
Questo articolo fa parte del canale tematico The Carbon Observer: iscriviti alla newsletter
Il 14 settembre scorso, nella città di Wuhan si è tenuta la seconda riunione di alto livello della nuova Open Coalition on Compliance Carbon Markets, ospitata per l’occasione dal governo cinese. Di cosa si tratta? Dall’adozione dell’Accordo di Parigi nel 2015 e poi, in particolare, con la COP26 di Glasgow dell’immediato post-pandemia, il mondo delle politiche internazionali sul clima ha visto nascere, raramente crescere, più spesso fallire un numero non banale di iniziative volte a spingere l’azione climatica “da fuori”.
Molte delle iniziative lanciate da governi e attori multilaterali a Parigi erano già morte o morenti ai tempi di Glasgow. Altre nate nella COP scozzese − pensiamo alle molte promesse sullo stop all’estrazione di risorse fossili oltremare, agli impegni sull’elettrificazione, sul metano, sulla deforestazione − sono poi rimaste al livello dell’impegno politico o lettera morta, in ogni caso quasi mai arrivando a un livello di maturazione istituzionale tale da dotarsi di una struttura, un segretariato, un sito web. Chi come me era presente a Glasgow ricorderà i concitati momenti della seconda settimana di quella COP, con l’allora premier britannico Johnson che correva da un ufficio all’altro, tra le varie delegazioni nazionali, per far firmare ai governi allineati dichiarazioni d’intenti tematiche.
La Open Coalition on Compliance Carbon Markets (coalizione aperta sui mercati del carbonio, potremmo dire, giurisdizionali, quindi tasse sul carbonio o sistemi ETS) nasce in un contesto politico molto diverso e con premesse forse più promettenti. Si tratta innanzitutto di una cornice di collaborazione ad alto livello tra governi, lanciata durante la COP30 dal Brasile, paese padrone di casa, e partecipata e cogestita dall’Unione Europea e dalla Cina. Il suo primo ed evidente valore aggiunto sta proprio nella capacità di questa nuova formazione di tenere insieme Bruxelles e Pechino sulle politiche climatiche in un momento altrimenti drammatico dal punto di vista delle frizioni internazionali, in particolare in riferimento al tema del clima, quasi disertato, e a quello politicamente caldo dell’energia.
Il punto di contatto in questo caso sono i mercati regolati delle emissioni di carbonio, perimetro entro il quale l’Unione Europea e la Cina collaborano già da anni sulla base del supporto europeo allo sviluppo e alla ripartenza del sistema ETS cinese. Un partenariato, quindi, tra l’economia con il sistema più anziano e maturo del mondo (quella europea) e quella con il sistema più vasto in termini di copertura nazionale e di emissioni (quella cinese), mediato da un paese che solo oggi si appresta a completare la costruzione del proprio ETS: il Brasile.
La vicenda politica e diplomatica che ha portato al lancio della coalizione a Belém durante la COP30 può risultare ininfluente a posteriori, ma chiarisce alcune dinamiche e alcuni non detti. Nei giorni immediatamente precedenti alla COP30, infatti, il Brasile aveva fatto il passo più lungo della gamba sul piano diplomatico, annunciando una nuova coalizione, con la presenza dell’UE e della Cina, sull’armonizzazione e l’interoperabilità dei mercati del carbonio. Il termine “armonizzazione” è poi sparito dai successivi comunicati, sebbene sia stato ripreso in più occasioni da alcuni partner durante i primi incontri del gruppo. Questa dinamica illustra il più ampio dibattito sulla necessità di lavorare sull’interoperabilità dei sistemi ETS a livello internazionale e, a cascata, anche su quella delle diverse normative nazionali sullo scambio di crediti, senza parlare forzatamente di armonizzazione. Il termine, seppur caro a Pechino, rischierebbe, in questo specifico contesto, di indicare una volontà − non presente da parte cinese − di adeguare il proprio sistema di validazione dei certificati di riduzione delle emissioni a quelli occidentali. È importante ricordare, in questo senso, che le CCER, i certificati cinesi validi per gli scambi di quote nell’ETS cinese, sono elaborati e validati interamente in Cina, senza interazioni con standard internazionali come Verra o Gold Standard.
Alla luce di queste iniziali tensioni, ma anche di una tutto sommato costruttiva volontà di collaborare sul dossier climatico da parte delle tre capitali, è possibile leggere il piano di lavoro della coalizione, adottato a Wuhan, con prospettive sicuramente più concrete rispetto alla maggior parte delle iniziative “dichiarative” del passato. Il piano, che prevede una fase iniziale di assestamento gestita da un segretariato online codiretto dai paesi membri, si articola in cinque filoni di lavoro, dei quali due prettamente amministrativi e tre tematici: convergenza nel design degli strumenti; monitoraggio, registri e interoperabilità; uso di crediti di carbonio di alta qualità e allineamento delle politiche con l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Ognuno di questi filoni merita una lettura critica, nel contesto di una collaborazione UE-Cina.
