La sfida della transizione ecologica non è più un’opzione teorica, ma una necessità tecnica e politica che trova il suo epicentro nei sistemi urbani, intesi come organismi di estrema complessità. In questo scenario, il principio DNSH (Do No Significant Harm, non arrecare danno significativo) emerge come il cardine normativo e scientifico per orientare gli investimenti e le trasformazioni territoriali.
Nato nel contesto della Tassonomia europea per la finanza sostenibile, il DNSH impone che ogni intervento – specialmente quelli finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza – non pregiudichi i sei obiettivi ambientali fondamentali: la mitigazione dei cambiamenti climatici, l’adattamento agli stessi, la tutela delle risorse idriche e marine, la transizione verso l’economia circolare, la prevenzione dell’inquinamento e la protezione della biodiversità degli ecosistemi. Non si tratta solo di un vincolo burocratico, ma di un vero e proprio "cambio di paradigma" che obbliga tecnici e amministratori a valutare gli impatti di ogni progetto in modo olistico, evitando che il perseguimento di un obiettivo ambientale ne danneggi un altro.
Il nesso acqua-energia-cibo in un Mediterraneo che scotta
Il Mediterraneo, come sottolinea Maurizio Cellura, professore e direttore del Centro di sostenibilità e transizione ecologica dell’Università degli studi di Palermo, rappresenta oggi un vero "hotspot del cambiamento climatico", dove le disuguaglianze socio-economiche si intrecciano a fenomeni fisici allarmanti. Avverte che, se continuassimo con gli scenari attuali, “questo mare assumerebbe connotazioni e situazioni profondamente diverse, con proiezioni di forcing radiativo che potrebbero raggiungere valori critici”.
Per contrastare tale deriva, l’esperto propone di abbandonare i vecchi "approcci a silos" – in cui i settori disciplinari non comunicano tra loro – a favore dello studio dei nessi (Nexus) tra acqua, cibo, energia ed ecosistemi. L'obiettivo è prevenire gli effetti a cascata dannosi che derivano da soluzioni estemporanee prive di visione d'insieme, come accade spesso nella gestione delle acque di falda in Sicilia, dove l'eccessivo emungimento provoca l'intrusione del cuneo salino.
Secondo Cellura, la scommessa del futuro risiede nel “definire dei metodi in grado di governare i sistemi complessi, utilizzando la dinamica dei sistemi e gli indicatori di sostenibilità dell'Agenda 2030 come strumenti di navigazione”. Osserva come la gestione integrata delle risorse permetta di rafforzare la resilienza del territorio, citando l'esempio dell'agrivoltaico come risposta efficace alla competizione tra suolo agricolo e produzione energetica. La scienza deve rimanere il faro per le decisioni politiche responsabili, contrapponendosi ai negazionismi climatici attraverso l'evidenza dei dati, e insiste sul fatto che “nel dubbio è meglio non procedere se questo potrebbe indurre dei rischi insostenibili”, invocando il principio di precauzione come pilastro della sostenibilità reale. Solo attraverso una comprensione profonda delle intime connessioni tra le risorse sarà possibile immaginare un futuro in cui la tecnologia serva a rigenerare l'ambiente anziché consumarlo ulteriormente.
Dall’effetto rebound al PNRR: le nuove frontiere dell’efficienza urbana
Per il docente dell’ateneo palermitano il PNRR rappresenta un'occasione straordinaria che ha permesso di ridurre il gap di PIL tra Nord e Sud Italia, a patto di orientare la spesa verso progetti ad alto valore tecnologico e circolare, e pone un accento particolare sulla necessità di un "reshoring" delle tecnologie rinnovabili, suggerendo che il riciclo oculato delle materie prime seconde – come quelle provenienti da pannelli fotovoltaici e batterie – potrebbe attenuare significativamente la dipendenza europea di materie prime critiche dall'estero, in particolare dalla Cina.
Avverte che l'innovazione tecnologica deve essere accompagnata da una profonda consapevolezza culturale per evitare il cosiddetto effetto rebound, che si innesca “quando la cultura è insufficiente e porta a vanificare i risparmi energetici ottenuti attraverso comportamenti paradossali, come efficientare energeticamente la propria casa per poi acquistare un SUV energivoro con il quale circolare solo in città”.
Nelle città, spiega il professore, “questo significa che dobbiamo puntare moltissimo sul risparmio energetico, il punto di partenza, e su soluzioni basate sulla natura che possano mitigare gli effetti indotti dalle isole di calore urbano”. Cellura cita l'esempio storico di Sacramento, dove il semplice raddoppio dell'albedo (la capacità riflettente delle superfici) ha portato a una riduzione del 50% dei consumi per la climatizzazione nelle giornate estive, senza l'uso di nuove tecnologie. “Questo dimostra che si può fare molto ripensando semplicemente la forma e i materiali delle nostre infrastrutture urbane per adattarci a un'emergenza climatica che non è più una proiezione, ma una realtà statistica.”
Oltre i silos: la governance sistemica come ultimo bus per la sostenibilità
Sul fronte del governo dei sistemi complessi, Carmine Bianchi, esperto di System Dynamics e governance, referente dell'SDG 17 (Partnership per gli obiettivi) al CSTE (Centro di sostenibilità e transizione ecologica), evidenzia come “la qualità della vita dipenda da una governance multilivello fortemente integrata che superi gli approcci frammentati del settore pubblico”.
Per il professore, ordinario di economia aziendale, un insediamento urbano è un ecosistema che non può essere automaticamente autogestito senza una pianificazione strategica rigorosa, poiché è fatto di interazioni sensibili tra uomo, ambiente e animali. Sottolinea l'importanza di analizzare i trade-off tra il breve e il lungo periodo: “Se non siamo capaci di individuare cosa facciamo o non facciamo oggi, questo può comportare effetti domani”. La transizione olistica richiede, dunque, la capacità di guardarsi intorno (boundary spanning) per identificare tutti gli stakeholder e gli effetti indiretti che un'azione isolata potrebbe generare in ambiti diversi. Il valore pubblico, secondo Bianchi, non è un prodotto generato esclusivamente dagli enti governativi, ma un valore che il "collettivo" riesce a produrre attraverso la collaborazione tra diversi attori.
Richiamando il pensiero di Mary Parker Follett, Bianchi sostiene che la vera integrazione non deve essere un compromesso al ribasso, ma una reinterpretazione del modo in cui governiamo i nostri sistemi. Questa integrazione, attuata attraverso politiche sostenibili “cross-sectoral” di innovazione sociale, mira ad attivare processi continui di transizione socio-ecologica sostenibile, fortemente “place-based” (cioè localizzati), coerentemente con le caratteristiche tangibili e intangibili dei luoghi in cui viviamo. In questo senso, conclude Bianchi, “la gestione del metabolismo urbano diventa la sfida centrale del nostro tempo, rappresentando forse l'ultimo bus che abbiamo davanti per potere realmente sterzare verso una realtà sostenibile”.
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In copertina: Ponte Garibaldi a Padova, foto Envato
