C’è un odore di cantiere che attraversa Bagnoli da settimane, un odore che i residenti hanno imparato a riconoscere come il segnale di qualcosa che finalmente si muove o forse, a seconda di chi lo racconta, come l’ennesima promessa che rischia di trasformarsi in danno. È l’odore della sabbia di cava trasportata dai camion, della terra smossa sulle superfici della colmata, del cemento fresco lungo la linea di costa. Da metà gennaio 2026, il quartiere che si affaccia sul golfo di Pozzuoli, a ovest di Napoli, vive un’accelerazione improvvisa dopo decenni di attesa paralizzante: i mezzi pesanti entrano ed escono dall’area dell’ex Italsider a ritmi serrati, le strade tremano sotto il peso dei carichi, le vetrine dei negozi si coprono di una polvere che ogni mattina si ripresenta uguale. E sui muri e sulle saracinesche è comparsa una scritta ripetuta come un mantra collettivo: “Bagnoli non è in vendita”.
Il motore di questa accelerazione ha un nome preciso: la 38ª edizione dell’America’s Cup, la più antica competizione velica al mondo, che è stata assegnata a Napoli nel maggio 2025 e che andrà in scena nel 2027. L’area di Bagnoli-Coroglio è stata individuata come sede della base tecnica e logistica dei team partecipanti, e questo significa che per ospitare le barche − scafi da decine di milioni di dollari, progettati per volare sull’acqua − servono fondali profondi almeno otto metri, una scogliera di protezione, banchine attrezzate, pontili, hangar. Serve, insomma, trasformare un pezzo di litorale industriale dismesso in un palcoscenico internazionale, e farlo rispettando tempi che non ammettono ritardi.
Il problema è che Bagnoli non è un litorale qualunque. È un sito di interesse nazionale (SIN), classificato tra le aree più contaminate d’Italia, un luogo dove la storia industriale ha lasciato cicatrici che nessun rendering di rigenerazione urbana riesce a cancellare dalla memoria di chi ci vive. Per quarant’anni, su questa striscia di costa affacciata sulle isole flegree ha funzionato l’Italsider, il più grande stabilimento siderurgico del Mezzogiorno. Quando la fabbrica ha chiuso, con l’ultima colata dell’altoforno il 20 ottobre 1989 e la dismissione definitiva nel 1992, ha lasciato in eredità suoli avvelenati da idrocarburi, metalli pesanti e amianto, insieme a una colmata a mare − una piattaforma artificiale costruita con scorie d’altoforno, protesa nel golfo come un moncone industriale − che nel corso dei decenni è diventata il simbolo fisico di una ferita mai rimarginata. Da allora, di bonifica si è parlato senza sosta: miliardi sono stati stanziati, commissari si sono avvicendati, progetti sono stati annunciati e poi rivisti o abbandonati. Di risultati concreti, però, se ne sono visti pochissimi.
Il piano del sindaco-commissario
Il quadro istituzionale attuale ruota intorno alla figura di Gaetano Manfredi, che è al tempo stesso sindaco di Napoli e Commissario straordinario di governo per il SIN di Bagnoli-Coroglio: una doppia veste che secondo i sostenitori garantisce efficienza, e secondo i critici concentra troppo potere riducendo i contrappesi istituzionali. Il programma di riferimento resta il PRARU, il Piano di risanamento ambientale e rigenerazione urbana approvato nel 2019 con decreto del presidente della Repubblica.
Nella relazione presentata il 3 marzo al Consiglio comunale, Manfredi ha ribadito che l’America’s Cup non modifica quel piano: semmai lo accelera. Le opere in corso − dragaggio dei fondali, messa in sicurezza della colmata con capping multistrato, scogliere di protezione e pennelli trasversali − corrisponderebbero a interventi già programmati al 2034. Il nodo centrale è la permanenza della colmata: il progetto originario del 2021 ne prevedeva la rimozione integrale, ma avrebbe comportato oltre 1,3 milioni di metri cubi di materiale e 175.000 viaggi di camion in quattro anni. L’istruttoria VIA del 2023 fece emergere criticità rilevanti, e la soluzione oggi adottata prevede il mantenimento della struttura, la sua impermeabilizzazione definitiva e la trasformazione in una terrazza sul mare per balneazione, sport e tempo libero.
Sul versante infrastrutturale, il pacchetto promette un’eredità duratura: una nuova fermata della Linea 2 ferroviaria (“Porta del Parco”), la riqualificazione di via Coroglio, il rifacimento delle strade della Municipalità 10 per circa 28 milioni di euro, la riqualificazione del Pontile Nord per 24 milioni, e interventi su Lido Pola e sull’ex Città della scienza. Le opere connesse all’evento valgono circa 40 milioni, finanziati dal Fondo per lo sviluppo e la coesione, mentre le strutture temporanee saranno rimosse al termine della competizione.
