Ingegnera, eurodeputata del Partito Democratico dal 2024, membro delle commissioni ambiente (ENVI), industria e ricerca ed energia (ITRE) del Parlamento europeo, Annalisa Corrado è la responsabile nazionale del PD per la conversione ecologica, il clima e la green economy. È tra le figure che hanno lavorato alla proposta sull'energia che Elly Schlein ha inviato alla presidente del Consiglio a metà settembre e la mente della strategia ambientale ed energetica del Partito Democratico. L’abbiamo intervistata per approfondire la proposta.
La lettera di Elly Schlein a Giorgia Meloni ha fatto rumore: una proposta che attraversa gli schieramenti, 14 miliardi di euro, cinque interventi concreti. Che senso ha questa mossa?
Sull'energia sono tre anni e mezzo che produciamo tutta una serie di proposte che sostanzialmente restano inascoltate. Dal governo è arrivato un pezzettino sulla riforma dell'acquirente unico, un pezzettino sul sostegno ai PPA, però senza portarli fino in fondo: lì, o fai sul serio oppure resta solo un titolo che non ha la possibilità di cambiare le cose. Noi siamo sempre stati molto inclini a mettere a disposizione le nostre proposte, banalmente perché la situazione dell'energia è drammatica. A mio avviso è una forma di responsabilità dire “secondo me questa è una buona idea, prova a metterla a terra tu, visto che governi”. Forse ha fatto più scalpore quest'ultima volta, ma non è una novità: più volte Elly Schlein ha richiamato a una responsabilità condivisa, anche sul femminicidio. Di fronte al PUN sopra i 200 euro a megawattora, di fronte alle fabbriche che sospendono la produzione e alle persone che non riescono a pagare le bollette, o a curarsi, o a mangiare cibo di qualità, è chiaro che siamo a una soglia che è oltre l'emergenza. Da lì l'idea di condividere le proposte.
Dove andrebbero, concretamente, quei 14 miliardi?
La preoccupazione era che anche questi fondi da Bruxelles fossero usati in mancette, spese vive, a perdere, che non intaccano minimamente la struttura del perché perdiamo così tanti soldi. Per fortuna c'è l'Europa, che ha detto: potete usare dei soldi per l'energia, ma devono essere investimenti. Anche perché sono a prestito, e se non fai un investimento a prestito sei matto. Quindi abbiamo cercato intanto di rifinanziare cose che esistono già: il Conto termico e il fondo per il trasporto pubblico locale. Sono strumenti non abbastanza finanziati o addirittura definanziati dal governo, che già si conoscono, già funzionano: non c'è bisogno di inventarsi niente di nuovo. Poi la povertà energetica, non con mancette sugli oneri ma ristrutturando l'edilizia popolare, facendo in modo che quelle case non siano forni d'estate e frigoriferi d'inverno: era la grande esclusa dell'era del Superbonus, e a nostro avviso è diventata un'emergenza insieme a quella dell'abitare. Sul trasporto pubblico locale, i due miliardi e mezzo per il bollo auto, messi sul TPL, avrebbero avuto un impatto elevatissimo sui comuni che hanno richiesto infrastrutture che poi fanno per vent'anni la differenza. Si è voluta scegliere la logica dell'annuncio, del regalino, invece di cambiare le cose strutturalmente per centinaia di migliaia di persone. L'elettrificazione delle aziende è un altro pezzo fondamentale. In questo momento l'elettricità è gravata da due fenomeni. Il primo è la nostra dipendenza dal gas, che fa schizzare il prezzo altissimo. Il secondo è che la fiscalità sull'elettricità è molto più alta di quella sul gas: e questo è un artificio. La transizione sull'elettrico è rallentata perché i tempi di ritorno sono artatamente allungati da questa situazione. Quindi bisogna sostenere le piccole e medie imprese con strumenti appositi per l'elettrificazione, e nel frattempo spingere perché queste anomalie cambino. Infine, reti e accumuli, l'investimento strutturale per eccellenza: la penetrazione delle rinnovabili la gestisci bene se hai lavorato sulle reti, sugli accumuli, sul demand response.
Al di là delle reazioni di Conte e Bonelli, dal governo è arrivata una risposta?
A me non risulta. Anzi, c'è stata la pompa magna sul nucleare, come se il decreto cambiasse qualcosa. Se ne parla come se domani aprissimo il cantiere per le centrali. Il decreto parla di nucleare sostenibile, quindi non del nucleare che esiste già. Il nucleare che esiste già è fuori portata per l'Italia, sia perché non siamo una nazione in grado di investire soldi pubblici su questo tipo di cosa, sia perché, come sappiamo dalle altre esperienze in Europa, costa troppo, ci vuole troppo tempo, e a noi serve una soluzione domani mattina. Sui piccoli reattori o addirittura la fusione siamo super d'accordo che la ricerca debba andare avanti. Ma sui piccoli reattori ancora non si sa assolutamente nulla: né se in questi sei/sette anni riusciranno a risolvere brillantemente tutte le questioni aperte, né quanto costerà l'energia, né che tipo di impatto ambientale avranno.