La ricerca di convergenza, o di strumenti operativi per costruirla, si innesta sul lavoro già presente da anni, come accennato, che vede la Commissione europea presente nella dinamica cinese nel ruolo di partner, potremmo dire, formativo. Pechino ha infatti attraversato anni di scarso funzionamento del proprio sistema ETS, ora nazionale ma originariamente innestato su piloti regionali e provinciali. Adesso che il sistema cinese è stato aggiustato e rilanciato, con una fase di graduale uscita dall’allocazione libera per arrivare a un pieno prezzaggio dei certificati sul mercato interno entro il 2030, da quella passata collaborazione (mai interrotta, neanche nei momenti di maggiore frizione politica) nasce parte di questo nuovo partenariato e – politiche e dichiarazioni di alto livello a parte – anche le relazioni contano: gli staff della Commissione UE e del ministero di Pechino si conoscono da anni, hanno lavorato insieme ormai su molti dossier, e questo aiuta.
Il lavoro sul monitoraggio (in gergo MRV: monitoring, reporting, verification), sui registri e sull’interoperabilità apre lo schema a interazioni con altri paesi, soprattutto nell’ottica della costruzione di capacità ministeriale in capitali a oggi sprovviste di strumenti sofisticati o in evoluzione per il prezzaggio delle emissioni. Sia a Bruxelles sia a Pechino, infatti, è evidente che l’elemento necessario per un’ulteriore e decisiva espansione dei sistemi di prezzaggio del carbonio a livello globale − oggi, tra tasse e sistemi ETS, queste politiche coprono circa il 30% delle emissioni globali − è rappresentato dalla costruzione di strumenti minimi per il controllo delle politiche a livello nazionale, spesso estremamente difficili non solo da innestare, ma anche da mantenere operativi nel tempo (per dirla con il linguaggio della cooperazione, in termini di sostenibilità dopo la fine del progetto).
È importante segnalare che un discreto numero di attori privati e filantropici sembra manifestare, negli ultimi mesi, un inedito interesse in questo settore, basato sulla comprensione che almeno parte dell’ambizione dell’Accordo di Parigi potrebbe sopravvivere proprio grazie all’espansione dei sistemi di prezzaggio, dinamica peraltro spinta anche dall’entrata in vigore dei sistemi europei e britannici di aggiustamento alle frontiere (CBAM).
L’ultimo filone di lavoro, quello sull’utilizzo dei crediti di carbonio in interazione con l’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi, chiude questo cerchio creando la connessione, ora anche politica, tra i mercati nazionali e quelli internazionali sotto l’egida dell’ONU, finalmente sulla via di una maggiore e reale operatività dopo le decisioni sulle regole minime di ingaggio adottate nel 2024 a Baku e, per quanto riguarda in particolare gli standard metodologici sotto l’Articolo 6.4, ora in via di definizione dopo COP.
L’Unione Europea sta costruendo un proprio approccio all’integrazione dei crediti di carbonio nelle politiche climatiche domestiche e internazionali, con una cauta riapertura nel 2025 ora sostanziata (come abbiamo visto in un precedente articolo di The Carbon Observer) nella costruzione di una domanda di crediti sempre più precisa per il periodo 2036-2040. Non sorprende che un paese come il Brasile, storicamente attivo nel settore dei crediti di carbonio, sia tramite il vecchio sistema ONU del Clean Development Mechanism sia nei mercati volontari, voglia supportare oggi questo tipo di lavoro. È invece di primaria importanza l’apertura cinese su questo filone, peraltro all’interno di una coalizione che gli scienziati politici definirebbero, almeno in questa fase, minilaterale. La Cina, infatti, non ha mai ufficialmente segnalato una propria volontà politica di partecipare ad accordi bilaterali o multilaterali sotto l’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi, anche se numerosi osservatori avevano definito, nell’ultimo anno, un cambio di approccio a Pechino come imminente e tenuto nascosto, tutto sommato, in piena vista.
La Open Coalition continuerà ora a lavorare dietro le quinte in vista del prossimo appuntamento di alto livello, il terzo, che si terrà in Italia, a Firenze, nel maggio 2027, ospitato nuovamente dall’Istituto Universitario Europeo, come nel caso di un incontro di lavoro intermedio tenutosi alcuni mesi fa. Nel frattempo, sono previsti incontri di livello tecnico, probabilmente con un aggiornamento globale sugli sviluppi dell’iniziativa previsto durante la COP31, a novembre. Intanto gli stati membri continuano ad aumentare di numero (sono 11 a oggi, con l’ingresso di Regno Unito, Francia, Germania, Turchia, Singapore, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia), e questo porterà sicuramente già nei prossimi mesi i tre governi fondatori a porsi lecite domande sulla governance dell’esperimento, che, come atteso, si trasformerà lentamente da minilaterale a plurilaterale, in ogni caso sotto la spada di Damocle del risultato delle elezioni brasiliane.
In copertina: Wuhan fotografata da Andrew Horne via WikiCommons
