I cambiamenti climatici sono un tema sempre più intergenerazionale, e non solo giovanile, come poteva apparire fino al recente passato, a guardare all’immagine dei Fridays for Future guidati da Greta Thunberg e alla diffusione dell’ecoansia soprattutto tra i ragazzi. Se gli italiani tra i 20 e i 29 anni si distinguono all’interno dell’Unione Europea per la loro consapevolezza su questi temi, negli altri paesi sono le fasce d’età over 30 a essere più informate, come rileva la sesta indagine della BEI (Banca europea per gli investimenti) sul clima. A testimonianza di questa evoluzione c’è anche la recente sentenza della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo, che ha condannato la Svizzera per non aver fatto abbastanza nella lotta per il clima, su ricorso di un gruppo di donne over 64 riunite nell’associazione Klima Seniorinnen.

L’indagine della BEI sul clima 2023-2024

Il sondaggio della BEI ha coinvolto più di 30.000 persone in 35 paesi, tra cui, oltre ai 27 stati membri dell’Unione Europea, il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone, l'India e il Canada. Ogni intervistato ha risposto a 12 domande, suddivise in tre capitoli principali: definizione e cause del cambiamento climatico, conseguenze, soluzioni. Per ogni risposta il livello di conoscenza è stato valutato su una scala da un minimo di 0 a un massimo di 10. Finlandia (7,22/10), Lussemburgo (7,19/10) e Svezia (6,96/10) guidano la classifica generale dell’UE. L’Italia si posiziona al 16° posto, dopo la Francia e prima della Grecia, con un punteggio di 6,41/10, leggermente superiore alla media europea pari a 6,37/10.

A distinguersi per merito sono gli italiani tra i 20 e i 29 anni, secondi solo ai coetanei lussemburghesi nella classifica dedicata a questa fascia d’età: con un punteggio di 6,88/10 si dimostrano più informati e consapevoli rispetto ai connazionali over 30 (6,33/10). Una tendenza, questa, che ci differenzia da quasi tutti gli altri stati UE, dove la popolazione ultratrentenne appare più aggiornata rispetto alla generazione precedente.

Cambiamento climatico: definizione e cause

Entrando nel dettaglio, gli italiani si collocano al 12° posto con un punteggio di 7,24/10 rispetto a una media UE di 7,21/10 per quanto riguarda la definizione di “cambiamenti climatici” e la conoscenza delle cause. Sul primo punto il 66% seleziona la risposta corretta, ovvero “mutamento sul lungo periodo dei regimi climatici mondiali”, mentre i restanti pensano a una rapida evoluzione meteorologica sul breve periodo, soprattutto estivo.

Il 79% riconosce che le principali cause dei cambiamenti climatici sono le attività umane, il 12% indica i fenomeni naturali estremi, come eruzioni vulcaniche e ondate di calore, il 9% cita il buco nell'ozono. Il 73% del campione riconosce che i tre maggiori emettitori globali di CO sono Stati Uniti, Cina e India.

Le conseguenze dei cambiamenti climatici

Se si parla di conseguenze dei cambiamenti climatici, gli italiani guadagnano la 10ª posizione, al di sopra della media UE (7,86/10 vs 7,65/10). L’86% è consapevole sia degli effetti negativi sulla salute umana, dovuti a un aumento degli agenti inquinanti nell’aria, sia delle ripercussioni sulla fame nel mondo, a causa delle minori rese delle colture.

Il 69% sa che il livello globale del mare sta aumentando a causa del climate change, il 12% pensa stia diminuendo, mentre il restante 19% non individua alcuna relazione causa-effetto.

Al 74% appare poi chiaro l’impatto sui fenomeni migratori mondiali, soprattutto in termini di aumento dei trasferimenti forzati.

Cambiamento climatico, le possibili soluzioni

Quali sono le azioni possibili per mitigare i cambiamenti climatici? Su questa domanda gli italiani si rivelano meno preparati, in linea con la tendenza generale europea: con un punteggio di 4,14/10, inferiore alla media del 4,25/10, il nostro paese resta in 17ª posizione. Il 71% riconosce quanto sia importante usare prodotti riciclabili, così come scegliere il trasporto pubblico rispetto all’auto privata (63%), ma pochi (38%) pensano a un migliore isolamento degli edifici, all’acquisto di una minore quantità di abiti (30%) e alla riduzione della velocità sulle strade (13%).

Scarsa l’informazione sui device digitali: solo il 6% sa che guardare meno video online può far bene all’ambiente. Infine, solo il 47% conosce il significato di “carbon footprint individuale”, ovvero il totale delle emissioni di gas serra emesse da un singolo individuo annualmente.

Il divario generazionale

Il divario generazionale tra i ventenni italiani e gli ultratrentenni emerge chiaramente da tutti e tre i sottoindici: per quanto riguarda definizione e cause i primi mettono a segno un punteggio di 7,77, i secondi di 7,17. Il divario si riduce sulle conseguenze (8,19 contro 7,80), poi torna ad ampliarsi sulle azioni di mitigazione (rispettivamente 4,70 e 4,03).

"Il fatto che i nostri giovani siano tra i più informati dell’Unione Europea dimostra che l'istruzione è lo strumento più efficace per trasformare il mondo in cui viviamo in un posto migliore e più sostenibile”, commenta Gelsomina Vigliotti, vicepresidente della BEI. “Come banca del clima dell'UE, siamo pronti ad affiancare la transizione ecologica del settore privato e pubblico in Italia”.

I progetti per la transizione verde in Italia

Tra i progetti chiave che la BEI sta finanziando, ci sono il collegamento della Sicilia con la Sardegna e la penisola tramite un doppio cavo sottomarino, che migliorerà la capacità di scambio elettrico e l'affidabilità della rete, e il primo impianto su scala commerciale in Sardegna per la produzione di una batteria basata sulla trasformazione di stato dell’anidride carbonica, che promette uno stoccaggio energetico superiore alle attuali soluzioni. Infine, gli investimenti nella produzione di energia pulita e nel miglioramento del sistema idrico rientrano anch’essi nel progetto per la transizione verde del nostro paese.

 

Immagine: Ma Ti, Unsplash

 

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