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Il nuovo standard del GHG Protocol, Land Sector and Removals Standard, offre alle aziende una guida chiara su come monitorare e comunicare le proprie emissioni di gas serra (GES), la rimozione di CO₂ e altri parametri legati alle attività agricole o, più in generale, all’uso del suolo.

Questo standard si basa su e integra altri Standard del GHG Protocol, in particolare il Corporate Accounting and Reporting Standard e il Corporate Value Chain (Scope 3) Accounting and Reporting Standard che costituiscono la base per la produzione di un inventario aziendale dei gas serra per tutti i settori, ed è stato pensato per colmare una lacuna importante: a oggi, infatti, molte attività che influenzano gli stock e i flussi di carbonio non sono considerate negli inventari dei GES. Dalla sua entrata in vigore, prevista per il 1° gennaio 2027, le aziende che operano nel settore agricolo o che vogliono includere la rimozione di CO₂ tramite pratiche agricole, cattura e stoccaggio geologico o nei propri prodotti nel proprio inventario di GHG saranno obbligate a seguirlo per assicurare uniformità nel calcolo e nella comunicazione delle proprie emissioni.

Lo standard è infatti stato pensato per tutte le aziende e per tutti i livelli della catena del valore, anche se è importante sottolineare che questa prima versione non riguarda il settore della silvicoltura, in quanto non presenta specifiche richieste per le aziende che gestiscono terreni forestali o che fanno parte della filiera dei prodotti forestali. Tuttavia, anche se la silvicoltura non è inclusa, lo standard offre comunque indicazioni utili ai gestori di sistemi agroforestali e silvopastorali, utilizzabili per monitorare le variazioni del carbonio nei terreni e le emissioni derivanti dalla conversione di foreste naturali in piantagioni o dalle attività di gestione dei terreni forestali.

Lo standard è diviso in quattro sezioni principali, ognuna delle quali fornisce indicazioni specifiche su come gestire i vari aspetti delle emissioni. La sezione più corposa e ricca di novità è la seconda, che si concentra proprio sul definire requisiti e raccomandazioni per la rendicontazione dei GES alle aziende. Nello specifico, i capitoli dal sette all’undici forniscono i requisiti da rispettare per calcolare le emissioni di GES derivanti dai cambiamenti d'uso del suolo, dalla gestione agricola e dai prodotti biogenici. Per le aziende che invece scelgono di includere nel loro inventario le rimozioni di CO₂, i capitoli dodici, tredici e quattordici offrono indicazioni su come calcolare le rimozioni nette di CO₂ derivanti dall’accumulo nei suoli e dallo stoccaggio geologico. Infine, il capitolo quindici si concentra sulle aziende che desiderano rendicontare lo stoccaggio di carbonio nei prodotti.

Requisiti per le aziende del settore agricolo

Per il settore agricolo, il nuovo standard introduce diverse metriche per valutare con precisione l’impatto delle attività aziendali sulla concentrazione atmosferica di GES. Una delle categorie principali di emissioni è il “Land use change” (LUC), ovvero il cambiamento di destinazione d'uso del suolo, che risulta fondamentale per monitorare l’espansione delle terre agricole.

Lo standard stabilisce che ogni qualvolta si verifichi una modifica nell'uso del suolo, all'interno delle operazioni aziendali o della catena del valore, le emissioni di GES causate dal cambiamento debbano essere registrate. Questo principio si applica anche al Land carbon leakage, che si verifica quando le organizzazioni adottano pratiche che delocalizzano la produzione agricola come l’impiego di materie prime agricole per scopi non alimentari o la riduzione della produzione dovuta a cambiamenti nelle pratiche di gestione e uso del suolo. In questi casi, l’espansione dell’agricoltura in aree non direttamente controllate dall’azienda provoca un aumento delle emissioni, pertanto, le aziende che adottano queste pratiche sono tenute a includere le emissioni legate al cambiamento di uso del suolo a esse associate nel loro inventario dei GES.

