Le città europee stanno cambiando pelle, il primato del consumo e la privatizzazione dello spazio pubblico, sul modello americano, si imprime nei luoghi e diventa esperienza quotidiana. La novità, dice Elena Granata, è che finalmente in molti cominciano a manifestare insofferenza.
Urbanista, docente al Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di economia civile, Granata lo scrive nel suo ultimo libro, La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo (Einaudi, 2026): non un’utopia, ma la messa a fuoco di un malessere e di un bisogno diffuso, un manifesto per un altro modo di vivere la città. L’abbiamo intervistata per approfondire.
Le nostre città stanno andando verso una contrazione degli spazi di tutti, scrive. Una riduzione che coincide con la contrazione della qualità della vita.
La vera domanda è dove stiamo andando noi come persone e come comunità. Se ci guardiamo allo specchio e vediamo cittadini scontenti, sempre di corsa, senza tempo a disposizione per le cose che amano fare, forse non ci piacciamo. Un certo assetto spaziale produce un certo tipo di umanità, fatta di relazioni faccia a faccia, di rispetto, di tolleranza, di biodiversità. Se ci priviamo di quell’habitat cambia anche la nostra natura umana: diventiamo più affaticati nelle relazioni, intolleranti verso i bambini, incapaci di sopportare gli stranieri.
L’attenzione alla sostenibilità ambientale delle città non è sufficiente?
È un tema rilevante, ma spesso il modo in cui abbiamo progettato il verde si presta a una gentrificazione green: l’esclusione delle componenti più fragili (bambini, famiglie, anziani, poveri) in virtù di una trasformazione green della città. Pensiamo a Milano, dove l’investimento sul verde diventa qualcosa legato al lusso e di esclusivo. Non possiamo più disgiungere la questione sociale da quella ambientale. La sostenibilità deve estendersi al modo in cui vivono e sopravvivono gli esseri umani, e con quale qualità di vita possono continuare a stare nelle città. C’è un risvolto legato all’adattamento alla crisi climatica, certo: la svolta green dovrebbe consentire alle persone di vivere in salute. Ma non si tratta soltanto di salute. È felicità pubblica, diritto alla città, qualità minuta degli spazi, libertà di passeggiare senza una meta. Questa idea di libertà nello spazio urbano è un’invenzione della città europea, quella possibilità di camminare, senza meta, senza avere un motivo per farlo. Ce l’abbiamo nel DNA, è nella struttura fisica delle nostre città, ma l’abbiamo considerata così poco come elemento fondamentale della salute collettiva che la stiamo svendendo alla privatizzazione, al commercio, alla finanza.
Questo introduce un paradosso: la transizione green delle città, se non è accompagnata da politiche di equità, rischia di replicare le stesse disuguaglianze. La crisi climatica colpisce tutti, ma non tutti alla stessa maniera.
Dentro le città si notano soprattutto le zone sguarnite di cura e di attenzione pubblica. Le zone dei ricchi sono quelle alberate, più fresche, lontane dalle isole di calore. Le periferie restano distese di cemento con alberelli striminziti dove non si può godere di fresco e aria. Oggi la città dei ricchi è anche una città green, ma scaricando i costi ambientali su altre parti della città più povere.
Fontanelle, panchine, biblioteche, piscine estive: nel libro ne descrive una scomparsa sistematica.
Piano piano sono scomparsi i bagni pubblici, le fontanelle, le piscine d’estate, le biblioteche. Tutte quelle cose che erano nel corredo dell’abitante sono entrate nel mercato, sono diventate merce. Il punto è questo: non abbiamo deciso di togliere le fontanelle, abbiamo deciso che l’acqua andava venduta e acquistata. Non abbiamo tolto le panchine all’ombra, abbiamo deciso che le persone non dovessero più stare nello spazio pubblico, in nome del decoro. La mercificazione delle relazioni e delle abitudini urbane è l’esito di una scelta capitalista che sposta dal piano della gratuità e delle relazioni al mercato (tutto ha un prezzo, tutto si compra) le cose più importanti della vita. Tutto quello che è importante fare nella vita oggi si paga: il tempo libero, gli incontri, stare seduti, bere, mangiare, imparare le lingue, fare sport. Uno slittamento che si traduce in assetto spaziale. E una volta diventato assetto spaziale, diventa la nostra cultura, la nostra psicologia, il modo in cui viviamo le relazioni.
