Il Lhende Khola è un fiume che in pochi, fuori dal Nepal, saprebbero indicare su una mappa. Scende dal versante himalayano verso il Bhote Koshi, attraversa il distretto di Rasuwa, lambisce Timure e il valico commerciale che collega Kathmandu alla Cina. Alle nove del mattino del 26 agosto ha smesso di essere un fiume ed è diventato un muro d'acqua, fango e detriti. Il bilancio provvisorio parla di 98 morti, centinaia di dispersi, ponti e centrali idroelettriche cancellate. È il disastro più grave che il Nepal abbia conosciuto dal terremoto del 2015.

Gli scienziati nepalesi e cinesi lavorano ancora sulle immagini satellitari, ma per gli esperti la causa converge su una tipologia di fenomeni: il GLOF, glacial lake outburst flood, ovvero l'alluvione da tracimazione di un lago glaciale.

Il meccanismo è semplice e brutale. Un ghiacciaio che si ritira lascia dietro di sé un invaso d'acqua di fusione, trattenuto non da roccia ma da un argine di morena, cioè da detriti sciolti accumulati dal ghiaccio stesso. Di fatto una diga naturale, fatta male. Basta una valanga di ghiaccio che precipita nel bacino, uno smottamento, una scossa sismica, e l'argine cede. In pochi minuti milioni di metri cubi si riversano a valle a velocità che nemmeno un sistema di allerta tradizionale riesce a precedere se non è monitorato. Appresi la prima volta della loro esistenza durante una visita all’ICIMOD, uno dei principali centri di ricerca sull’Himalaya, mentre ero nel paese per un reportage assegnato nella regione del Dolpo con la fotografa Giada Connestari nel 2013.

Qui il cambiamento climatico è la causa materiale. Il riscaldamento moltiplica i laghi glaciali, perché più ghiaccio fonde e più acqua si accumula dove prima c'era ghiaccio compatto. Destabilizza le pareti rocciose sciogliendo il permafrost che le teneva insieme da millenni. Rende i ghiacciai stessi più fragili, più inclini a distaccarsi. Secondo ICIMOD, dal 2000 il ritmo di perdita di ghiaccio nell'Hindu Kush-Himalaya è raddoppiato. Il Lhende Khola è esondato due volte in quattordici mesi. Nell'agosto 2025 un evento analogo, sul versante tibetano, aveva ucciso nove persone.

Non c’entra la fatalità, c’è un mandante occulto con una firma. Quella di coloro che negano il cambiamento climatico e ostacolano la transizione imponendo la ragion economica.

Il disastro nepalese è il corollario di un'estate che ha mostrato la violenza integrale del riscaldamento globale. In Europa quattro ondate di calore hanno prodotto almeno 35.000 morti in eccesso e un danno stimato in 180 miliardi di euro, circa un punto di PIL comunitario, sufficiente ad azzerare la crescita del continente. In Himalaya la stessa fisica si è presentata con un altro volto: non la lenta erosione statistica di mortalità estiva, ma l'onda atroce che cancella un villaggio in dieci minuti, portandosi via bambini, turisti, sherpa, commercianti, poliziotti di frontiera, animali, contadini.

Per altro il Nepal contribuisce alle emissioni globali per una frazione statisticamente irrilevante, e paga oggi il conto più alto. La classica ingiustizia climatica da manuale, di cui scriviamo da sempre.

 

In copertina: foto di JNA via ZUMA Press Wire/Agenzia IPA