Nonostante la diffusione delle politiche per l’inclusione e la crescente attenzione pubblica sul tema, la parità di genere nella scienza è ancora lontana dall’essere raggiunta. Le disuguaglianze non si rilevano solo all’ingresso delle carriere scientifiche, dove la presenza femminile è tutto sommato aumentata con il passare del tempo, ma si manifestano lungo tutta la struttura delle organizzazioni di ricerca, con le donne nettamente sottorappresentate nei ruoli decisionali, nei vertici accademici e negli organismi di governance. Il fenomeno, noto come leaky pipeline (“tubatura che perde”), caratterizza i sistemi scientifici di molti paesi, indipendentemente dal livello di sviluppo economico, con effetti diretti sulle priorità strategiche, sull’allocazione delle risorse e sulle politiche di reclutamento.

A sostenerlo è un nuovo rapporto globale, Towards gender equality in scientific organizations, presentato oggi, 11 febbraio, in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, istituita nel 2015 dall’ONU per promuovere la parità di genere nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Il report, curato dall'International Science Council (ISC), dall’InterAcademy Partnership (IAP) e dallo Standing Committee for Gender Equality in Science (SCGES), amplia i precedenti lavori condotti nel 2015 e nel 2020, introducendo per la prima volta anche una dimensione qualitativa. Si focalizza in particolare su accademie e unioni scientifiche internazionali, integrando i dati istituzionali forniti da 136 di queste realtà con le risposte a un sondaggio globale tra circa 600 scienziate e scienziati e le interviste qualitative a una dozzina di persone con ruoli di leader.

Scienza e parità di genere: i dati

In generale la presenza femminile complessiva è aumentata nell'ultimo decennio. Nelle accademie nel 2025 le donne rappresentavano in media il 19% dei membri, rispetto al 12% del 2015 e al 16% del 2020: un progresso costante, ma comunque modesto, che resta ben al di sotto della quota di donne nella forza lavoro scientifica globale, pari al 31,1%, secondo varie stime globali citate dal report. La situazione appare ancora più critica nei ruoli apicali: solo un'accademia su cinque è guidata da una donna, senza miglioramenti negli ultimi cinque anni.

Le unioni scientifiche internazionali presentano una partecipazione femminile superiore rispetto alle accademie, con una media del 40% di donne negli organi di governo. Questo dato sale al 46% tra le unioni partner dello SCGES, grazie a modelli di governance più flessibili e a un impegno più esplicito in politiche di genere. Se si cercano le ragioni di questa situazione, emerge un paradosso: la maggior parte delle organizzazioni dichiara procedure di accesso aperte e basate sul merito, ma nella realtà i processi restano guidati dalle reti informali, che tendono a favorire la visibilità di chi è già inserito in determinati circuiti.

Le accademie che utilizzano comitati dedicati alle elezioni riportano una presenza femminile media del 34%, contro il 17% di quelle che si affidano al voto di tutti i membri, suggerendo che approcci strutturati favoriscano l'equità. Le scienziate combattono anche contro condizioni di lavoro profondamente diverse da quelle dei colleghi uomini: secondo il sondaggio, hanno 4,5 volte più probabilità di perdere opportunità professionali a causa di responsabilità di cura (come la gestione dei figli o dei familiari anziani) e 2,5 volte più probabilità di subire discriminazioni o molestie.

Infine, il report non si limita all’analisi, ma propone varie strategie per il cambiamento: si va dall’inserimento dell’impegno per l’uguaglianza negli statuti all’introduzione di piani d'azione con budget dedicati (attualmente solo il 10% delle accademie ha fondi specifici), dalla definizione di procedure di nomina sulla base di criteri trasparenti alla creazione di liste bilanciate e comitati formati per mitigare i pregiudizi (bias). Inoltre, è necessario implementare codici di condotta chiari e canali di segnalazione indipendenti per le molestie, dare supporto alla genitorialità, promuovere programmi di mentorship e leadership per le donne, raccogliere sistematicamente dati disaggregati per genere in modo da monitorare i progressi.

I casi studio internazionali

Fondamentale è anche promuovere lo scambio di buone pratiche tra realtà diverse, dimostrando che il cambiamento strutturale è possibile quando esiste una chiara volontà politica. Per esempio, in Spagna la Royal Spanish Academy of Sciences ha introdotto, oltre a una regola di rinnovamento generazionale del 50% per under 50, una quota di genere del 40% tra le nuove nomine, portando la rappresentanza femminile dal 9,7% al 24% nell’arco di pochi anni. Allo stesso modo in Giappone la riforma del sistema di nomina del Science Council of Japan, promossa nel 2005, ha fatto salire la quota di donne dal 6% al 39%.

E ancora: in Slovacchia la Slovak Academy of Sciences ha introdotto il grant Return to Research per sostenere i genitori dopo il congedo parentale, in Ungheria l’Hungarian Academy of Sciences ha ideato finanziamenti specifici per le ricercatrici con figli sotto i 14 anni che vogliono conseguire titoli accademici avanzati, mentre lo SCAR (Scientific Committee on Antarctic Research), che opera a livello globale ma è registrato nel Regno Unito, ha adattato i propri criteri di valutazione, in modo da considerare anche le interruzioni di carriera dovute a carichi familiari.

La questione non è solo etica o sociale, ma anche scientifica ed economica. Come sottolinea il rapporto, il futuro della scienza dipende dalla sua capacità di riflettere la piena diversità del talento globale: organizzazioni di ricerca più equilibrate dal punto di vista di genere mostrano migliori performance, maggiore capacità di innovazione e una più ampia capacità di trasferimento delle conoscenze verso la società, attraverso una varietà di approcci e soluzioni. Al contrario, l’esclusione sistematica di una parte del capitale umano rappresenta una perdita netta di competenze e investimenti formativi.

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