Ci sono luoghi dove il conflitto tra lavoro e salute non è una categoria astratta da convegno, ma si misura in metri: quelli che separano i camini di una fonderia dai balconi delle case. A Fratte, quartiere della periferia sud-est di Salerno, nella strettoia della Valle dell’Irno tra il fiume e il raccordo autostradale, quella distanza è stata per decenni di pochi passi. Da una parte i forni che fondevano ghisa per produrre tombini, chiusini e caditoie esportati fino a Dubai e New York. Dall’altra, famiglie intere che respiravano ciò che da quei forni usciva.

Il 25 marzo 2026, la regione Campania ha notificato alle Fonderie Pisano il decreto di rigetto dell’autorizzazione integrata ambientale (AIA). Una parola definitiva − almeno per ora − su una vertenza che attraversa tre decenni, due generazioni di residenti malati, un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e un dilemma occupazionale che ricorda, in scala ridotta ma non meno dolorosa, quello di Taranto.

“Con il decreto di rigetto dell’AIA compiamo un passo importante, non solo per affermare la centralità della salute e dell’ambiente, ma per dare concreta attuazione a un obbligo morale e giuridico", dichiara l’assessora all'ambiente della regione Campania, Claudia Pecoraro. "Dopo anni in cui non si è riusciti a individuare soluzioni realmente sostenibili, abbiamo il dovere di intervenire. Allo stesso tempo, siamo pienamente consapevoli delle ricadute sui lavoratori e sulle lavoratrici, e il nostro impegno è garantire percorsi di tutela e futuro.”

I veleni nel sangue

Le Fonderie Pisano nascono nel 1960, quando la Valle dell’Irno è classificata come zona industriale. L’attività è la fusione secondaria di metalli ferrosi, per cui si usa un cubilotto alimentato a carbon coke, un processo che rilascia in atmosfera mercurio, cadmio, cromo, IPA, diossine. Per decenni, attorno alla fabbrica gestita dalla famiglia Pisano non c’è molto altro. Poi la città cresce, il quartiere si popola. Nel 2006 il Piano urbanistico comunale di Salerno compie una scelta che i giudici di Strasburgo definiranno più tardi “sorprendente”: trasforma l’area da industriale a residenziale, a condizione che la fonderia venga trasferita altrove. Il trasferimento, però, non avviene mai. Ma le case si costruiscono lo stesso.

A certificare cosa significhi vivere nel raggio di pochi chilometri dalla fonderia è lo Studio SPES (Studio di esposizione nella popolazione suscettibile), un biomonitoraggio commissionato dalla regione Campania e condotto dall’Istituto zooprofilattico. I risultati, emersi gradualmente tra il 2017 e il 2020, tracciano un quadro allarmante: nei residenti entro tre chilometri dallo stabilimento, le concentrazioni di mercurio nel sangue risultano fino a cinque volte superiori rispetto alla media del resto della Campania, inclusa la Terra dei Fuochi. Livelli anomali anche di cadmio e cromo, metalli la cui firma chimica, secondo gli epidemiologi Annibale Biggeri e Francesco Forastiere − gli stessi che avevano lavorato sul nesso causale tra Ilva e morti a Taranto − è riconducibile specificamente all’attività siderurgica e non ad altre fonti come il traffico autostradale o le cave.

Lo Studio SPES è stato tuttavia al centro di polemiche sulla sua gestione: la relazione finale non è mai stata formalmente pubblicata, e l’associazione Salute e Vita ha denunciato un conflitto di interessi della direttrice scientifica, consulente anche della famiglia Pisano. In ogni caso, le perizie disposte dal Tribunale di Salerno hanno confermato il quadro: su 50 cartelle cliniche esaminate, 44 casi di decesso o malattia sono stati ritenuti riconducibili all’inquinamento della fonderia, con vario grado di probabilità.

Il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo

La svolta arriva il 6 maggio 2025, quando la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso L.F. e altri contro Italia (ricorso n. 52854/18), condanna lo stato italiano per violazione dell’articolo 8 della Convenzione, il diritto al rispetto della vita privata e familiare. La Corte stabilisce che l’esposizione prolungata all’inquinamento ha reso gli abitanti nel raggio di sei chilometri dallo stabilimento più vulnerabili a diverse patologie, incidendo negativamente sulla loro qualità della vita.

Il ricorso era stato presentato nel 2018 da 151 residenti di Salerno, Pellezzano e Baronissi. La Corte ha rilevato che tra il 2008 e il 2016 la fonderia aveva causato grave inquinamento senza che i cittadini fossero nemmeno informati dei rischi. Per il periodo successivo, pur riconoscendo alcuni interventi delle autorità, i giudici hanno osservato che nel rilascio di nuove autorizzazioni non si era tenuto conto degli effetti già subìti dalla popolazione. Lo stato è così condannato a versare 8.700 euro a ciascuno dei ricorrenti.

