Il consolidamento delle politiche ambientali interne, delle iniziative e delle capacità istituzionali ha contribuito alla nascita di un’ideologia ambientalista cinese su scala globale che la Cina ha iniziato a promuovere a livello internazionale. È una versione dell’ambientalismo di tipo sviluppista, imposta dall’alto e guidata dallo Stato, e sta iniziando a esercitare pressione sulle norme ambientali globali definite negli Stati Uniti e in Europa.

Pochi giorni prima dell’insediamento di Donald Trump, a gennaio 2017, il presidente Xi Jinping lanciò una critica non proprio velata agli Stati Uniti in un discorso programmatico al Forum economico mondiale di Davos. “Come recita un proverbio cinese, le persone con meschina astuzia si occupano di questioni insignificanti, mentre coloro dotati di lungimiranza si occupano della governance delle istituzioni”. Pochi istanti dopo, aggiunse: “Dovremmo onorare le promesse e rispettare le regole... L’Accordo di Parigi è un risultato conquistato a fatica, coerente con la tendenza alla base dello sviluppo globale. Tutti i firmatari dovrebbero attenersi ad esso invece di abbandonarlo, poiché si tratta di una responsabilità che dobbiamo assumerci per le generazioni future”.

L’osservazione faceva riferimento alla promessa elettorale di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, e il punto di vista di Xi non avrebbe potuto essere più chiaro. La Cina era una nazione responsabile e un leader in materia ambientale. Gli Stati Uniti no. I media occidentali e cinesi amplificarono il messaggio, senza badare troppo al livello sbalorditivo delle emissioni di gas serra della Cina o alla sua continua costruzione di centrali elettriche a carbone. Ciò segnò un’intensificazione di quella che l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd definì la “nuova geopolitica della leadership climatica della Cina” (2020).

La dottrina ufficiale dell’ambientalismo cinese si è sviluppata principalmente per il contesto interno della Cina. Un articolo del People’s Daily del 2022, ad esempio, ha illustrato in modo piuttosto dettagliato il contenuto del “Pensiero di Xi Jinping sulla civiltà ecologica”. Diversi aspetti saltano all’occhio. Innanzitutto, si tratta di una visione guidata in primo luogo dal PCC (anziché dal popolo o dal settore privato). Si esprime in termini di civiltà; vale a dire, le civiltà prosperano quando l’ecologia prospera e le civiltà cadono quando la natura vacilla. L’obiettivo è la coesistenza armoniosa tra uomo e natura, benché la definizione esatta del concetto rimanga poco chiara.
Ciò collega direttamente il Pensiero di Xi Jinping alle antiche nozioni cinesi di “armonia tra uomo e natura” (tiānrén héyī), “la Via (Tao) segue la natura” (dàofǎ zìrán) e “prendere le cose con moderazione” (qǔzhī yǒudù). L'ambiente è fonte di prosperità economica. L’eco-civiltà ha una nozione di giustizia collettiva, perché l'ambiente sano contribuisce al benessere di tutte le persone. Il Pensiero di Xi Jinping riconosce espressamente l’eco-civiltà come una “profonda rivoluzione nel concetto di sviluppo” e un allontanamento radicale dalle precedenti e più grossolane nozioni di sviluppo. Include un appello specifico per la “gestione coordinata di montagne, fiumi, foreste, campi, laghi, praterie e sistemi sabbiosi”, che si è concretizzato in Cina nel programma della cosiddetta “linea rossa ecologica” (shēngtài hóngxiàn), un imponente progetto di zoning a livello nazionale. Richiede “sistemi”, “stato di diritto” e l’azione individuale dei cittadini cinesi per contribuire all’attuazione dell’eco-civiltà. [...]

[Prima di tutto], l’ambientalismo globale cinese è un concetto legato allo sviluppo. Inizialmente riguardava i limiti ambientali imposti allo sviluppo, per poi evolversi in un’idea di sviluppo sostenibile come veicolo per una “crescita di alta qualità”. L’“idea cardine” della civiltà ecologica cinese è la “teoria delle due montagne” di Xi. Se da un lato il concetto ha una certa risonanza storica all’interno della Cina, la sua traduzione internazionale –  green is gold – suona puramente orientata allo sviluppo.

