Re Soil Foundation ha presentato lo scorso 30 novembre a Roma il primo rapporto sulla salute del suolo nazionale dal titolo Il suolo italiano al tempo della crisi climatica, con l’obiettivo di porre l’attenzione sui principali fattori di degrado del suolo italiano e indicare quali sono i territori maggiormente esposti al problema.

Il report si pone quindi come uno strumento utile a prendere coscienza delle dimensioni del fenomeno e delle sue implicazioni sul fronte economico, sociale, della sicurezza alimentare oltre che ambientale.

Agricoltura e suolo alla COP28 di Dubai

La data di presentazione del report non è casuale, in coincidenza con l’inizio della COP28 di Dubai, a cui sono già state mosse critiche di non dare abbastanza rilievo alle questioni legate a suolo e agricoltura. “Ringraziamo le Parti per il lavoro in corso sul primo Global Stocktake ‒ si legge in una nota firmata e divulgata da numerose associazioni ambientaliste, WWF in primis, che Materia Rinnovabile ha potuto leggere in anteprima ‒ ma notiamo con notevole preoccupazione l’omissione dell’agricoltura e dei sistemi alimentari dalla bozza di testo pubblicata questa mattina [5 dicembre, ndr]”.

Nonostante la firma, da parte di 134 Paesi, della Dichiarazione degli Emirati sull’agricoltura sostenibile, i sistemi alimentari resilienti e l’azione per il clima, che si impegna a mettere la trasformazione dei sistemi alimentari al centro di un’azione più forte per il clima, l’attuale bozza del Global Stocktake “è ben lontana da ciò che è necessario”, secondo la nota, che chiede maggior impegno da parte della COP nell’ambito dell’adattamento e della mitigazione “sulla base della migliore scienza disponibile”, poiché il Global Stocktake “non può adempiere al suo mandato e costruire un futuro resiliente ed equo per tutti senza considerare i sistemi alimentari come una soluzione sia per la mitigazione che per l’adattamento”.

Il rischio di erosione

Preoccupazioni che il primo report su Il suolo italiano al tempo della crisi climatica pubblicato da Re Soil riflette in pieno. La perdita di sostanza organica, il dissesto idropedologico, l’impermeabilizzazione, la desertificazione, la contaminazione sono solo alcuni dei problemi che emergono dalle analisti degli esperti interrogati sullo stato dei suoli italiani.

L’erosione, un fenomeno antico nel nostro territorio, che risale addirittura all’epoca romana ed è presente soprattutto nelle aree collinari dell’Italia centro-meridionale, ha raggiunto percentuali preoccupanti: l’80% delle aree coltivate è esposto a fenomeni erosivi, corrispondente al 23% del territorio nazionale. Il fenomeno è molto marcato soprattutto nelle zone in cui le intense pratiche agronomiche espongono il suolo a fenomeni di erosione sempre più frequenti, anche a causa dell’aumento dei fenomeni di precipitazione estremi. Pratiche agricole più sostenibili, che assicurino una costante copertura vegetale del suolo, possono limitare l’erosione e ancora di più la desertificazione con conseguente perdita dei servizi ecosistemi portati avanti da un territorio.

La perdita di carbonio organico del suolo

Il 68% delle aree agricole e a prati permanenti ha perso più del 60% del carbonio organico originariamente presente in condizioni naturali. Anche la perdita di sostanza organica dai suoli è un fenomeno antico in Italia, iniziato con l’introduzione dell’agricoltura in vaste aree del nostro territorio già ai tempi dell’Impero Romano. Pratiche agricole convenzionali come l’aratura del suolo implicano l’ossidazione parziale del carbonio organico presente e, dunque, l’emissione in atmosfera di anidride carbonica.

La transizione verso pratiche di agricoltura rigenerativa, in questo contesto, che implicano una riduzione delle lavorazioni profonde e l’apporto di sostanza organica esogena come il letame, diventano cruciali nel riportare i livelli di sostanza organica in condizioni sostenibili contribuendo al tempo stesso anche alla mitigazione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.

