Si parla spesso – e in questi giorni ancora di più, con la COP30 in corso a Belém, in Brasile – di riduzione delle emissioni, mitigazione e assorbimento della CO₂. Molto meno spesso, però, si ricorda che una delle soluzioni più efficaci, già presente in natura, è sotto i nostri piedi: un suolo sano.
Un nuovo rapporto pubblicato da Save Soil durante il vertice sul clima mette in luce profonde carenze nella maggior parte degli NDCs, i Nationally Determined Contributions, per quanto riguarda il suolo e l’agricoltura, sottolineando che oltre il 70% dei vari paesi non include il suolo come strumento di mitigazione climatica.
“Ci sono molti momenti incentrati sul suolo che si svolgono a margine della COP30, come discussioni sulla scienza, sulle prospettive degli agricoltori, sugli investimenti e sulla finanza climatica”, racconta a Materia Rinnovabile Praveena Sridhar, Chief Scientific e Policy Advisor di Save Soil, che si trova a Belém. “Ma all’interno dei negoziati, il ruolo del suolo è ancora debole.”
Agricoltura rigenerativa
L’ecosistema suolo, uno dei serbatoi naturali di carbonio più grandi del pianeta, ha un ruolo cruciale nella lotta al cambiamento climatico. Può farlo in due modi: sequestrando carbonio dall’atmosfera e riducendo le emissioni di gas serra grazie al passaggio da un’agricoltura convenzionale a un modello rigenerativo.
“Il mondo dispone di un pozzo di carbonio sotto i propri piedi del 45% più grande del previsto, eppure i nostri attuali piani di mitigazione climatica non riconoscono quasi mai la salute del suolo come soluzione climatica efficace ed economicamente vantaggiosa”, racconta Sridhar. Secondo alcuni studi, ripristinare la salute dei terreni agricoli potrebbe permettere di catturare fino al 27% dei tagli alle emissioni necessari per mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2°C. Ma questo è possibile solo quando il suolo è sano: ricco di sostanza organica, che migliora la struttura del terreno, sostiene l’attività microbica e protegge il carbonio organico dalla decomposizione.
Una via per aumentare la sostanza organica è applicare i princìpi dell’agricoltura rigenerativa, un approccio che punta, ad esempio, a minimizzare il disturbo del suolo e a massimizzare la diversità delle piante. In questo modo, ciò che coltiviamo non serve solo a produrre cibo: diventa anche uno strumento per catturare carbonio, migliorare la fertilità dei terreni e rendere l’agricoltura più resiliente ai cambiamenti climatici.
“Quando un agricoltore adotta pratiche rigenerative, di solito vengono presentate come una strategia di adattamento, qualcosa che lo aiuta a far fronte alla siccità o alle piogge fuori stagione,” sottolinea Sridhar. “Ma applicando queste pratiche, sequestra anche carbonio. Ed è proprio per questo che i paesi dovrebbero fissare obiettivi quantitativi per il carbonio o per la sostanza organica presente nel suolo. Una volta che ci si dà un obiettivo, si finisce per promuovere sia la mitigazione sia l’adattamento. Al momento, i suoli compaiono negli NDC solo in modo vago, senza specificare quanto carbonio intendono sequestrare. La quantificazione cambierebbe questo.”
Un suolo sano non solo immagazzina più carbonio, ma previene anche il fatto che diventi una fonte di emissioni. Secondo i dati della Commissione europea, l’emissione dell’1% del carbonio contenuto nel suolo del nostro continente produrrebbe le stesse emissioni di un miliardo di automobili. Questo rischio però può essere ridotto grazie all’agricoltura rigenerativa, che limita il disturbo del terreno.
Politiche, incentivi e finanza: come sbloccare il cambiamento
“Proteggere e ripristinare i suoli richiede politiche forti perché i terreni agricoli sono gestiti da milioni di agricoltori, molti dei quali piccoli proprietari senza reti di sicurezza per gestire i rischi”, spiega Sridhar. “Hanno bisogno di supporto: incentivi, formazione, reti di comunità. Dall’esterno è facile dire ‘passate all’agricoltura rigenerativa’, ma quando si coltiva davvero, diecimila cose possono andare storte nel passaggio da un sistema all’altro.” A questo si aggiunge il tema degli incentivi e degli strumenti di condivisione del rischio, come ricorda Sridhar: “Oggi i premi assicurativi sono gli stessi, che si pratichi agricoltura rigenerativa o meno, anche se le aziende rigenerative affrontano un rischio climatico inferiore. Gli strumenti assicurativi dovrebbero riflettere questa differenza”.
L’agricoltura rigenerativa contribuisce anche a ridurre le emissioni dirette del settore agricolo convenzionale, fortemente dipendente da input sintetici come i fertilizzanti, che rappresentano una fonte importante di gas serra. Uno studio stima che nel 2018 la filiera dei fertilizzanti azotati sintetici abbia prodotto oltre il 2% delle emissioni globali, in linea con quelle del settore dell’aviazione. Invece, secondo un’indagine dell’Università di Cambridge del 2023, adottare pratiche che rendono più efficiente l’uso di input sintetici potrebbe ridurre le emissioni dei fertilizzanti fino all’80% entro il 2050, senza compromettere la produttività del sistema alimentare.
Citare anche solo alcuni dati rende evidente il potenziale del suolo come strumento di mitigazione climatica. Per questo, il rapporto conclude con raccomandazioni per i policy maker, sottolineando il ruolo cruciale dell’accesso ai finanziamenti: “Anche i grandi progetti che coinvolgono migliaia di agricoltori incontrano difficoltà nell’accedere ai fondi a causa del mancato supporto istituzionale per quanto riguarda la raccolta di dati, la burocrazia e i requisiti di rendicontazione”, racconta Sridhar. “A differenza dell’acqua o della qualità dell’aria, i dati sul suolo non sono misurati in modo coerente dai governi. E senza dati affidabili, i finanziatori non possono essere sicuri che un progetto abbia realmente aumentato il carbonio del suolo, e quindi non possono rilasciare i pagamenti. Ironia della sorte, fare una buona agricoltura è molto più facile che misurarla.”
Raccogliere dati sul suolo, inoltre, è complesso e costoso, perché richiede misurazioni fisiche, chimiche e biologiche. Attualmente, chi vuole accedere ai finanziamenti in questo ambito deve gestire autonomamente il monitoraggio, dato che i sistemi istituzionali non sono ancora pronti. Inoltre, tra le raccomandazioni, il rapporto evidenzia anche l’importanza di allegati negli aggiornamenti NDC che traducano gli obiettivi sul suolo in stime di sequestro di carbonio e piani di monitoraggio regolari, mentre misure oggi considerate di adattamento dovrebbero essere riclassificate come mitigazione, in modo da migliorare l’accessibilità ai finanziamenti. Inoltre, in tutti gli strumenti finanziari dovrebbero essere integrate salvaguardie sociali, di biodiversità e verifiche indipendenti.
“Vorrei chiudere con una nota di speranza”, conclude sorridendo Praveena Sridhar. “Una recente vittoria ci dà grande motivazione: la nuova risoluzione IUCN, in cui tutti i membri hanno concordato di lavorare verso una Legge sulla sicurezza del suolo. Vogliamo costruirci sopra e collaborare con i membri dell’IUCN per elevare la salute del suolo nel sistema ONU e nell’agenda globale.”
In copertina: immagine Envato