La sentenza non ha però chiuso la partita giuridica: i legali dei ricorrenti hanno chiesto il rinvio alla Grande Camera per ottenere il riconoscimento della violazione anche dell’articolo 2, il diritto alla vita, rimasto escluso dall’esame della Prima Sezione.

Il rigetto dell’AIA

L’AIA rilasciata nel 2020 dalla regione allora guidata da Vincenzo De Luca − approvata in pieno lockdown e a fronte di dati SPES già allarmanti − è scaduta. L’azienda ne ha chiesto il rinnovo alla nuova giunta di centrosinistra guidata da Roberto Fico (M5S). Ma la conferenza dei servizi ha prodotto una sequenza di pareri negativi: dall’Università del Sannio, dall’ARPAC, dall’ASL. Il 2 marzo è arrivato il preavviso di diniego. Le controdeduzioni dell’azienda, presentate nei dieci giorni concessi, sono state giudicate insufficienti.

Il decreto di rigetto, lungo 13 pagine, certifica l’impossibilità di garantire il rispetto delle BAT (Best Available Techniques) e dei limiti emissivi previsti dalla normativa europea. L’azienda deve fermare le attività e presentare entro 60 giorni un piano di dismissione e ripristino ambientale.

“Si è fatto oggi quello che andava fatto vent’anni fa: applicare la legge”, ci ha detto con soddisfazione Lorenzo Forte, presidente dell’associazione Salute e Vita, che dal 2008 ha presentato decine di esposti e azioni legali, ha promosso il ricorso alla CEDU, e ha dedicato la sentenza di Strasburgo ai ricorrenti che nel frattempo sono morti, tra cui Ugo Di Concilio e il professor Pino Cantillo. Sicuramente, il motore di questa battaglia ambientalista e per il diritto alla salute, che va avanti da quasi vent’anni.

Il dilemma occupazionale

Ma se per i comitati la chiusura è la fine di un incubo, per 105 operai è l’inizio di un altro. La FIOM-CGIL teme licenziamenti e chiede che le istituzioni garantiscano tutele. L’azienda, controllata dalla famiglia Pisano, ha un perimetro che va oltre Salerno: stabilimenti collegati a Foggia e Napoli, con un totale di oltre 140 lavoratori diretti.

La posizione dell’azienda è combattiva. L’amministratore delegato Ciro Pisano sostiene che i nuovi limiti emissivi europei, pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale UE a fine 2024, prevedono un termine di adeguamento fino a novembre 2028 e che la regione avrebbe dovuto concedere quei quattro anni. La famiglia annuncia ricorso al TAR e parla di un provvedimento pretestuoso.

In parallelo si è aperto un tavolo al Ministero delle imprese e del Made in Italy. Il 24 marzo, due giorni prima della chiusura, si è svolto il primo incontro. L’azienda cerca un’area di 50.000 metri quadrati per la delocalizzazione e ha individuato un possibile sito nell’ex acciaieria ArcelorMittal di Luogosano, un piccolo centro in provincia di Avellino. Ma anche lì le resistenze sono forti: un comitato locale ha raccolto cinquemila firme contro l’insediamento e il sindaco ha espresso opposizione con una delibera comunale. Sebbene i periti abbiano sostenuto che le nuove tecnologie previste da Pisano sarebbero meno inquinanti di quelle usate da ArcelorMittal, la memoria delle emissioni è troppo fresca e la fiducia nelle promesse industriali, in Campania, è un bene esaurito da tempo.

Una piccola Taranto

La vicenda delle Fonderie Pisano condensa su scala locale tutti i nodi irrisolti della politica industriale e ambientale italiana. Una fabbrica che non si sposta quando dovrebbe. Autorizzazioni rilasciate e rinnovate nonostante le evidenze sanitarie. Uno studio epidemiologico mai concluso ufficialmente. Istituzioni condannate da una corte internazionale. Operai che pagano il prezzo di scelte non loro. Cittadini che si ammalano e muoiono aspettando che qualcuno applichi la legge.

La differenza con Taranto, come ha osservato l’associazione Salute e Vita, non è nella tipologia di produzione − simile − né nell’inquinamento rilevato, ma nella geografia: l’Ilva si affaccia sul mare aperto, le Fonderie Pisano sono chiuse in una valle stretta dove ogni emissione resta intrappolata.

Con il decreto del 25 marzo, la regione Campania ha scelto di agire nel solco della sentenza CEDU. Resta da capire se questa scelta resisterà ai ricorsi e, soprattutto, se al diritto alla salute finalmente riconosciuto si affiancherà una risposta concreta per chi dal lavoro in quella fabbrica dipendeva.

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In copertina: fonderie Pisano, foto di Pasquale Senatore/Pacific Press/Sipa USA, agenzia IPA