
In lingua sanscrita, il nome Himalaya significa “dimora della neve e del ghiaccio”. Inarrivabili ed eterni, i ghiacciai delle montagne più alte della Terra erano anche considerati la dimora di tutte le divinità indù e buddiste: un’attribuzione di sacralità tutt’altro che ingenua, visto che proprio lassù ha origine il più esteso e complesso sistema idrico del mondo, da cui dipende la vita di buona parte della popolazione asiatica.
Includendo la propaggine occidentale dell’Hindu Kush, l’intero sistema montuoso si estende in lunghezza per oltre 3.500 chilometri, attraversando otto paesi – Afghanistan, Pakistan, India, Nepal, Cina, Bhutan, Bangladesh e Myanmar – e alimentando le sorgenti di dieci fra i più importanti fiumi del continente: il Fiume Giallo, lo Yangtze, il Mekong, il Salween, l’Irrawaddy, il Brahmaputra, il Gange, l’Indo, l’Amu Darya e il Tarim.
Dalle acque del Terzo Polo, così chiamato perché rappresenta la terza più grande massa di ghiaccio dopo il Polo Nord e il Polo Sud, dipendono i regimi stagionali e la portata dei bacini fluviali che oggi forniscono servizi essenziali a circa due miliardi di persone. Ma se l’equilibrio idrogeologico della regione è stato più o meno lo stesso per millenni, plasmando le economie, le culture e le religioni con i suoi ritmi ciclici, ora il cambiamento climatico e la fusione dei ghiacciai stanno sconvolgendo le basi stesse della sussistenza per i popoli dell’area. E ciò che si credeva immutabile ed eterno improvvisamente appare incerto, precario e spaventosamente vulnerabile.
Una fragile torre
Fra i tanti soprannomi con cui è nota la regione dell’Hindu Kush Himalaya, particolarmente suggestivo è quello di “torre d’acqua” dell’Asia: per gli scienziati, è una metafora efficace per descriverne il ruolo nel governare l’equilibrio dei bacini a valle. I ghiacciai praticamente funzionano come una cassaforte, raccogliendo neve nella stagione fredda e immagazzinandola nella propria riserva di ghiaccio perenne per secoli; poi, nella stagione calda, una piccola parte di questa riserva si scioglie e viene rilasciata come acqua di disgelo nei fiumi, che così non si seccano.
È un meccanismo di “buffer” nel ciclo idrologico, che impedisce il verificarsi di situazioni estreme. Ed è una promessa di continuità su cui da sempre, in quest’area, si basano tutte le infrastrutture e i sistemi di sussistenza umani, dalle forniture di acqua potabile all’irrigazione dei campi fino alle centrali idroelettriche. Ma con il ritiro sempre più rapido dei ghiacciai dovuto al cambiamento climatico, quel patto oggi si è rotto e la torre d’acqua ha cominciato a vacillare.
Il picco idrico
La gravità delle conseguenze dipenderà da diversi fattori, come il peso demografico sulla regione, le dimensioni del prelievo idrico, le attività estrattive e industriali, lo sfruttamento e il degrado del suolo. Su tutti, però, sarà determinante il livello di riscaldamento climatico a cui si arriverà.
Per avere un quadro completo dei vari scenari che si prospettano, non c’è nessuno meglio dei ricercatori di ICIMOD, l’International Centre for Integrated Mountain Development di Kathmandu. “Sono tre gli scenari principali di riscaldamento climatico che abbiamo individuato al 2100, con relative perdite di ghiacciai himalayani”, ci spiega Neera Shrestha Pradhan, responsabile del settore Cryosphere and Water di ICIMOD, citando il report Water, ice, society, and ecosystems in the Hindu Kush Himalaya (HI-WISE) rilasciato dall’istituto nepalese nel 2023. “Con uno scenario di riscaldamento di 2°C, al momento altamente probabile, a fine secolo sarà perduto il 50% dei ghiacciai; con un aumento di 3°C si verificherà una perdita fra il 55 e il 75%; mentre nell’ipotesi peggiore di un innalzamento di 4°C, allora sparirà tra il 70 e l’80% dei ghiacci dell’Hindu Kush Himalaya."
A peggiorare le cose, questo rovinoso percorso verso la scarsità idrica non avrà un andamento lineare, ma seguirà una curva a U rovesciata, tempestata di eventi estremi e imprevedibili. In uno scenario di aumento di 2°C, gli scienziati di ICIMOD stimano che si raggiungerà il cosiddetto peak water, il picco idrico, attorno al 2050. “Significa che fino a quel punto la fusione dei ghiacciai porterà a un eccesso di acqua nei bacini fluviali, causando piene, alluvioni e altri disastri", spiega Shrestha Pradhan. "Poi, dopo il picco, la quantità d’acqua diminuirà drasticamente, portando a gravi situazioni di scarsità, siccità, fiumi in secca e fonti prosciugate, con tutte le conseguenze immaginabili per l’agricoltura, l’approvvigionamento energetico e la vita delle popolazioni."