ENI è un'azienda a preminente controllo pubblico: in questi mesi ha fatto extraprofitti, espande l'esplorazione di oil&gas, distribuisce dividendi e bonus generosi. Eppure il Governo non ci vuole mettere le mani. Come può contribuire di più alla transizione?
Non c'è una strategia del Governo. Una compagnia con queste competenze, questi fondi, queste risorse dovrebbe essere messa al servizio di una strategia industriale nazionale di transizione. Invece ragiona sul preservare sé stessa, senza un minimo contraddittorio del Governo, tant'è che Descalzi propone di sospendere l'ETS. Fanno la propria partita. Il problema è che il governo non fa la sua. Ultimamente abbiamo chiesto di tassare gli extraprofitti, ma per noi è un fallimento doverlo chiedere, perché sono tre anni e mezzo che diciamo che bisogna mettere le mani sui meccanismi perversi per cui questi extraprofitti si fanno. La proposta più importante è l'analisi della formazione del prezzo. Abbiamo questo annoso problema: il PUN in Italia è tre o quattro volte il TTF. In un paese sano dovrebbe essere due volte e mezzo. Tutto quel pezzo che balla dov'è? E perché? Secondo la prima parte del rapporto di ARERA esiste la possibilità che ci fossero stati fenomeni di trattenimento di capacità, e si parlava di miliardi solo per questa ipotesi. La seconda parte non è mai stata pubblicata. Quindi non sappiamo se qualcuno ha giocato con gli impianti del capacity market per tirare su il prezzo di tutto. Ci sono problemi oggettivi: la siccità, il caldo mostruoso, l'aumento della domanda. Ma il trascinamento speculativo è una delle ipotesi più probabili, e nessuno ci ha messo le mani. Zero. E poi c'è il TTF stesso, che in Europa stiamo mettendo in discussione: fissa un prezzo di mercato sull'ultimo prezzo di valore scambiato, mentre il resto sono contratti fissi con i produttori a prezzi molto più bassi. Quindi tu moltiplichi per quattro un valore che non è quello reale.
Se dovessi immaginare il ruolo di un'ENI futura? Ha competenze nell'esplorazione del sottosuolo che potrebbe usare anche per le materie prime critiche.
Potrebbe essere un leader della conversione, della transizione, non solo degli impianti da fonti rinnovabili ma di tutta l'infrastruttura energetica. Quello che ENI ha fatto nella storia è costruire un pezzo del modello italiano dell'energia. Questo modello va cambiato, il mondo lo dimostra: la Cina vuole diventare il primo elettrostato non perché è ecologista, ma perché ha visto che facendo il salto verso un'economia elettrificata c'è un vantaggio competitivo clamoroso. Parimenti al mondo fossile, il mondo della transizione ha bisogno di competenze, infrastrutture, capacità economiche, finanziarie, manageriali, relazioni. ENI ha tutte queste cose, solo che le gioca sul Novecento invece che su questo secolo.
Veniamo al programma del centrosinistra. Quali temi di transizione, decarbonizzazione ed economia circolare devono entrarci?
Il tema del programma è più mediatico che concreto. In Parlamento si sono già presentati disegni di legge comuni su cose importanti: lavoro, salario minimo, sanità. È un esercizio che si sta facendo da tre anni buoni, anche quando si governa insieme nelle regioni e nei territori: non si parte da zero. Con AVS e con il Movimento 5 Stelle questo è uno dei temi su cui siamo più allineati. Per noi il Green Deal non è una parolaccia: è una strategia industriale, di autonomia, di pace, quindi di libertà. Non c'è difesa comune senza indipendenza energetica. La decarbonizzazione ci serve per affrontare la crisi climatica, ma ci serve anche per abbattere le bollette. Stiamo lavorando a un disegno di legge comune che dovrebbe uscire prossimamente: dentro ci sono semplificazione e sburocratizzazione delle rinnovabili, e un lavoro ben fatto sulle aree idonee che non lasci tutti i problemi alle regioni. Abbiamo proposto una cabina di regia tra governo, regioni e Terna, cioè con gli enti tecnici, per stabilire per esempio le aree superidonee, perché non si faccia il pasticcio che si è fatto sulle aree idonee: i criteri si decidono insieme, le tipologie di impianti si individuano insieme, i luoghi secondo criteri che contengano anche le indicazioni tecniche della rete e la sua progettazione di medio e lungo termine.
Negli ultimi due anni è esploso il conflitto sui territori: eolico, fotovoltaico, data center, biogas. Come si ricostruisce il consenso?
