mezzi di trasporto leggeri; batterie industriali e per i dispositivi di illuminazione. Per ciascun prodotto la Commissione UE ha fissato obiettivi diversi ma ugualmente sfidanti per una filiera in continua evoluzione tecnologica.

Il regolamento prevede che i produttori di batterie portatili garantiscano tassi di raccolta del 63% entro la fine del 2027 e del 73% entro la fine del 2030. Target che per l’Italia al momento sembrano irraggiungibili. Secondo i dati rilasciati lunedì 9 febbraio da Erion Energy, il consorzio del Sistema Erion dedicato alla gestione dei rifiuti di pile e accumulatori, nel 2025 il nostro paese ha raccolto solo il 31% delle batterie portatili esauste immesse sul mercato, ben al di sotto di Spagna (46%), Germania (55%) e Francia (50%).

Il pacchetto di misure comprende inoltre requisiti di performance, durata e sicurezza, con restrizioni sulle sostanze pericolose, tra cui mercurio, cadmio e piombo, oltre al calcolo obbligatorio sull’impronta di carbonio delle batterie. Tra quest’anno e il 2027 le informazioni e l’etichettatura riguardanti la componentistica delle batterie e il contenuto riciclato saranno richieste sotto forma di codice QR, mentre per le batterie dei mezzi di trasporto leggeri, industriali e dei veicoli elettrici, sarà necessario un “passaporto digitale delle batterie”. Gli obblighi sulla gestione dei rischi sociali e ambientali della supply chain, invece, sono stati posticipati all’agosto del 2027 nell’ambito del pacchetto di semplificazione Omnibus IV.

I problemi nella raccolta delle batterie portatili

Esistono diverse ragioni che spiegano una percentuale di intercettazioni delle batterie esigua. “Sono un tipo di rifiuto piccolo che viene facilmente dimenticato nei cassetti dagli italiani”, dice a Materia Rinnovabile Laura Castelli, direttrice generale di Erion Energy. “Ma spesso vediamo che vengono conferiti tra i rifiuti indifferenziati oppure nel raggruppamento RAEE R4, ovvero nei piccoli elettrodomestici”.

La normativa sulla gestione dei rifiuti richiede una separazione a monte di tutto ciò che può essere raccolto in maniera differenziata, poiché mescolare tipologie di rifiuti diversi, come le batterie e i RAEE, non permetterebbe di gestire eventuali criticità nella gestione di sostanze tossiche.

Dall’indagine Sostenibilità e consapevolezza realizzata di IPSOS Doxa Italia per Erion, emerge che i cittadini preferirebbero conferire in contenitori nei supermercati e in aree facilmente accessibili al pubblico come negozi, parchi, fiere, stazioni. La consapevolezza è diffusa, ma spesso questa non corrisponde a un comportamento corretto. Secondo Castelli, il concetto di desiderabilità sociale spiega bene la dinamica per cui tutti sanno dove portare le batterie esauste, ma per pigrizia non lo fanno.

Nonostante i tassi di raccolta ancora scarsi, Erion Energy lo scorso anno ha intercettato 6.200 tonnellate di batterie, l’8% in più rispetto al 2024, una quantità che ha permesso di riciclare quasi 3.000 tonnellate di piombo, 1.600 tonnellate di ferro e quasi 400 tonnellate di zinco, pari a quasi 64 milioni di monete da 1 euro.

“Non basta raccogliere di più: occorre raccogliere meglio, riducendo le impurità, migliorando la tracciabilità e garantendo flussi omogenei e sicuri lungo tutta la filiera”, commenta a Materia Rinnovabile Giovanni Rosti, amministratore delegato di Haiki+. “È necessario rafforzare la capillarità dei punti di conferimento, armonizzare i sistemi territoriali e investire in campagne strutturate di informazione ai cittadini.”

Secondo Rosti l’imminente decreto nazionale di adeguamento può rappresentare “un passaggio determinante per consolidare un sistema più efficiente, trasparente e orientato ai risultati”. Ma parallelamente è anche essenziale “investire in impianti e tecnologie avanzate per il recupero delle materie prime critiche”, che rappresentano “una leva strategica per l’autonomia e la competitività del paese”. Affinché “questo potenziale si traduca pienamente in risultati concreti”, aggiunge Rosti, “è però necessario un impegno condiviso: dalle istituzioni chiamate a definire un quadro normativo stabile ed efficace, alle imprese della filiera, fino ai cittadini, attori fondamentali di una raccolta consapevole e di qualità."

Mancano gli impianti di trattamento della black mass

Per soddisfare le esigenze elettrochimiche di ogni dispositivo, nel mondo vengono fabbricate ogni anno decine di miliardi di batterie di diverso genere: dalle batterie alcaline o zinco-carbone usate nei telecomandi a quelle al piombo-acido impiegate per l’avviamento del motore termico delle automobili, fino alla crescita esponenziale degli accumulatori agli ioni di litio, sempre più diffusi a causa dell'elettrificazione dei mezzi di trasporto.

In una filiera così eterogenea, Bruxelles ha scelto di spacchettare gli obiettivi in tre categorie: tassi di recupero di materiali del catodo e dell’anodo, includendo cobalto, rame e nichel; percentuali di efficienza di riciclo e livelli minimi di contenuto riciclato, che, nel caso delle nuove batterie EV, a partire dal 2031 dovranno risultare pari al 16% per il cobalto, l’85% per il piombo, il 6% per litio e nichel.

A oggi esistono diversi processi di riciclo. Quello delle pile alcaline, per esempio, avviene tramite triturazione meccanica in impianti dedicati; tuttavia in Italia, una volta ottenuta la black mass − una polvere scura ricca di metalli come litio, nichel e manganese − non esistono ancora infrastrutture specializzate in grado di trattarla per nuove batterie. Per questo motivo, il materiale viene esportato all’estero.

Dal 15 gennaio scorso Reinova, insieme ad A&C Ecotech e al gruppo BTS & Saker, ha annunciato l’entrata in piena operatività dell’hub industriale di Soliera, in provincia di Modena. L’impianto è in grado di produrre black mass dal trattamento delle batterie esauste NMC (nichel-manganese-cobalto) e LFP (litio-ferro-fosfato) e prevede una capacità annuale di pretrattamento di circa 12.000 tonnellate, con un livello di purezza della black mass pari al 99,6%. “Al momento non disponiamo ancora di volumi significativi di batterie agli ioni di litio, il che rende difficile attrarre investimenti in impianti in grado di coprire l’intera filiera, dalla selezione iniziale fino al recupero delle materie prime”, spiega Laura Castelli, che indica Francia e Germania tra i paesi oggi più all’avanguardia nel campo del riciclo.

Ora che gli obiettivi e le regole del gioco sono state decise, la palla passa al Centro di coordinamento nazionale pile e accumulatori, l’organismo per l’EPR italiano che dovrà promuovere design più circolari, sostenere campagne di sensibilizzazione per i cittadini, e mettere in piedi una filiera del riciclo ancora sottosviluppata.

Leggi anche: RAEE, la miniera urbana che l’Europa non può più permettersi di sprecare

 

In copertina: immagine Envato