Lo standard richiede anche la quantificazione delle emissioni derivanti dalla gestione del suolo agricolo, attraverso, per esempio, la preparazione del suolo o le operazioni di potatura e raccolta. Tali operazioni possono alterare le riserve di carbonio nel suolo che devono essere contabilizzate come “Land management net biogenic CO₂ emissions”.

Oltre alle emissioni di CO₂ il settore agricolo è anche una fonte significativa di altri gas serra, tra cui metano e ossido di azoto, derivanti da pratiche agricole come la fermentazione enterica, la gestione dei liquami e l'uso di fertilizzanti. La categoria “Land management production emissions” mira a rendicontare proprio questi GES, riportati quindi separatamente dalle emissioni di CO₂ biogeniche.

Un altro aspetto fondamentale dell’inventario di GES di un’azienda del settore agricolo riguarda le emissioni dei prodotti biogenici, da rendicontare secondo il nuovo standard in due differenti categorie: “Biogenic product CO₂ emissions” (la sola CO₂), “Biogenic product emissions” (tutti gli altri GES). Queste emissioni, che si verificano quando i prodotti agricoli vengono ossidati durante il loro ciclo di vita, devono essere contabilizzate dall’azienda separatamente dalle altre emissioni di GES e dalle rimozioni di CO₂, in modo da fornire una panoramica accurata dei flussi di carbonio durante il ciclo di vita dei prodotti agricoli.

Requisiti per il reporting delle rimozioni di CO₂

Le rimozioni di CO₂ rappresentano il trasferimento netto di gas serra dall’atmosfera verso un serbatoio di carbonio non atmosferico. La rendicontazione delle rimozioni di CO₂ è opzionale, ma se le aziende decidono di includerle nel proprio inventario devono farlo separatamente dalle emissioni. Le rimozioni di CO₂ sono classificate in base al processo che consente il trasferimento del carbonio dall’atmosfera (sink) al serbatoio (pool) in cui il carbonio viene immagazzinato.

Lo standard riconosce due tipologie di sink per la rimozione di CO₂ dall’atmosfera: biologici (come la fotosintesi nelle piante) e tecnologici (come la cattura diretta dall’aria). E due tipi di pool: land-based (immagazzinamento del carbonio nei serbatoi terrestri, come vegetazione o suoli) e geologico (immagazzinamento sotterraneo).

Secondo lo standard, per quanto riguarda i pool land-based, gli aumenti netti di carbonio immagazzinato in serbatoi, come la biomassa vegetale o il carbonio del suolo, possono essere contabilizzati come rimozioni di CO₂. Per i pool geologici, gli aumenti netti di carbonio immagazzinato nei serbatoi, ottenuti sia con la cattura diretta del carbonio dall'aria (DACCS) che con il biomass carbon capture and storage (BECCS), possono essere conteggiati come rimozioni di CO₂.

In tutti i casi però, per poter rendicontare le rimozioni, le aziende devono garantire una rendicontazione completa anche delle emissioni derivanti dal processo e dalla gestione dei pool. Di conseguenza, le aziende sono tenute a monitorare il continuo stoccaggio del carbonio nel tempo, segnalando eventuali perdite di carbonio. Inoltre, nel caso in cui il pool di carbonio esca dai confini dell’inventario dei GES dell’organizzazione, le perdite di carbonio devono essere segnalate come “reversals”, ovvero un ritorno di CO₂ in atmosfera.

Un altro aspetto importante che caratterizza un inventario di GES riguarda il pool di carbonio contenuto nei prodotti durante la fase di utilizzo. Il carbonio derivante dalle rimozioni di CO₂ che contribuisce ad aumentare annualmente il pool di carbonio nei prodotti può essere contabilizzato nella categoria “Product carbon storage”. Questo aspetto è particolarmente importante per i prodotti basati su rimozioni tecnologiche di CO₂ (TCDR). Per una corretta rendicontazione, le aziende devono riportare tutte le emissioni lungo il ciclo di vita del prodotto separatamente.

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In copertina: immagine Envato