C'è la proposta di un patto di solidarietà energetica territoriale. Chi riceve un impianto deve essere per legge consapevole di diventare anche beneficiario di un PPA che gli consente di avere un'energia a prezzo fisso, alla metà di quello che la pagava prima, per tutto il tempo in cui quel territorio ospiterà quell'impianto: per i cittadini, per gli enti locali, per le imprese. È un modo per una distribuzione più equa del beneficio di un intervento, ma anche per rendere il dibattito reale: diventano vocali anche coloro che sono favorevoli a quell'impianto, non soltanto chi è spaventato. Poi bisogna promuovere percorsi di facilitazione e di condivisione, e spingere gli investitori a essere presenti sui territori. Molto spesso i sindaci si trovano i faldoni con le proposte sulla scrivania senza aver mai incontrato nessuno, senza sapere qual è la reale idea dietro quell'impianto. In un clima in cui c'è la paura che le rinnovabili nascondano interessi esclusivamente speculativi, insieme alle autorizzazioni fantasma sugli stessi luoghi, la percezione di assedio si sostanzia. Non dobbiamo solo intervenire per imporre, sarebbe folle: dobbiamo intervenire per evitare che questo accada. E poi c'è tutta la partita delle comunità energetiche, su cui c'è una larghissima condivisione: le forze politiche in gioco ne sono state promotrici anche in Europa.
Parliamo di acqua: i fondi del PNRR sono stati spesi e gli obiettivi raggiunti, eppure siamo lontani da un'infrastruttura tecnologica e di governance davvero efficace. Che cosa proporreste a utility e imprese?
Intanto manca un pezzo nella domanda: il PNACC. La gestione dell'acqua nel nostro paese non può far finta di non passare per l'adattamento. Abbiamo un piano fatto benissimo, bellissime premesse, analisi super approfondite, ma nelle proposte politiche è molto scarso, e soprattutto è scarso di fondi, perché non ce n'è uno. La parte del ripristino della natura legata all'acqua è fondamentale. L'idea che alcuni propongono, che cementificare, realizzare dighe e infrastrutture sia la soluzione, è completamente fallace. È chiaro che le infrastrutture vanno completate e riqualificate: ci sono tantissimi invasi inutilizzabili, bisogna risolvere il problema dei detriti che vi si sono accumulati, che anche per l'idroelettrico tagliano tantissimo il potenziale di produzione. Ma far finta che non ci sia in mezzo anche la natura, la resilienza nei tempi della crisi climatica, è lasciare fuori un pezzo del discorso. In Europa dovrebbe finalmente arrivare la strategia sull'adattamento, di cui si è già parlato in alcuni documenti sulla resilienza idrica di cui sono stata anche relatrice ombra. In Italia non c'è mai stata abbastanza strategia di utilizzo. Non se ne parla mai: chiunque può coltivare qualsiasi cosa, si può autorizzare qualsiasi azienda o industria senza che qualcuno metta insieme tutte le richieste di acqua. Per alcune zone dell'Italia questo è drammatico. La Sicilia, con le capre che bevevano il fango, ce la ricordiamo: hanno dovuto espiantare gli agrumeti, le città sono rimaste senza acqua, le scuole chiuse. Di questo parliamo.
Materie prime critiche: l'Europa si è dotata del Critical Raw Materials Act, ma con una dotazione di poco più di 3 miliardi, contro i 100 di investimenti statunitensi. Quanto conta l'indipendenza sulle materie prime, per l'Italia e per l'Europa?
Il Circular Economy Act per noi è fondamentale da questo punto di vista: tutto quello che entra in Europa deve restarci il più a lungo possibile, con la maggiore efficienza ed efficacia possibile, le materie critiche ma anche quelle strategiche. Tutti gli atti a cui stiamo lavorando vanno in questa direzione: il Raw Materials Act, il Circular Economy Act, l'Industrial Accelerator Act, l'elettrificazione. Il nodo in questo momento, come giustamente dicevi, sono le risorse a disposizione. Le risorse sono poche e non si può fare debito: è un peccato originale. Dobbiamo tornare alla stagione di Next Generation EU, alla stagione degli investimenti comuni, perché altrimenti non possiamo far fronte alla competizione dei nostri competitor con l'1% del PIL per il bilancio EU. L'1% del PIL è una coperta cortissima: non basta all'agricoltura, non basta alla coesione, non basta a niente. Dobbiamo fare un salto di qualità nell'integrazione europea se vogliamo competere. Siamo completamente fuori scala rispetto al fabbisogno, e non è un problema di gestione del budget, è un problema del valore assoluto. L'1% del PIL, tra l'altro, quest'estate ce lo siamo bruciato completamente solo con le ondate di calore. Quando ho letto quel numero ho preso un colpo: con le ondate di calore abbiamo perso 180 miliardi in Europa, e il bilancio europeo è circa 196. Di questo peccato originale si deve prendere la responsabilità chi dice che non vuole un'Europa più forte, che non vuole superare il diritto di veto, che non vuole un bilancio di investimenti comuni.
In copertina: Annalisa Corrado © Parlamento europeo