In altre parole, l’ambiente è fonte di prosperità. Uno dei veicoli di maggiore visibilità per questo slogan è stato un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) redatto da autori cinesi e intitolato Green is Gold: The Strategy and Actions of China’s Ecological Civilization, in cui la civiltà ecologica è presentata come un contributo cinese all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (UNEP 2016).

I leader cinesi hanno integrato questa retorica green nel linguaggio della politica estera dell’era di Xi Jinping. Così, Xi ha promesso di “rendere il green una caratteristica distintiva della cooperazione nell’ambito della Belt and Road” (la principale strategia cinese di investimenti all’estero dell’era Xi) con “cooperazione su infrastrutture verdi, energia verde e finanza verde”.

Le formulazioni green si integrano perfettamente con il linguaggio generale della politica estera cinese sulla promozione di una “comunità di destino condiviso” e sull’offerta al mondo di “benefici condivisi” e “beni pubblici globali”. Questi principi fondamentali sono qualificati con riferimento a un miscuglio di valori quali “ampia consultazione”, “contributo congiunto”, “coordinamento delle politiche”, “connettività delle infrastrutture”, “commercio senza ostacoli”, “connettività”, “integrazione finanziaria” e “legami interpersonali”. È un vago richiamo ai valori ecologici come mezzo per perseguire una più ampia gamma di virtù cinesi positive.

In aggiunta, la Cina continua a proporsi come difensore degli interessi del Global South e a definirsi “il più grande Paese in via di sviluppo del mondo” (PRC SCIO 2021a). Questo include il continuo richiamo al concetto di “responsabilità comuni ma differenziate” e ai Cinque Principi di Coesistenza Pacifica. Tali principi sottolineano la sovranità e il diritto dei Paesi in via di sviluppo di avvalersi di più tempo per raggiungere gli obiettivi ambientali globali, ricevendo al contempo assistenza dai Paesi sviluppati. Queste argomentazioni traggono forza anche dai discorsi post-coloniali che considerano alcuni aspetti dell’ambientalismo occidentale come ipocriti o dettati dall’interesse personale (ovvero, che le nazioni occidentali stiano chiedendo al Global South di “fare come diciamo, non come facciamo”). La retorica ufficiale cinese ha anche iniziato a sottolineare gli aspetti “civilizzazionali” della governance del Paese attraverso programmi come la Global Civilization Initiative, lanciata nel 2023. Lo scopo apparente dell’iniziativa è quello di enfatizzare l’importanza della diversità delle civiltà e dei discorsi e di suggerire che l’“ordine internazionale basato sulle regole” occidentale sia solo uno dei tanti approcci accettabili (Xi 2023).
Alla base di tutto questo c'è l'idea che il potere statale cinese, stabile e dominante, alla guida di una civiltà cinese più ampia, sia essenziale per realizzare le visioni utopiche e vincenti dell'ambientalismo globale cinese.
Gli aspetti ideologici dell'ambientalismo globale cinese sono illustrati in una serie sempre più ampia di documenti politici e orientativi. Gli obiettivi strategici della Cina per le sue attività ecologiche all'estero sono stati espressi per la prima volta nel documento dell'aprile 2017 Guidance on Promoting Green Belt and Road, pubblicato dal Ministero della Protezione Ambientale (MEP), dal Ministero degli Affari Esteri (MFA), dalla NDRC e dal Ministero del Commercio (MOFCOM), per promuovere la “filosofia della civiltà ecologica” e costruire una “comunità con un futuro condiviso per l’umanità”.