Scenario multi-rischio
Purtroppo non ci sarà bisogno di aspettare per verificare le previsioni di ICIMOD, visto che la prima parte ha già cominciato ad avverarsi. Scorrendo le pagine dell’HI-WISE Report, si incontra una mappa dell’Hindu Kush Himalaya su cui i ricercatori hanno annotato tutti i disastri e gli eventi estremi legati alla criosfera occorsi nell’ultimo decennio, con tanto di macabro conto delle vittime: ci sono valanghe di neve e ghiaccio, frane e slavine, distaccamento di parti di ghiacciai e poi i cosiddetti GLOF (glacial lake outburst flood), alluvioni causate da spaventosi e improvvisi straripamenti di laghi glaciali. Unendo i puntini, si può già intravedere quello che gli esperti chiamano uno scenario “multi-rischio”, in cui un singolo evento può avere effetti a cascata estesi e spesso imprevedibili su un intero bacino idrografico.
È quello che è successo, ad esempio, nel giugno 2021 nella valle del fiume Melamchi, in Nepal. La storia ha fatto il giro del mondo proprio per l’incredibile e fatale concatenarsi di eventi che ha prodotto un’alluvione catastrofica, con decine di morti, centinaia di sfollati, case e infrastrutture distrutte e campi devastati. In pratica, un insolito riscaldamento delle temperature combinato a piogge particolarmente intense ha causato un rapido scioglimento delle nevi, che ha provocato a sua volta l’erosione dei depositi glaciali e lo scivolamento di materiali morenici nel fiume a valle, innescando così improvvise alluvioni.
“Un disastro a cascata in cui gli impatti cumulativi sono stati molto maggiori della somma dei singoli rischi”, concludono i ricercatori di ICIMOD. E la frequenza di simili eventi non fa che aumentare: nell’estate 2025 se ne sono registrati diversi, come l’alluvione transfrontaliera che, originatasi sull’altopiano tibetano a causa del rapido prosciugamento di un lago sopraglaciale, si è riversata nel distretto nepalese di Rasuwa attraverso il fiume Trishuli, uccidendo diverse persone, danneggiando infrastrutture critiche e progetti idroelettrici, e bloccando gli scambi commerciali lungo il corridoio Nepal-Cina.
Piani di resilienza
Considerato che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C (visti anche gli esiti fallimentari della COP30) è ormai irrealistico, non resta che prepararsi alla perdita di almeno metà dei ghiacci himalayani con piani di resilienza e adattamento.
Per le popolazioni dell’Hindu Kush Himalaya, il tema della resilienza, lo abbiamo visto, è già questione di vita o di morte. Ed è per questo che al momento buona parte dell’attività di ICIMOD sul capitolo “adattamento climatico” riguarda la gestione del rischio: sistemi di allerta, monitoraggio dei ghiacciai, del permafrost e dei corsi d’acqua, strutture di protezione come barriere o soluzioni bioingegneristiche, e poi formazione e sensibilizzazione.
“Sugli early warning system per le comunità lavoriamo da parecchi anni in India, Nepal, Bhutan, Bangladesh, Pakistan, e lavoravamo anche in Afghanistan, ma adesso non è più possibile", racconta Shrestha Pradhan. "Questi sistemi riescono ad avvisare del rischio di alluvione dalle due alle sette ore prima, dando così tutto il tempo necessario per mettersi in salvo.”
Per quanto riguarda la sicurezza delle infrastrutture, ICIMOD è poi al lavoro con il Water and Energy Commission Secretariat (WECS) in Nepal per mettere a punto delle linee guida per rendere più resilienti le centrali idroelettriche e altri impianti. “E siamo molto impegnati anche sul fronte della sensibilizzazione, un aspetto che spesso viene trascurato ma che è fondamentale", continua Shrestha Pradhan. "Abbiamo dei programmi scolastici sulla gestione dei disastri. È importante che i più giovani siano preparati, perché sono loro che poi ‘amplificano’ il messaggio, lo portano a casa e istruiscono le famiglie. E saranno loro i futuri leader a cui toccherà gestire gli effetti maggiori della crisi climatica, quelli a lungo termine.”
Se il rischio di catastrofi naturali è al momento quello che terrorizza di più le popolazioni locali, sono infatti gli effetti a lungo termine della perdita del ghiaccio himalayano quelli che dovrebbero preoccupare di più, e che dovrebbero già ora allertare tutto il mondo. Gli scenari di scarsità idrica che si prospettano potrebbero infatti generare dispute e tensioni per accaparrarsi le risorse o controllare i corsi dei fiumi. “Ma implementare dei piani di gestione per interi bacini idrografici è molto complesso, visto che si dovrebbero includere diversi stati", precisa Neera Shrestha Pradhan. "Servono meccanismi di governance transfrontaliera.”
L’unico in vigore nella regione, tuttavia, è l’Indus Water Treaty, che resiste da oltre sessant'anni, ma è oggi messo in pericolo dalle tensioni fra India e Pakistan. ICIMOD, dal canto suo, sta portando avanti da anni una meritoria opera di diplomazia per tenere insieme e far comunicare gli otto paesi dell’Hindu Kush Himalaya. Lo sforzo maggiore dovrebbe però partire dai governi stessi, perché altrimenti uno scenario di guerre per l’acqua non sarà più soltanto una distopia.
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In copertina: una veduta aerea dell'allagamento lungo il fiume Bhotekoshi che ha colpito le zone basse e gli insediamenti vicini alle rive del fiume a Nuwakot, in Nepal, il 26 agosto 2026. Le acque alluvionali hanno raggiunto le zone residenziali e danneggiato le infrastrutture lungo il corso del fiume, mentre le autorità di emergenza continuavano a valutare l'entità dei danni e il numero delle possibili vittime. Foto di Ambir Tolang /JNA Press/Sipa USA.