La frattura: un quartiere che non si fida
Vista da fuori, la narrazione del sindaco-commissario ha una logica lineare e persino rassicurante: dopo trent’anni di stallo umiliante, un grande evento internazionale costringe finalmente tutti a fare in fretta ciò che si sarebbe dovuto fare da tempo. “Vi ricordo che la bonifica doveva partire nel 2030 e invece la facciamo quest’anno”, ha detto Manfredi davanti al Consiglio comunale. Ma vista da dentro il quartiere, da chi ci vive e ci respira ogni giorno, la stessa storia si racconta in modo molto diverso.
Il 3 marzo 2026, giorno del Consiglio comunale monotematico convocato nella sede della X Municipalità, Bagnoli si è presentata come una città in stato d’assedio: strade chiuse, camionette della polizia, accessi contingentati. I comitati aderenti alla rete “No America’s Cup” hanno potuto inviare tre rappresentanti ciascuno, con interventi di tre minuti. A seicento metri dall’aula, un maxischermo trasmetteva la diretta: un allestimento che molti residenti hanno vissuto come più simbolico che inclusivo.
Circa cento persone si sono radunate all’esterno, e quando è stato loro impedito di entrare gli animi si sono surriscaldati. Le transenne sono state divelte, un agente è rimasto ferito alla testa, un attivista è stato fermato. Per molti residenti, quel giorno è diventato il simbolo di un dialogo mancato. I comitati hanno parlato di “partecipazione di facciata”; Manfredi ha replicato che se si continua a parlare di ideologia Bagnoli resterà ferma per altri trent’anni.
Ma la protesta ha continuato a crescere: l’8 marzo un corteo ha attraversato il quartiere, i blocchi stradali ai camion si sono ripetuti da metà gennaio, e circa sessanta commercianti hanno esposto nelle vetrine il cartello “Bagnoli non è in vendita”. Una di loro, intervistata da NapoliToday, ha raccontato di dover camminare con la mascherina perché il suo locale si riempie di polveri ogni giorno.
Il nodo ambientale: cosa dicono le carte e gli scienziati
Al cuore della protesta c’è una domanda che nessuna rassicurazione istituzionale è riuscita finora a spegnere, e che attraversa trasversalmente comitati, scienziati e semplici abitanti del quartiere: questi lavori sono davvero sicuri per chi vive a Bagnoli? Secondo la relazione del Commissario, le polveri sarebbero riconducibili alla normale movimentazione dei mezzi e dei materiali di cava. Il Piano di monitoraggio ambientale è stato rafforzato con centraline, soglie di attenzione e procedure di sospensione automatica. I dragaggi vengono eseguiti con benne a chiusura ermetica, in bacini confinati con barriere antitorbidità, e i sedimenti non conformi vengono avviati a smaltimento fuori sito.
C’è però chi contesta questa ricostruzione con argomenti difficili da liquidare. In un’inchiesta pubblicata da Fanpage.it, il professor Benedetto De Vivo, docente di geochimica ambientale e già consulente della Procura di Napoli nel processo per la bonifica truffa di Bagnoli, ha descritto un quadro assai diverso. Secondo De Vivo, le concentrazioni di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB) nei fondali della baia supererebbero di mille volte i limiti di legge. Il dragaggio, movimentando quei sedimenti, rischierebbe di combinarli con mercurio e stagno di origine vulcanica presenti nei suoli flegrei, generando composti tra i cancerogeni più potenti conosciuti: il metilmercurio e i composti organostannici.
In un articolo scientifico firmato con il professor Maurizio Manno, ordinario di medicina del lavoro, e pubblicato da Napoli Monitor, De Vivo ha approfondito il punto, spiegando che gli IPA mobilizzati in prossimità del mare possono combinarsi con il cloro producendo derivati ancora più tossici, e che in particolari condizioni possono formarsi diossine. De Vivo ha citato il precedente della baia di Minamata, in Giappone: “Anche lì c’erano sostanze inquinanti immesse a mare dalle attività industriali, che combinandosi con elementi naturali produssero le forme tumorali che presero il nome da quel luogo”.
I due scienziati hanno anche indicato un’alternativa tecnica, il desorbimento termico in situ (ISTD), già sperimentato in Danimarca per la bonifica di sedimenti marini, con un costo stimato di circa 120 milioni di euro per colmata e fondali. Il Commissariato sostiene l’opposto: le modellazioni idrodinamiche indicherebbero che la risospensione indotta dai dragaggi è inferiore a quella naturale del moto ondoso. Due letture radicalmente diverse degli stessi fondali, senza per ora un arbitrato scientifico indipendente.
Un altro nodo riguarda la messa in sicurezza della costa. De Vivo, sempre su Fanpage.it, ha riconosciuto che la posa di una geomembrana impermeabile con copertura in sabbia pulita sarebbe un buon intervento, a patto che fosse definitivo. Ma il progetto attuale lo configura come provvisorio: dopo la Coppa America quei teli dovranno essere rimossi per trattare il terreno contaminato sottostante, con una nuova fase di scavi e trasporti pesanti attraverso il quartiere. Il passaggio procedurale più contestato è l’esclusione dalla valutazione di impatto ambientale (VIA).
