Dal 18 marzo la nuova versione della CSRD, indebolita dopo l’approvazione del pacchetto Omnibus I, è stata pubblicata in Gazzetta europea, in attesa del recepimento da parte degli stati dell’Unione, rispetto al quale non si attendono grandi sorprese. Intanto, il mondo dell’impresa europea non resta a guardare.

Lo dimostra il report Beyond Compliance: Sustainability Reporting After the Omnibus presentato da osapiens, azienda che si occupa di sviluppo di software enterprise per una crescita sostenibile. Il documento offre un’analisi molto interessante sul futuro del reporting di sostenibilità in Europa, andando a intervistare 403 decision maker di aziende coinvolte nel perimetro originario della CSRD, e quindi nell’obbligo di pubblicazione annuale di un report di sostenibilità sottoposto a revisione indipendente. Il risultato è che ben il 90% dei referenti delle aziende rimaste escluse dal dovere di rendicontazione afferma di voler comunque proseguire l’attività di reporting.

Le ragioni sono quattro. La prima: la gestione dei rischi ESG, in particolare quelli climatici. Un tema per nulla nuovo, ma ancora molto complesso da interpretare. L’approccio della materialità finanziaria, ovvero il processo attraverso cui un’azienda individua e analizza la sua esposizione ai rischi ESG, è dunque riconosciuto come innovativo, rappresentando uno strumento utile attraverso il quale comprendere e assumere decisioni (anche a livello di supply chain).

La seconda: la pubblicazione del bilancio di sostenibilità consente di ottenere maggiore fiducia dagli investitori e di poter rispondere prontamente e in maniera puntuale ai questionari ESG. Ciò è indicativo del tipo di pressioni a cui le aziende sono sottoposte: la richiesta di informazioni di sostenibilità è importante per l’accesso al credito e poter dimostrare di monitorare i dati di riferimento concorre ad aumentare la credibilità rispetto al proprio livello di resilienza.

Terzo punto: la capacità di rispondere agli audit e, in generale, alle richieste dei clienti. Laddove non arriva la normativa, infatti, arrivano le richieste dei clienti più maturi e attenti ai temi di sostenibilità, perché maggiormente esposti sul mercato o perché aventi le dimensioni che li includono nel perimetro della CSRD. I dati dei fornitori sono fondamentali per il raggiungimento della sostenibilità nella catena del valore (si pensi alle emissioni Scope 3). La loro pubblicazione in un report annuale è garanzia rispetto alla loro qualità, oltre che all’attenzione nella valutazione della performance: la cadenza annuale spinge infatti nella direzione del miglioramento, oltre che del monitoraggio.

Quarto e ultimo aspetto: la pubblicazione di questi dati consente di integrare le valutazioni finanziarie con quelle di sostenibilità, rafforzando quindi l’impostazione strategica e fornendo un ulteriore elemento di valutazione e conoscenza degli scenari.

Si conferma quindi la tendenza per la quale la sostenibilità è ritenuta un paradigma estremamente utile in ottica strategica, nei termini di cornice di riferimento entro la quale individuare strumenti e indirizzi di crescita. Una crescita che, dati gli orientamenti di mercato e regolazione, non può che essere sostenibile.

Da questo punto di vista, gli standard di rendicontazione offrono riferimenti utili per rimanere agganciati sia al quadro normativo e strategico del Green Deal che agli andamenti del mercato. Le aziende intervistate escluse dalla CSRD lo hanno compreso e dichiarano di voler proseguire l’attività di reporting perché consapevoli che essa rappresenta un supporto ai loro percorsi di sviluppo, integrando i contenuti di sostenibilità nelle strategie di crescita.

Un ultimo aspetto rilevante: l’analisi del report di osapiens si è concentrata su aziende di UK, BENELUX, Germania, Austria, Svizzera e Francia. In Italia avrebbe dato gli stessi risultati? Ai posteri l’ardua sentenza.

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In copertina: Envato