Quali sono i dubbi più frequenti degli italiani di fronte ai bidoni della differenziata? E qual è il loro livello di conoscenza delle corrette modalità di conferimento di quelle tipologie di rifiuti che, come i tessili e i RAEE, devono essere gestiti attraverso canali di raccolta differenziata specifici, per permetterne il riciclo o il riutilizzo?

Con oltre 4 milioni di utenti e 87 milioni di ricerche effettuate dal 2016 a oggi, l’app Junker rappresenta una fonte informativa unica per approfondire il rapporto degli italiani con i rifiuti prodotti giornalmente nelle loro case. L’app offre ben cinque modalità di ricerca per ottenere le informazioni, sempre aggiornate e geolocalizzate, per gestire responsabilmente ogni tipo di rifiuto. Che si trovi a casa o in vacanza, l’utente può verificare su mappa il più vicino punto di conferimento oppure inquadrare il codice a barre, scrivere il nome del prodotto, ricercare il significato del simbolo stampato sull’imballaggio e scattare una foto all’oggetto che deve buttare, per essere certo di rispettare le locali regole di conferimento.

Che cosa raccontano i dati sulle ricerche in app

L’analisi dei dati sulle ricerche permette di evidenziare, su scala nazionale, regionale o addirittura comunale, quali sono i rifiuti più difficili da riconoscere e differenziare correttamente per i cittadini.

A livello nazionale, le categorie di rifiuti più problematiche per gli utenti sono: plastica e imballaggi (17%), carta e cartone (12,8%), abbigliamento e tessili (6,5%). Guardando invece ai prodotti singoli, la classifica degli “incompresi” viene ribaltata: abiti usati, cartone della pizza sporco, imballaggi in polistirolo, accendino e accendigas, gusci di cozze e molluschi.

“Incrociando questo grande patrimonio di dati, relativi a un campione molto vasto di popolazione, emerge che gli italiani faticano ancora a distinguere la corretta frazione di conferimento di un rifiuto, in base alla condizione in cui si trova. I prodotti più cercati seguono quasi sempre il pattern sporco vs. pulito, rotto vs. integro, usato vs. nuovo”, sottolinea la responsabile comunicazione dell’app, Noemi De Santis.

Il grande dilemma dei rifiuti tessili

A sorpresa, il generico più cercato in assoluto sulla piattaforma è “abiti usati”. Questo dato dimostra da un lato una crescente consapevolezza del recente obbligo di raccogliere i rifiuti tessili, ma dall’altro una persistenza incertezza sugli articoli che possono essere inclusi in questa frazione. Non a caso, tra i primi cento generici più ricercati in app si trovano anche: abiti usati (sporchi), scarpe in cattivo stato, accappatoio, scarpe in buono stato e cuscino.

Proprio per favorire una migliore raccolta differenziata dei tessili, alcuni comuni stanno testando una nuova gestione della raccolta dei tessili, tramite servizio porta a porta o a chiamata. In base a una prima mappatura effettuata dal team di Junker, un comune su cento ha eliminato i contenitori stradali per i tessili, che sono talvolta stracolmi o soggetti a furti e manomissioni.

I piccoli RAEE battono i grandi 7 a 1

Proseguendo nell’analisi dei dati di Junker app, le ricerche rivelano un’incertezza sui RAEE apparentemente contro-intuitiva, eppure molto comune tra gli italiani. A prima vista, si potrebbe pensare che la principale fonte di dubbio siano i grandi elettrodomestici: sono oggetti voluminosi, difficili da gestire, e la loro raccolta richiede organizzazione. Eppure negli ultimi dieci anni, i piccoli RAEE (classificati come categoria R4) hanno generato quasi 7 volte più ricerche dei grandi.

Tra i piccoli elettrodomestici più cercati spiccano gli accessori per cellulari, gli adattatori USB, il bancomat e la carta di credito, l’asciugacapelli, la tessera sanitaria, la sigaretta elettronica, le luci di Natale.

Ancora poca chiarezza sulle lampadine

A proposito di luci, le ricerche degli italiani sull'illuminazione mostrano come tre generazioni di lampadine in quindici anni abbiano prodotto confusione a cascata: prima le alogene e a incandescenza (vietate progressivamente dall'UE), poi le fluorescenti compatte (le cosiddette "a basso consumo") e infine le LED, oggi dominanti. Ogni cambio di tecnologia ha portato con sé un cambio di regole di smaltimento e, con esso, una nuova ondata di confusione. Il risultato è una classifica dell'illuminazione che somma, tra categorie R5 e voci correlate, oltre 54.000 ricerche totali, più di qualsiasi singola categoria RAEE e quasi quanto l'intera elettronica di consumo.

