L’ultima proposta di revisione del Regolamento europeo sugli inquinanti organici persistenti (1021/2019 POPs, Persistent Organic Pollutants) riporta al centro del dibattito una questione cruciale per le politiche ambientali europee: come conciliare la riduzione delle sostanze pericolose con il funzionamento reale delle filiere dell’economia circolare, che dipendono dalla qualità e dalla disponibilità dei rifiuti di partenza da riciclare. La modifica prevede in particolare l’abbassamento delle soglie di concentrazione dei PCB (policlorobifenili) nei prodotti da riciclo e, di conseguenza, anche nei rifiuti da riciclare.

Un intervento che, secondo Riccardo Piunti, presidente del Consorzio nazionale degli oli minerali usati (CONOU), rischia di produrre effetti ambientali contrari agli obiettivi dichiarati di inquinamento zero. “Il Regolamento POPs è uno strumento che dà la caccia a molti inquinanti e che viene giustamente aggiornato. Il problema nasce su una modifica molto specifica, quella sui PCB, dove gli effetti concreti sulla filiera non sono stati valutati fino in fondo”, chiarisce subito Piunti, intervistato dalla nostra testata.

Rigenerazione contro combustione: il rischio di un paradosso italiano

“I PCB, sostanze chimiche industriali ormai vietate, sono stati progressivamente eliminati a partire dagli anni Settanta, con l’Unione Europea che li mise la bando sin dai primi anni Ottanta, con restrizioni sempre più stringenti recepite attraverso il Regolamento POPs e successive modifiche”, spiega Piunti. “In Italia la produzione si è fermata nel 1984. Oggi l’industria dei lubrificanti non utilizza più PCB, e gli oli usati contengono in genere livelli trascurabili, derivanti prevalentemente dallo smaltimento (certamente improprio) di apparecchiature elettriche obsolete, come piccoli trasformatori su palo, ancora oggi visibili fuori dalle nostre città, in campagna.”

In Italia, nel frattempo, la filiera degli oli minerali usati ha costruito negli anni un modello quasi esclusivamente basato sulla rigenerazione. “Da molti anni in Italia si rigenera praticamente tutto l’olio usato, il 98% su 188.000 tonnellate raccolte nel 2024. E le basi rigenerate sono equivalenti a quelle vergini, vengono mescolate senza problemi e coprono circa un terzo del fabbisogno nazionale”. Un equilibrio che rischia però di spezzarsi con le nuove soglie introdotte nel Regolamento POPs in fase di definizione, che modificano in modo significativo le disposizioni sui PCB nell’ambito del regolamento UE sugli inquinanti organici persistenti.

Secondo le stime del CONOU, già con un limite a 5 ppm, circa il 15% dei volumi − quasi 30.000 tonnellate l’anno − non sarebbe più rigenerabile. “Con un limite di cinque avrei già un disastro operativo”, avverte Piunti. “Con 2.5 ppm (ipotesi attuale) rischiamo di parlare di percentuali enormi di olio da mandare a combustione.” Un’opzione che, nel contesto italiano, non è affatto neutra. “In Italia non c’è spazio per bruciarlo”, prosegue. “I cementifici attrezzati sono pochi e gestiscono volumi limitati. Questo significa che quell’olio dovrebbe viaggiare all’estero, in Germania o in Francia, per essere bruciato. Un bellissimo viaggio turistico dell’olio, con buona pace del clima e della CO₂ e, soprattutto, della priorità alla rigenerazione sancita dalla Direttiva rifiuti del 2018.”

Limiti, misure e transizione

A rendere il quadro ancora più critico è la questione dei metodi di misura. L’olio usato è una matrice complessa, “sporca”, che richiede strumenti analitici specifici. “Il metodo che utilizziamo oggi ha una soglia di affidabilità intorno ai 4 ppm”, spiega Piunti. “Scendere sotto senza un metodo adeguato non è un gioco da ragazzi. Serve un sistema che funzioni su matrici complesse e che dia risposte rapide: un’autobotte non può aspettare due settimane per sapere cosa fare.”

Inoltre, la questione assume una dimensione europea quando si considerano le differenze tra paesi. “Francia e Germania hanno quote importanti di olio che viene già bruciato”, osserva Piunti. “Spostare una soglia per loro cambia certamente meno che per noi. Per noi cambia tutto.” Il rischio è quello di una distorsione competitiva che penalizza proprio i sistemi più avanzati nella rigenerazione. “C’è una direttiva europea che dice che la rigenerazione deve avere priorità. Noi quella priorità la applichiamo davvero, e ora ci troviamo in difficoltà proprio per questo.”

Da qui la proposta di un percorso graduale. “Non stiamo chiedendo di restare fermi”, chiarisce Piunti. “Il PCB deve scendere, su questo siamo tutti d’accordo, sta progressivamente diminuendo e nessuno lo aggiunge volutamente. Una soglia intermedia a 10 ppm per tre anni permetterebbe di identificare metodi migliori e approfittare dell’esaurimento naturale dei PCB circolanti. Ma facciamolo in modo non traumatico.”

L’ipotesi è quella di seguire il modello delle deroghe previste per altri settori, come per l’industria dei coloranti − dove i PCB sono ancora massicciamente presenti − che al momento è soggetta a 25 ppm all'entrata in vigore del regolamento e 10 ppm per i tre anni successivi. “Tre anni sarebbero sufficienti per studiare metodi migliori, capire cosa succede sotto i 4 ppm e accompagnare il naturale esaurimento del PCB ancora in circolazione.” Il punto di fondo, conclude Piunti, è che oggi i limiti ambientali non possono più essere fissati in modo astratto: “Una volta si diceva: questa roba è inquinata, la brucio e ho risolto. Oggi non funziona più così. Quando fissiamo un limite dobbiamo chiederci qual è l’impatto sull’economia circolare, su cui si gioca il futuro e la credibilità della transizione ecologica europea”.

 

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In copertina: Riccardo Piunti