Compattazione e contaminazione

Non finisce qui: il territorio italiano, secondo i dati disponibili presso l’Osservatorio Europeo del Suolo, è soggetto nell’8% del territorio nazionale a un alto rischio di compattazione dei suoli. L’agricoltura intensiva con i suoi macchinari molto pesanti per la coltivazione, ad esempio, di zucchero, mais e riso comporta forti pressioni verticali che compattano il suolo.

A ciò si aggiunge la contaminazione da rame e da mercurio. Il sistema di monitoraggio europeo dei suoli LUCAS stima rispettivamente che circa il 14% del territorio nazionale sia affetto da livelli di rame nel suolo sopra la soglia di allerta di 50 mg kg-1, e l’1% da livelli di mercurio nel suolo superiori alla soglia di 200 μg kg-1.

La lista di dati preoccupanti va avanti con gli elevati livelli di azoto nel suolo tipicamente presenti nell’area della Pianura Padana a causa degli spandimenti di liquami e residui zootecnici ad alto contenuto di azoto.

La necessità dei dati

Alcuni dei processi di degradazione dei suoli presenti in Italia sono valutati sulla base dei dati disponibili presso l’Osservatorio Europeo dei Suoli. Si tratta, tuttavia, di dati parziali, in cui si inserisce la recente proposta di direttiva per il monitoraggio e la resilienza dei suoli nell’Unione Europea, che punta a riempire il vuoto di dati oggettivi sul suolo presente a livello nazionale in molti Stati dell’UE.

La direttiva intende stimolare la creazione di sistemi di monitoraggio dei suoli su scala nazionale in tutti gli Stati membri adottando metodiche comuni e sistemi comparabili e compatibili col sistema comunitario LUCAS. Un sistema di monitoraggio dei suoli europeo è uno dei passi necessari, infatti, per attuare una politica di protezione e rigenerazione del suolo.

Soil Health: un concetto americano

Il concetto di salute del suolo (Soil Health), originariamente emerso negli Stati Uniti come ulteriore evoluzione del concetto di qualità del suolo “Soil Quality), per indicare la presenza di suoli in buono stato o in cattivo stato qualitativo, ha preso piede negli anni Novanta negli Stati Uniti soprattutto in relazione alla qualità agronomica di un suolo ed è oggi diventato cruciale alla luce dell’aumento costante di suoli di scarsa qualità che rendono meno in termini di produzione agricola, ma anche in termini di nutrienti presenti negli alimenti rispetto suoli di buona qualità. Al tempo stesso via via sempre più ricerche stanno evidenziando la connessione tra suolo sano, prodotti alimentari salutari e intestino e persone in salute.

Le Lighthouse Farms

Se ci sono molte cose da migliorare nei nostri suoli, ci sono fortunatamente anche aziende faro che indicano quale sia la giusta strada da intraprendere. Promosso dall’olandese Wageningen University, il Global Network of Lighthouse Farms raccoglie le aziende capaci di ispirare strategie nuove per generare impatti positivi dal punto di vista biofisico e socioeconomico. In Italia, la Re Soil Foundation ha iniziato negli scorsi mesi un’attività di mappatura e monitoraggio sul territorio nazionale per individuare aziende agricole di eccellenza e rappresentative delle diversità presenti sul territorio nazionale, impegnate nell’applicazione delle buone pratiche colturali e delle innovazioni per la gestione della risorsa suolo.

Tra le lighthouse farms italiane spicca l’azienda agricola La Scoscesa. Fondata nel 2018 a Gaiole, nella zona del Chianti, in Toscana, nasce dalla volontà di Lorenzo Costa di recuperare un terreno marginale terrazzato abbandonato da trent’anni. Il recupero del suolo coltivato è stato alla base dello sviluppo di un’agricoltura fortemente diversificata. Oltre che per l’innesto nel terreno di prodotti naturali come letame e foglie di olivo e biochar, l’azienda toscana coltiva e riproduce microorganismi indigeni da introdurre successivamente nel suolo per rigenerarlo (una tecnica nota come Korean natural farming).

 

Immagine: Envato