Intelligenza artificiale, transizione energetica, equilibri geopolitici sempre più instabili. In un tempo in cui il cambiamento corre a tutta velocità, l’autonomia tecnologica non è più solo un’opportunità, ma un pilastro della sicurezza nazionale e della sovranità europea. Per raggiungerla è necessario mettere in relazione la ricerca pubblica e privata con il mondo delle imprese, ma anche con le persone e i bisogni della società: un fattore tutt’altro che scontato in un contesto globale segnato da nuove derive autoritarie. Se l’Europa sembra averlo finalmente compreso, l’Italia resta in ritardo, con bassi livelli di innovazione nonostante una ricerca di altissima qualità.
Sono questi i temi emersi dall’incontro For a human-centered future. Ricerca e industria per l’Europa di domani, organizzato il 9 febbraio dalla Fondazione Bruno Kessler (FBK) al Tecnopolo DAMA di Bologna, uno dei luoghi simbolo della ricerca di frontiera in Italia e sede di uno dei più potenti supercomputer al mondo, per discutere del nuovo programma quadro europeo per la ricerca.
L'Europa nel contesto globale
Se la strada verso un futuro “centrato sugli esseri umani” deve passare dall’Europa, molto resta da fare. L’Unione, ha spiegato il presidente di FBK Ferruccio Resta, deve smettere di essere “un mero acquirente di tecnologie” e tornare a essere il luogo in cui la scienza si trasforma in industria scalabile.
Le criticità emergono anche dall’analisi dei programmi europei di finanziamento alla ricerca. “Solo l’8-9% dei progetti Horizon è dedicato al digitale, una quota insufficiente per competere con Stati Uniti e Cina”, osserva Marco Perego, direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. Una ricerca che, aggiunge, resta spesso confinata “ai livelli applicativi, trascurando le tecnologie fondazionali”, rendendo l’Europa vulnerabile e dipendente da piattaforme hardware estere.
“In un contesto in cui nessuno può più farcela da solo”, conclude Resta, “l’Europa deve rafforzare la propria capacità di investire sulle tecnologie di frontiera per tornare competitiva e protagonista”.
Il paradosso italiano: ottima ricerca, scarsa trasformazione
Per l’Italia, osserva Ferruccio Resta, la sfida è ancora più urgente. Il paese vive un paradosso strutturale: “Vantiamo una produzione scientifica di altissima qualità, con molte pubblicazioni tra le più citate a livello internazionale, ma falliamo nel tradurre questo capitale in asset industriali e brevetti”. Non a caso l’Italia è agli ultimi posti per investimenti in deep tech, una debolezza che si riflette sul sistema produttivo. “Il 60% delle imprese manifatturiere dichiara di fare innovazione, ma per due terzi si tratta solo di innovazione di processo o ambientale. Solo il 20% introduce prodotti realmente nuovi sul mercato.”
Un ritardo che, oltre da Francia e Germania, vede ormai l’Italia superata anche dalla Spagna in diversi settori, dall’economia circolare alla medicina. Particolarmente critico, aggiunge Resta, è il disinteresse verso le tecnologie di frontiera, dalle neuroscienze al calcolo quantistico.
A pesare ulteriormente è la difficoltà di trattenere capitale umano qualificato. L’Italia intercetta meno risorse europee per la ricerca di quante ne contribuisca a finanziare, in un saldo negativo ormai strutturale. Ma il dato più allarmante riguarda i talenti: per ogni ricercatore straniero che arriva, nove italiani lasciano il paese, e il 21% dei dottori di ricerca in ambito STEM formati in Italia lavora all’estero. “Non esiste competitività senza ricerca, né crescita senza persone”, ha ricordato la ministra Anna Maria Bernini, presente in videocollegamento. Ma la strada per investire davvero nel fattore umano – dai salari alle condizioni di lavoro dei ricercatori – appare ancora lunga.
Frontiere tecnologiche, innovazione e sostenibilità
In questo quadro critico, la Fondazione Bruno Kessler vuole rappresentare un contrappunto positivo. L’ente trentino investe da sempre nelle tecnologie di frontiera, dall’intelligenza artificiale al calcolo quantistico, e ha recentemente sviluppato il primo “qubit” interamente italiano. Grazie alle Clean Room, sensori flessibili e microelettronica miniaturizzata stanno portando l’oncologia di precisione direttamente nei cateteri, fornendo dati clinici in tempo reale. A tutt'altra scala, grazie a una collaborazione con Rete ferroviaria italiana, la Fondazione ha prodotto il primo veicolo ferroviario a guida autonoma in Italia, capace di ispezionare le linee ad alta velocità in tempo reale.
La filosofia di FBK, dichiara Resta, è costruire un’intelligenza artificiale “human-centered”, uno strumento al servizio delle persone che favorisce interazioni uomo-macchina flessibili e collaborative. Tra le applicazioni più recenti, anche l’agricoltura di precisione, che ottimizza l’uso dell’acqua e riduce gli impatti dei cambiamenti climatici.
Su clima e sostenibilità, spiega Resta a Materia Rinnovabile, finora è persistita una certa confusione tra sostenibilità e innovazione: “Sono due obiettivi diversi, anche se non ortogonali. Spesso le abbiamo scambiate o messe in contrapposizione, mentre sono strumenti che possono servire allo stesso scopo”. L’economia circolare, per esempio, richiede di tracciare i materiali fino al fine vita, e per farlo il digitale diventa cruciale.
"Costruire l’AI, non solo regolarla"
Anche le politiche europee, secondo Resta, hanno talvolta confuso mezzi e fini: “L’obiettivo è la decarbonizzazione, il passaggio all’elettrico è uno strumento. Questo ha generato resistenze”. Il decisore politico, conclude, deve mantenere la “barra dritta” sulla decarbonizzazione, restando neutrale sulle tecnologie, compreso il nucleare, fondamentale per garantire “l’energia continua e sicura richiesta dai data center e dall’AI”.
Secondo Resta, Europa e Italia devono cambiare paradigma: dalla logica dei sussidi a quella dell’investimento strategico. Non basta regolare l’intelligenza artificiale, occorre svilupparla, puntando su infrastrutture di supercomputing europee, piattaforme di robotica e AI per la manifattura, investimenti per far crescere le startup tecnologiche e il riconoscimento della manifattura come asset di sicurezza geopolitica. Solo governando la discontinuità tecnologica con visione, pragmatismo e centralità della persona, conclude Resta, l’Italia può smettere di essere comprimaria e diventare protagonista dell’innovazione globale.
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In copertina: foto di Marco Ranocchiari