L'era di Xi ha anche visto una crescente diffusione di materiali in lingua straniera pensati per trasmettere al pubblico internazionale le ideologie cinesi sull'ambientalismo globale. Oggi questi concetti vengono regolarmente diffusi attraverso i discorsi dei vertici politici, le dichiarazioni ufficiali di politica estera, i media statali e altre pubblicazioni. La raccolta in quattro volumi dei discorsi di Xi Jinping, The Governance of China, pubblicata tra il 2013 e il 2022, comprende più di due dozzine di discorsi su questioni ambientali globali e nazionali. Il Padiglione cinese ai negoziati annuali sul clima dell’UNFCCC è pieno di libri come China’s Road of Green Development di Xie Zhenhua e Toward a Green and Low-Carbon Future: China’s Energy Strategy di Zhou Dadi. Ma l’opera magna della comunicazione cinese verso l'estero è un volume curato in lingua inglese di 775 pagine che raccoglie saggi di oltre 70 eminenti studiosi e ricercatori cinesi, intitolato Beautiful China: 70 Years Since 1949 and 70 People’s Views on Eco-civilization Construction.
Nel complesso, lo spirito del messaggio è chiaro: l’approccio della Cina alla governance e la ricerca del proprio interesse nazionale porteranno benefici al resto del mondo in termini di sviluppo e ambiente. L’idea più forte rimane quella per cui la governance cinese possa produrre risultati che altri sistemi non sono in grado di garantire. Il sottotesto è che l’approccio cinese alla governance – caratterizzato, tra le altre cose, da una leadership tecnocratica e verticistica del partito-Stato, da una liberalizzazione del mercato entro certi limiti e dall’enfasi sui diritti economici rispetto a quelli civili – sia più adatto a garantire tali risultati.
Sebbene alcuni commentatori abbiano sostenuto che la Cina sia entrata in un'era più ideologica con l'ascesa di Xi Jinping, il messaggio globale è pragmatico e risale agli albori della politica stessa: seguimi e ti darò ciò che desideri.

Un interrogativo chiave è quale ruolo concreto rivesta l’ideologia ecologista nell’azione globale della Cina. Ha un’effettiva utilità o è mera retorica? Ciò che è chiaro è che si tratta di uno sforzo imponente volto a trasformare il modo di pensare cinese su cosa costituisca lo “sviluppo” e sul giusto rapporto tra uomo e natura. Modelli di crescita meno dispendiosi in termini di risorse o meno inquinanti sono ora apprezzati in un modo impensabile solo pochi decenni fa. Se da un lato le tecnologie pulite vengono presentate come una “truffa verde” all’inizio del secondo mandato dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti (Casa Bianca 2025), dall’altro sono considerate uno sviluppo auspicabile e di “maggiore qualità” in Cina (Qiu 2024; People’s Daily 2025). L’ideologia cinese ha anche creato un quadro perfetto per consentire al Paese di trarre vantaggio dalle dinamiche di economia politica che giocano a suo favore. Così, la Cina sta cercando di sfuggire alla trappola del reddito medio promuovendo in modo deciso le industrie clean-tech avanzate. Tale strategia contribuisce a mitigare i rischi per la sicurezza energetica, a ridurre le pressioni sull’ambiente e sulla salute pubblica e a rafforzare la reputazione globale della Cina attraverso il contributo agli obiettivi globali di sviluppo e ambientali.

Ma soprattutto, si tratta di una strategia con cui la Cina intende trarre vantaggio da quella che considera un’inevitabile transizione globale verso le tecnologie energetiche pulite (Boyd 2012). Come si risolveranno nella pratica le contraddizioni tra uomo e natura, sviluppo e ambiente, o tra la Cina e il resto del mondo? La dottrina dell'eco-civiltà inizia a dare risultati concreti a livello nazionale, dove sta modificando la struttura economica, il comportamento industriale e i modelli di utilizzo del territorio della Cina. Non vi è tuttavia alcuna garanzia che ciò continui, ad esempio, se l'economia dovesse vacillare o se ci fosse un cambio di leadership. Sebbene l'ideologia si traduca in prassi a livello nazionale, è probabile che si manifesti in modo diverso all'estero. L'ideologia verde cinese, per esempio, potrebbe richiedere una maggiore protezione ecologica in patria, tollerando al contempo un maggiore impatto ambientale a livello globale in nome dello sviluppo o semplicemente a causa di una minore capacità di governance globale o attenzione?

Per gentile concessione dell’autore, un’analisi tratta dal saggio Chinese Global Environmentalism (Cambridge University Press, 2026)

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In copertina: lo skyline della città cinese di Guiyang, foto Envato