Come si conferiscono i RAEE?

Parallelamente, le survey e i quiz che periodicamente vengono diffusi in app evidenziano una generale difficoltà a districarsi tra le varie opzioni di conferimento dei RAEE. In base a un’indagine avviata un anno fa, in collaborazione con Erion WEEE, A Sud ed Economiacircolare.com, oltre 6 rispondenti su 10 ammettono di non portare abitualmente i RAEE al centro di raccolta comunale. Tra coloro che affermano di non farlo mai, la stragrande maggioranza (76%) ammette di tenere in cantina o dentro un cassetto le apparecchiature inutilizzate e l’8% dichiara di conferirle nell’indifferenziato: una miniera sprecata di terre rare e metalli preziosi!

Ancora più critico il quadro che emerge in merito alla possibilità di consegnare un RAEE presso i grandi negozi di elettronica: nonostante le molte campagne informative, il 49% non conosce il ritiro “1 contro 1” e ben il 74% ignora l’esistenza del diritto all’“1 contro 0”, per i dispositivi fino a 25 cm.

Bioplastiche: bene, ma non ancora benissimo

Interessante si è rivelata anche un’altra recente survey svolta in app sulle bioplastiche, realizzata in collaborazione con il consorzio Biorepack, alla quale hanno risposto quasi ottomila utenti. Tra i principali risultati del questionario, è emerso che la stragrande maggioranza dei rispondenti utilizza sacchetti in bioplastica compostabile per raccogliere l’umido domestico: il 54% riusa i sacchetti dell’ortofrutta, il 41,8% le shopper del supermercato, il 50,3% acquista sacchetti compostabili al supermercato e il 45,8% usa quelli distribuiti dal proprio comune e/o gestore di igiene urbana. C’è tuttavia ancora un 2% che utilizza sacchetti di plastica tradizionale.

“È doveroso sottolineare che l’utenza di Junker è mediamente più sensibilizzata e informata”, precisa De Santis. “Secondo l’ISPRA, infatti, in Italia la percentuale di plastica nella frazione organica – dovuta prevalentemente all’uso di shopper non compostabili – si attesta mediamente intorno al 5%.”

Maggiore incertezza è emersa dalla domanda sui rifiuti da non conferire nell’umido domestico. Se è vero infatti che nove rispondenti su dieci hanno correttamente identificato i mozziconi di sigaretta (secco residuo), i pannolini (secco residuo o raccolta dedicata) e i sacchetti di plastica tradizionale (plastica) come intrusi, soltanto 6 su 10 hanno indicato anche le cassette di legno (centro di raccolta) e le lettiere minerali (secco residuo). Da segnalare anche un preoccupante 9% che considera anche gli imballaggi in bioplastica compostabile come non conferibili nella raccolta dell’umido.

1 paese, 34 modalità di raccolta: l’informazione è obbligatoria

“Volendo tracciare un bilancio, possiamo dire che oggi in Italia le tipologie di rifiuti più critiche sono quelle dei tessili, dei RAEE e delle bioplastiche”, sintetizza Noemi De Santis. “È dunque lungo queste tre direttrici che occorre lavorare in modo particolare per potenziare la sensibilità dei cittadini, che hanno il diritto (anche in base alle recenti prescrizioni di ARERA), ma anche il dovere di informarsi adeguatamente, ricordando sempre che l’Italia non ha un unico sistema di gestione dei rifiuti.”

In base alla mappatura commissionata a Junker dal consorzio CONAI, nel paese convivono ben 34 diverse modalità di raccolta differenziata. Questo vuol dire che uno stesso materiale – ad esempio il cartone per bevande – può essere conferito anche in quattro modi diversi a seconda del comune in cui si trova l’utente. Eterogenei sono anche i colori dei cassonetti: quello della carta può presentarsi addirittura in sei colori diversi da un comune all’altro!

“A fronte di tanta complessità, è indubbio che negli ultimi dieci anni in Italia la consapevolezza e il senso di responsabilità dei cittadini hanno fatto passi da gigante”, conclude De Santis. “Il percorso verso la circolarità non può però dirsi concluso, perché l’UE da un lato e l’autorità di regolazione dall’altro hanno fissato obiettivi talmente sfidanti – penso all’obbligo di misurazione dei conferimenti introdotto con la Delibera 396/2025 di ARERA – che possiamo dire di essere solo a metà dell'opera.”

 

In copertina: foto Junker