Il quadro che descrive è di una spoliazione progressiva. Eppure nel libro racconta anche anticorpi, resistenze dal basso.
È in corso una deriva così smaccata e forzata che cominciamo a sviluppare resistenze e anticorpi. Ragazzi che vogliono tornare a fare comunità, persone che si disintossicano dal cellulare, gruppi che fanno sport nelle piazze. Forme di resistenza che dicono di un animale sociale che non accetta fino in fondo di piegarsi alla logica delle merci. Ma non ci deve bastare. Il libro ha un’ambizione politica: dobbiamo tornare a istituzionalizzare queste pratiche partite dal basso, perché sono diritti universali. Non possiamo accontentarci di farle in modo occasionali. Devono tornare a essere il pilastro fondamentale della vita urbana, definire le agende politiche, tornare nel dibattito pubblico. Il passaggio va chiuso politicamente.
A New York, Zohran Mamdani ha messo al centro della sua campagna i supermercati popolari e i punti vendita di beni essenziali. Ha smesso di usare le parole economiciste (attrattività, valorizzazione, rendita) e ha cominciato a parlare di umanizzazione della vita urbana.
Il modello vincente per tanti anni, di cui Milano è stato il caso emblematico − la città dei ricchi, come la chiama Riccardo Staglianò, del capitale, la città che ti meriti perché sei capace di spesa − oggi mostra delle crepe. Per questo diventa convincente un giovane sindaco come Mamdani che comincia a parlare di supermercati, di mercati rionali, di diritto a restare in città, di bambini. Sono segnali culturali importanti. Appena arriva un sindaco o una sindaca che comincia a nominare queste cose, le persone si ricordano di quanto sono mancate loro.
Ha avuto molte reazioni dal mondo politico. Non rischia l’urban washing?
Tantissime reazioni, al punto che devo starci attenta. Sì, è il classico libro che si potrebbe prestare all’urban-washing (chiamiamolo così!): un amministratore può continuare a fare quello che ha sempre fatto e intanto invitare Granata a parlare di belle cose che piacciono a tutti. Per questo in questa fase devo scegliere con chi dialogare. Il libro va portato nei contesti giusti, con persone che hanno già fatto pezzi di strada. È come un manifesto e adesso ha bisogno di trovare compagni di viaggio.
Anticorpi dal basso, compagni di viaggio da trovare... Ma per chiudere il passaggio politico che cosa manca?
La visione. Abbiamo racconti sparsi, buone pratiche, ma non abbiamo la direzione. Non ci domandiamo più come vorremmo vivere insieme, cosa vogliamo diventare, cosa vogliamo che resti della nostra tradizione di città inclusive, aperte, innovative. La radicalità del libro sta nel porre questa domanda: c’entriamo ancora qualcosa con questa storia, o lasciamo che siano il mercato, il capitalismo, la finanza a decidere per noi? A disporre dei nostri corpi e delle nostre vite?
Nel libro c’è anche un capitolo durissimo: la fascinazione per la tabula rasa.
La fascinazione della tabula rasa, che vediamo nelle guerre, nella retorica di Donald Trump, a Gaza, non nasce dal nulla. È la versione deforme e mostruosa di un tipo di capitalismo che ci porta lì: a cancellare le periferie, a sovrascrivere i tessuti urbani, a spianare tessuti di pregio per costruire grattacieli. La cultura dell’esproprio, dei ricchi sui poveri, una cultura non più capace di accoglienza che parla soltanto di attrattività, è parente strettissima della cultura della tabula rasa dell’immobiliare bellica.
Di fronte a questa scala di distruzione, che cosa ci resta in mano?
Tornare a investire sui luoghi, sugli spazi comuni, sulle strade; comprendere che ci sono dei diritti urbani che dobbiamo riscoprire: il valore del buio, il diritto a sedersi per strada, l’ombra, la disponibilità di spazi verdi e naturali per tutti i cittadini, le biblioteche, l’efficienza dei mezzi pubblici, luoghi per il tempo libero dei ragazzi. Sono questi spazi comuni che facilitano le relazioni umane: è una questione di democrazia.
In copertina: Elena Granata
