Il 18 aprile 2026, Mauritius ha introdotto nel proprio ordinamento il reato di ecocidio. Non è una notizia che ha fatto rumore, ma è una notizia che conta. L’isola è classificata dalle Nazioni Unite come Small Island Developing State, uno stato insulare in via di sviluppo, in prima linea sul fronte del cambiamento climatico. L’innalzamento del livello del mare e la pressione crescente sugli ecosistemi marini minacciano direttamente i pilastri della sua economia: il turismo e la pesca.
La norma non è arrivata attraverso un provvedimento ambientale. È stata inserita in una legge contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo – l’Anti-Money Laundering, Combatting the Financing of Terrorism and Countering Proliferation Financing (Miscellaneous Provisions) Act 2026. Un contenitore insolito, che non diminuisce però il valore del contenuto.
La definizione adottata qualifica l’ecocidio come “un atto illecito o sconsiderato commesso nella consapevolezza che esiste una probabilità sostanziale di danni ambientali gravi e sia estesi che di lunga durata”: una formulazione che ricalca quasi alla lettera la proposta elaborata nel 2021 dall’Independent Expert Panel convocato dalla Stop Ecocide Foundation. Le sanzioni previste sono significative: l’ecocidio è punito con multe, fino a dieci anni di reclusione, obblighi di risarcimento e possibile esclusione da fondi pubblici o concessioni, oltre a misure di ripristino ambientale.
Il contesto internazionale
“Per nazioni come Mauritius, che devono affrontare l’innalzamento del livello del mare, la salinizzazione delle acque sotterranee, la perdita di biodiversità e la crescente pressione sugli ecosistemi marini, il grave danno ambientale non è un concetto astratto. È una questione esistenziale”, spiega a Materia Rinnovabile Jojo Mehta, CEO e cofondatrice di Stop Ecocide International, a cui si deve tutto il percorso affinché l’ecocidio diventi un crimine internazionale. “L’introduzione del reato di ecocidio a livello nazionale da parte di Mauritius, uno stato insulare in via di sviluppo, si inserisce in un più ampio cambiamento attualmente in atto a livello internazionale. Gli stati in prima linea dal punto di vista ecologico, tra cui Vanuatu, Fiji e Samoa, attraverso la loro proposta formale di istituire un reato autonomo di ecocidio presso la Corte penale internazionale, stanno plasmando direttamente la risposta giuridica globale alla distruzione ambientale su larga scala. Questo slancio sta ridefinendo le agende legislative in Europa, Africa, America Latina e oltre. Dal Ghana e dalla Repubblica Democratica del Congo alle Filippine, al Perù, all’Italia, ai Paesi Bassi, all’India e alla Scozia, la legislazione sull’ecocidio sta avanzando simultaneamente attraverso percorsi giuridici nazionali, regionali e internazionali. La direzione da seguire è chiara.”
Patricia Willocq, direttrice diplomatica per l’Africa e i paesi francofoni di Stop Ecocide International, ha elencato i paesi africani che si stanno muovendo nella stessa direzione: Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Burundi, Zimbabwe, Ghana, Zambia. Lo stanno facendo attraverso percorsi diversi: chi supporta la proposta di Vanuatu, Fiji e Samoa all’ICC, chi punta su leggi domestiche, chi lavora attraverso l’Unione Africana. “Questa diversità riflette un continente che prende sempre più l’iniziativa nel riconoscere l’ecocidio come crimine”, aggiunge Willocq.
Il quadro internazionale in cui si inserisce la mossa di Mauritius è in rapida evoluzione. Il 9 settembre 2024, Vanuatu, Fiji e Samoa hanno formalmente presentato una proposta di emendamento allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale per includere il crimine di ecocidio. Se approvato, l’ecocidio diventerebbe il quinto crimine internazionale, accanto a genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione.
Ralph Regenvanu, inviato speciale di Vanuatu per il clima e l’ambiente, ha sintetizzato così la posta in gioco: “Il riconoscimento legale dei danni ambientali gravi e diffusi ha un significativo potenziale per garantire giustizia e, soprattutto, per scoraggiare ulteriori distruzioni”. L’effetto atteso è deterrente, quindi, più che punitivo. E ha un senso, visto che, quando arriva la punizione, l’ambiente è già devastato.
La situazione europea
Sul fronte europeo, il percorso è iniziato anche prima. Nel febbraio 2024, il Belgio ha inserito il crimine di ecocidio nel proprio nuovo codice penale, diventando il primo paese dell’Unione Europea a farlo. Il 14 maggio 2025 il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha adottato la Convenzione sulla protezione dell’ambiente attraverso il diritto penale, ora aperta alla firma dei stati membri. La Convenzione non usa il termine “ecocidio” nelle clausole operative, ma il preambolo lo richiama esplicitamente e le disposizioni sui reati particolarmente gravi rispecchiano la definizione dell’Expert Panel del 2021.
Sarebbe sbagliato dire che l’Unione Europea ha introdotto l’ecocidio nel proprio ordinamento penale, ma ha seminato nei preamboli del suo diritto ambientale recentemente rinnovato il germoglio per farlo crescere. È come se avesse detto ai paesi membri: “Andate e realizzatelo tutti”. Secondo un sondaggio del 2024, il 72% della popolazione nei paesi del G20 supporta leggi che criminalizzino l’ecocidio.
Un percorso in salita
Il punto critico resta proprio quello del processo internazionale. Emendare lo Statuto di Roma è politicamente un’impresa erculea: nessuno dovrebbe aspettarsi un’incriminazione internazionale per ecocidio in tempi brevi. Per approvare un emendamento servono i due terzi degli stati parte, una soglia alta, soprattutto in presenza di potenze come Stati Uniti, Russia, Cina e India che non hanno mai aderito allo Statuto o che guardano con diffidenza all’espansione della giurisdizione della Corte.
Il caso di Mauritius racconta qualcosa di diverso. Non è un grande paese, non è una potenza geopolitica. Ma ha deciso, silenziosamente, di nominare il danno ambientale con la parola giusta e di associargli una pena. Insieme alle altre piccole isole − nel Pacifico come nell’Oceano Indiano − sta contribuendo a costruire il perimetro giuridico di un crimine che il diritto internazionale non sa ancora come punire.
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In copertina: panoramica con le cascate sottomarine di Mauritius, foto di Mirko Vitali, Envato