Con il DL 96 del giugno 2025, il governo ha introdotto strumenti straordinari per i tempi dell’America’s Cup. Nell’ottobre 2025, il Ministero dell’ambiente ha escluso le opere dalla VIA piena, nonostante il parere contrario della Soprintendenza speciale per il PNRR, che definiva la documentazione “ancora sommaria” e le scelte progettuali “ancora incerte”. Le associazioni ecologiste, da No Box a Legambiente, hanno contestato la logica del frazionamento (cioè valutare intervento per intervento anziché il quadro complessivo) perché incompatibile con il principio di precauzione in un SIN. Un parere dei giuristi Alberto Lucarelli e Andrea Eugenio Chiappetta ha sollevato rilievi anche sulla violazione della Convenzione di Aarhus in materia di partecipazione pubblica. La procedura VIA-VAS per il risanamento complessivo del litorale risulta inoltre sospesa dal 2025, su richiesta di Invitalia, e tornerà al vaglio della commissione a giugno 2026. Fino ad allora, le opere più impattanti procedono in un vuoto di valutazione complessiva.
A febbraio 2026 la Procura di Napoli ha aperto due fascicoli di indagine: il primo, guidato dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, sui possibili rischi per salute e ambiente; il secondo sulla regolarità delle procedure amministrative. Non risultano indagati. Gli esposti sono stati presentati dagli avvocati Domenico Ciruzzi ed Elena Coccia a nome dei residenti, e i magistrati hanno effettuato un sopralluogo nel cantiere. Il contesto è significativo: nei giorni precedenti l’ARPAC aveva certificato sforamenti dei limiti per le PM10, e aveva rilevato che il Piano di monitoraggio ambientale per le opere a terra era ancora in fase di definizione, nonostante i cantieri fossero già attivi da settimane. Il Commissariato ha attribuito gli sforamenti ai venti sahariani. A Bagnoli, del resto, è ancora in corso il processo per l’omessa bonifica avviato quasi vent’anni fa.
Le ragioni di chi dice sì
Sarebbe scorretto ridurre questa vicenda a un conflitto tra istituzioni cattive e cittadini virtuosi. La posizione dell’amministrazione poggia su un dato difficilmente contestabile: in trent’anni, Bagnoli non ha ottenuto quasi nulla di concreto. La bonifica dell’area ex Eternit, completata nel 2023, è il primo risultato tangibile dopo decenni. La nuova stazione ferroviaria, le strade, il Pontile Nord, il Lido Pola sono opere che resteranno dopo le regate.
In passato sono stati spesi circa 400 milioni senza risultati visibili, e secondo l’amministrazione il rischio oggi è che il blocco permanente dei cantieri produca l’ennesima paralisi. Va poi riconosciuto che la scelta di non rimuovere la colmata, per quanto contestata, non nasce dall’America’s Cup: era stata maturata nell’aprile 2024, prima della candidatura di Napoli, ed era emersa dall’istruttoria VIA come opzione meno impattante.
Le ragioni di chi dice no
Dall’altra parte, chi protesta non contesta la bonifica ma il modo in cui viene condotta, e le scorciatoie prese per rispettare il calendario sportivo. I comitati chiedono se il dragaggio dei fondali iper-inquinati sia compatibile con la salute pubblica, perché la messa in sicurezza della costa sia provvisoria anziché definitiva, perché le opere più invasive siano partite prima del completamento del Piano di Monitoraggio Ambientale e perché la VIA piena sia stata elusa in un SIN.
La paura più profonda non è che l’America’s Cup arrivi, ma che dopo la sua partenza Bagnoli resti con una colmata tombata, una bonifica incompiuta e un mare mai restituito. Il quartiere conta un numero elevato di patologie tumorali, e la parola “sicurezza” qui ha un peso diverso che altrove. Quando le istituzioni rispondono accusando di “ideologia” chi solleva dubbi, il fossato si allarga.
Quello che resta da decidere
La vicenda di Bagnoli è più grande dell’America’s Cup. È la storia di come un paese gestisce le sue zone sacrificali: quei territori dove la produzione industriale ha lasciato un’eredità tossica che nessuno riesce ad affrontare fino in fondo. L’evento velico ha il merito di rimettere Bagnoli al centro dell’agenda, di stanziare risorse, di imporre scadenze. Ma ha compresso i tempi della partecipazione e della verifica. Due indagini della Procura sono in corso. La VIA-VAS è sospesa. Il “percorso di ascolto” promesso dal Commissario deve ancora cominciare.
Quello che è certo è che a Bagnoli, in questo preciso momento, si stanno prendendo decisioni che determineranno il paesaggio, l’ambiente e la salute di un quartiere per i prossimi decenni. Chi quelle decisioni le prende ha il dovere di farlo alla luce del sole, con dati verificabili e procedure trasparenti. Chi le contesta ha il diritto di essere ascoltato in un’aula vera, non da un maxischermo piantato a seicento metri di distanza.
In copertina: Bagnoli, foto di Antonio Balasco/LiveMedia, Agenzia IPA
