Approccio human-centred, cooperazione globale e accesso più ampio alle tecnologie dell’intelligenza artificiale. L’AI Impact Summit 2026 – il quarto, svoltosi quest’anno a New Delhi dal 16 al 20 febbraio – si è chiuso con la consueta, e vaga, dichiarazione di buoni propositi firmata da 89 paesi.

Ma al di là del pur lodevole slogan “AI for all” promosso dal governo indiano, le notizie vanno ricercate soprattutto nel contorno dell’evento: nell’ambizione dell’India a presentarsi come potenza tecnologica emergente e nella sua adesione alla Pax Silica, la coalizione per la sicurezza delle supply chain dell’intelligenza artificiale guidata dagli Stati Uniti.

Cos’è la Pax Silica

Lanciata a Washington lo scorso 12 dicembre, la Pax Silica è stata fortemente voluta e orchestrata dal sottosegretario di stato per gli affari economici dell’amministrazione Trump, Jacob Helberg, che proprio dal mondo dell’hi-tech proviene.

L’iniziativa non è un accordo commerciale, ma un’intesa per la sicurezza economica e militare, che nell’ottica della Casa Bianca sempre di più dipenderà da chi e come sarà in grado di controllare la catena del valore dell’intelligenza artificiale. I pilastri della Pax Silica sono dunque quattro: la capacità di calcolo, che oggi sempre di più si accompagna agli sviluppi nell’ambito dei computer quantistici; la filiera dei semiconduttori (e quindi del silicio, da cui “silica”); i minerali critici e le terre rare; l’energia, la cui domanda non farà che aumentare per via dei data center e delle operazioni di computing sempre più complesse. “Se il Ventesimo secolo si basava su petrolio e acciaio, il Ventunesimo si basa sull'informatica e sui minerali che la alimentano”, ha dichiarato Helberg.

Quindi assicurare la stabilità delle catene di fornitura diventa strategico, e la Pax Silica, nelle intenzioni del governo statunitense, nasce proprio per porre rimedio alle vulnerabilità che alcuni tratti di queste catene presentano: concentrazioni di produzione in poche regioni, monopoli e dipendenze che espongono tutto il settore a rischi sistemici. E se pure la Cina non viene mai menzionata esplicitamente nella dichiarazione ufficiale dell’iniziativa, è chiaro che Washington ha in mente proprio il quasi monopolio cinese sulle terre rare, che nell’ultimo anno è stato utilizzato da Pechino come una vera e propria arma nella guerra dei dazi.

Al lancio dell’iniziativa in dicembre erano presenti i principali partner strategici degli USA: Giappone, Corea del Sud, Singapore, Paesi Bassi, Israele, Regno Unito e Australia. Successivamente si sono aggiunti alla coalizione il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e la Grecia. Infine, anche l’India ha accettato ufficialmente l’invito.

Perché l’India ha aderito alla Pax Silica

L’ingresso dell’India all’iniziativa degli USA “non era scontato”, ha scritto Times of India subito dopo l’annuncio, il 20 febbraio. Del resto a Washington, a dicembre, il governo indiano era assente: nessun ministro, né delegati. “L’elenco iniziale era composto da alleati degli USA e paesi ad alto reddito”, osserva ancora il quotidiano di Mumbai.

Poi, però, Washington ha cominciato a “corteggiare” gli indiani. E non certo per pura simpatia: l’India ha una riserva di terre rare fra le più grandi al mondo, che ammonta a 8,52 milioni di tonnellate in gran parte non sfruttate, visto che la produzione domestica rimane ancora molto bassa. Inoltre, il settore della produzione di semiconduttori è in pieno boom, con una decina di grossi stabilimenti in fase di realizzazione.

Ma se per gli Stati Uniti tenere vicina l’India è una sorta di assicurazione per il futuro delle filiere hi-tech, anche l’India spera di ottenere dei vantaggi dall’adesione alla Pax Silica. Ad esempio, un maggiore accesso al know-how più avanzato nel campo dell’intelligenza artificiale e, soprattutto, alle infrastrutture GPU, essenziali per lo sviluppo dell’AI e la cui fornitura globale è stata limitata dagli Stati Uniti.

Inoltre, al pari di quello statunitense, anche il governo indiano vuole ridurre le sue dipendenze dalle forniture cinesi, ma per farlo ha bisogno di ingenti investimenti che consentano di costruire un vero ecosistema produttivo, dalla lavorazione delle materie prime, alla produzione di semiconduttori fino alla ricerca e allo sviluppo dei modelli più avanzati di AI.

Una cifra per realizzare l’ambizione tecnologica indiana l’aveva già data il ministro dell’IT Ashwini Vaishnaw: 200 miliardi di dollari da raccogliere in due anni. Al termine dall’AI Impact Summit, lo stesso Vaishnaw ha annunciato, trionfante, impegni di investimento per 250 miliardi di dollari.

Missione AI

“L’India si prepara a uno straordinario percorso nel campo dell’intelligenza artificiale, e noi vogliamo essere suoi partner.” Così il CEO di Google, Sundar Pichai, ha annunciato, dal palco dell’AI Impact Summit, la realizzazione di una grande infrastruttura di cavi sottomarini dall’India verso Singapore, Australia e Sudafrica per aumentare la velocità delle connessioni e del traffico dati. Il progetto fa parte di un massiccio investimento già rivelato da Google a ottobre: 15 miliardi di dollari per costruire il suo più grande hub di intelligenza artificiale al di fuori degli Stati Uniti, a Visakhapatnam nello stato dell’Andhra Pradesh.

Pichai non era certo l’unico CEO di Big Tech presente a New Delhi, dove, oltre a una ventina di capi di stato e a decine di ministri, c’erano circa 500 leader tecnologici globali, fra cui i numeri uno di OpenAi e Nvidia. Se, dunque, l’India guarda con crescente ambizione al settore hi-tech, anche il mondo hi-tech comincia a guardare con sempre più convinzione al subcontinente indiano. E in effetti, l’India è una destinazione interessante per gli investimenti del settore AI grazie a un ampio bacino di professionisti del software e dell’IT e alla mole di dati generata dai suoi abitanti, indispensabile per il training dei modelli di intelligenza artificiale.

Da parte sua, il governo di Narendra Modi sta puntando con decisione sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale, come dimostra la IndiaAI Mission lanciata nel 2024. “C'è un enorme ottimismo, alimentato dal governo, sul fatto che il paese sia all'avanguardia nella tecnologia che definirà questo secolo”, ha scritto The Diplomat alla vigilia del summit.

Ci sono tuttavia questioni tutt’altro che secondarie da tenere in considerazione. Prima fra tutte, la sostenibilità delle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’AI. Sarà in grado l’India, oggi alle prese con la sfida della transizione energetica, di supportare il consumo di risorse idriche ed elettricità richiesto da strutture altamente energivore come i data center?

 

In copertina: Narendra Modi parla all’AI Impact Summit fotografato da Stephane Lemouton/SIPA, Agenzia IPA