Sono passati due giorni dalla catastrofica inondazione che ha colpito il Nepal al confine con il Tibet, ma l’emergenza resta attiva e sono ancora migliaia le persone disperse. Dopo il collasso di una parte di ghiacciaio, che mercoledì 26 agosto ha innescato una gigantesca colata di acqua, ghiaccio, fango, rocce e detriti lungo le valli himalayane, nelle ultime ore un nuovo pericolo ha costretto le autorità a sospendere le operazioni di soccorso: il rischio di una seconda piena provocata da un lago di sbarramento formatosi a monte.
Il rischio era noto già dalla prime ore dopo la tragedia, quando iniziavano a delinearsi le possibili cause del disatro, ma il bacino, creatosi in seguito all’accumulo di fango e detriti lungo il sistema fluviale al confine tra Nepal e Tibet, ha iniziato a tracimare venerdì mattina. Secondo Reuters, la situazione ha provocato una nuova ondata di allarme nel distretto nepalese di Rasuwa, una delle aree più colpite dalla catastrofe, che ha fermato le operazioni mentre gli abitanti delle zone più basse venivano aiutati a evacuare verso le aree più elevate.
Nel pomeriggio locale (verso cioè il mezzogiorno italiano), però, le autorità cinesi hanno comunicato che il rischio era diventato gestibile. Secondo quanto riportato da CCTV, l’emittente statale cinese, il bacino sta infatti tracimando e drenando naturalmente, mentre il livello dell’acqua ha iniziato a diminuire. Le operazioni di ricerca e soccorso sono quindi state riprese e rafforzate.
La situazione, tuttavia, resta critica. Secondo i dati in aggiornamento dell’Autorità nazionale per la riduzione del rischio e la gestione dei disastri del Nepal, citata dalla BBC, le vittime accertate alle 13 ora italiana del 28 agosto sono salite a 538. Il numero dei dispersi è di 977, tra cui 517 cittadini stranieri. Sul versante tibetano le autorità cinesi hanno confermato almeno cinque morti e 558 dispersi. Ma il bilancio resta purtroppo in continua evoluzione, mentre le squadre di soccorso raggiungono aree rimaste isolate e recuperano nuovi corpi.
Il lago di sbarramento e il rischio di una seconda ondata
Il pericolo odierno è una conseguenza diretta della stessa dinamica che ha provocato l’inondazione di mercoledì. Il collasso glaciale ha riversato a valle enormi quantità di ghiaccio, rocce, fango e sedimenti, modificando il corso dei fiumi e accumulando materiale in alcuni punti della valle. Uno di questi accumuli ha creato una sorta di diga naturale, dietro la quale ha iniziato a raccogliersi una grande quantità d’acqua. È il cosiddetto lago di sbarramento: un bacino temporaneo che si forma quando una frana, una colata di detriti o un altro evento naturale blocca parzialmente o completamente il corso di un fiume.
Il problema è la natura intrinsecamente instabile di queste barriere. A differenza di una diga progettata e costruita per resistere alla pressione dell’acqua, uno sbarramento naturale formato da fango, rocce e detriti può cedere o essere progressivamente eroso. Se questo avviene in modo rapido, l’acqua accumulata può essere rilasciata improvvisamente lungo la valle, provocando una nuova piena.
Secondo Reuters, il lago individuato al confine tra Nepal e Tibet, a monte del valico di Gyirong, ha superato i 2,5 milioni di metri cubi d’acqua. Il giorno precedente una squadra cinese di ingegneri aveva stimato un volume compreso tra 1,5 e 2 milioni di metri cubi e aveva avviato rilievi aerei e una modellazione tridimensionale della barriera. Le autorità cinesi avevano inoltre previsto che, nei giorni successivi, altri milioni di metri cubi d’acqua potessero affluire nel bacino, aumentando il rischio di un cedimento.
Le immagini aeree diffuse dalla squadra di soccorso cinese e riprese da CGTN mostravano una massa di acqua marrone accumulata in una conca apparentemente priva di uno sbocco visibile, che aveva già sommerso alberi e vegetazione e premeva contro una barriera formata da pietre e detriti. Il successivo deflusso naturale ha però ridotto il rischio immediato di un collasso improvviso.
Soccorsi ripresi, ma l’emergenza resta aperta
La sospensione delle operazioni è durata il tempo necessario a valutare l’evoluzione del bacino. Una volta ridimensionato l’allarme, i soccorsi sono ripresi, ma il lavoro resta estremamente complesso. Strade e ponti sono stati distrutti, numerose comunità sono ancora isolate e vaste aree sono prive di elettricità. Per raggiungere le persone intrappolate o bloccate nei villaggi montani, l’esercito nepalese ha mobilitato 12 elicotteri e allestito un ospedale da campo vicino alle zone più colpite.
Una delle operazioni più delicate riguarda l’impianto idroelettrico Trishuli 3A, dove circa cento persone risultano ancora intrappolate in un tunnel sommerso dalla piena. Secondo l’ufficio del primo ministro nepalese, circa 350 persone sono già state tratte in salvo nella zona, mentre proseguono le operazioni per raggiungere quelle ancora bloccate.
Nel frattempo, le squadre utilizzano anche mezzi pesanti per scavare tra fango e detriti. Reuters riferisce che i soccorritori stanno lavorando in villaggi e centri abitati devastati dalla piena, mentre diminuiscono le speranze di trovare sopravvissuti nelle aree più colpite.
Secondo la Croce Rossa, oltre 90.000 persone sono state colpite dalla catastrofe. David Fisher, capo della delegazione della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa in Nepal, ha dichiarato che il rischio di una seconda ondata di piena resta una delle principali preoccupazioni degli operatori umanitari.
La ripresa dei soccorsi non significa quindi che l’emergenza sia terminata. Il bacino di sbarramento continua a essere monitorato, mentre le precipitazioni previste nella regione nei prossimi giorni fanno mantenere elevata l’attenzione. Sullo sfondo resta la stessa fragilità legata alla crisi climatica che aveva già reso devastante l’evento di mercoledì: in un territorio montuoso, attraversato da fiumi stretti e ripidi, anche un accumulo temporaneo di acqua e detriti può trasformarsi rapidamente in una nuova minaccia per le comunità a valle.
In copertina: una ripresa dal drone mostra la devastazione causata da una violenta inondazione improvvisa a Nuwakot, in Nepal, il 27 agosto 2026. Foto di Sulav Shrestha/Xinhua/ABACAPRESS.COM, Agenzia IPA
