Si è aperta oggi, lunedì 26 ottobre, la seconda settimana di COP17, il negoziato UN sulla biodiversità. Il Meridian Expo di Yerevan, in Armenia, si prepara a ricevere i ministri dei paesi membri, che dovranno valutare i testi prodotti dalla presidenza e dai negoziatori. Tanti i dossier ancora aperti su cui si dovrà trovare una convergenza per il testo finale che siglerà la conclusione del negoziato, che ha come principale obiettivo accelerare il raggiungimento al 2030 dei 23 target dell’Accordo globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal. Ne abbiamo analizzati alcuni dei più importanti.

La prima grande analisi globale degli obiettivi: la Global Review

Uno dei principali temi affrontati è stata la necessità di una strategia per colmare il gap dei progressi sui 23 obiettivi del Kunming-Montreal Framework. Secondo Guido Broekhoven, Head, Multilateral Policy di WWF International, “la prima settimana ha messo a fuoco le scelte difficili, ma non le ha totalmente risolte”. Numerosi membri della società civile hanno esortato i ministri a trasformare la valutazione in un’azione nazionale più forte. Nonostante questo, la segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica (CBD), Astrid Schomaker, ha parlato di progressi significativi, ma ha avvertito che le questioni più complesse sono ancora da negoziare.

In una dimostrazione di leadership, la presidenza armena ha portato avanti il Yerevan Pathway, un documento nel quale si identificano delle priorità misurabili per affrontare i gap nell’attuazione degli obiettivi globali sulla biodiversità nei prossimi due anni.

Le questioni ancora irrisolte rispetto alla revisione globale degli obiettivi riguardano la biodiversità del suolo, gli incentivi dannosi, la pianificazione territoriale, la connettività ecologica, l’inquinamento e la condivisione dei benefici. La vera Global Review, in cui si analizzeranno le promesse non mantenute, si terrà in questa settimana.

Business e finanza: un problema strutturale, prima che di risorse

Come ci si poteva aspettare, la finanza per la biodiversità è stato il tema più divisivo della prima settimana. La lista dei paesi donatori risale al 2006, e da anni se ne chiede un allargamento della base. Unione Europea e Francia chiedono che contribuiscano anche i paesi del Golfo e le grandi economie emergenti, tra cui Cina e India; dal canto loro, i paesi in via di sviluppo affermano che i donatori esistenti devono prima rispettare i propri impegni. Arabia Saudita e Qatar si oppongono del tutto all’allargamento della base.

Secondo il target 19 dell’Accordo di Kunming-Montreal, quello sulla mobilitazione delle risorse finanziarie, l’obiettivo è mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno per la biodiversità da tutte le fonti entro il 2030, e 20 miliardi l’anno entro il 2025 (che salgono a 30 miliardi entro il 2030) per i paesi in via di sviluppo. Intanto, l’obiettivo intermedio del 2025 è stato con ogni probabilità mancato.

Sul tavolo c’è anche la questione dei sussidi pubblici ad attività nocive per la natura e la biodiversità, con l’obiettivo di tagliarli di almeno 500 miliardi di dollari l’anno. Il target 18, infatti, si focalizza proprio sulla questione dei sussidi, invitando i paesi a identificare gli incentivi e i sussidi dannosi per la biodiversità e a ridurli di almeno 500 miliardi di dollari l’anno entro il 2030, “partendo da quelli più dannosi”.

Secondo il rapporto globale su cui si basa la Global Review, la tappa del 2025 non è stata raggiunta. Eppure, nella bozza del testo negoziale sulla mobilitazione delle risorse (del 21 ottobre), il target 18 compare solo nel preambolo. La presidenza armena sta infatti lanciando la Yerevan Call on Incentives Positive to Biodiversity, una coalizione Friends of Target 18 e la Yerevan Biodiversity Finance Challenge, una piattaforma coordinata da UNDP/BIOFIN con OCSE, IISD e Segretariato della CBD. L’obiettivo è aiutare i ministeri delle finanze, della pianificazione e dell’ambiente a riorientare la spesa dannosa e a integrare la biodiversità nei bilanci nazionali. È un segnale politico importante, ma resta fuori dalle decisioni negoziate.

Invece, il Cali Fund, il fondo istituito alla fine del 2024 durante la COP16 sulla biodiversità a Cali, in Colombia, per far contribuire le aziende che traggono profitto dalle informazioni genetiche della natura, è fermo a 10.656 dollari, di cui 7.085 effettivamente versati, a fronte di un obiettivo di 1 miliardo l’anno. I contributi indicati (l’1% dei profitti o lo 0,1% del fatturato) sono volontari.

Il 16 ottobre, al summit dei leader della COP17, nove finanziatori privati hanno lanciato la Species Recovery Alliance, impegnandosi a investire oltre 500 milioni di dollari in cinque anni per il recupero delle specie più minacciate al mondo. I membri sono Bezos Earth Fund, Re:wild, Rainforest Trust, Critical Ecosystem Partnership Fund, Colossal Foundation, Fondation Segré, Franklinia Foundation, Ayers Wild Cat Conservation Trust e WildLives Earth: allineeranno i propri investimenti, condivideranno conoscenze e lavoreranno con partner locali, misurando i risultati attraverso la Lista rossa e il Green Status of Species dell’IUCN.

Questa alleanza opera accanto, ma separatamente, a CARES, una coalizione di 17 governi guidata da Colombia e Armenia per far avanzare il target 4 sull’arresto delle estinzioni. Cristián Samper del Bezos Earth Fund ha sostenuto che le aree protette da sole non possono salvare tutte le specie in pericolo, e ha invitato altri finanziatori e governi a aderire. Oggi, 26 ottobre, è in programma un dialogo di alto livello sul GBFF con l’annuncio di nuovi impegni, in cui qualche dato potrà cambiare.

Sinergie: clima, biodiversità e desertificazione fanno parte della stessa crisi

Mercoledì 21 ottobre, la presidenza ha organizzato un evento sulle sinergie tra le tre Convenzioni di Rio (clima, biodiversità, desertificazione) affiancato da un side event sulle foreste e sulla roadmap della COP30 contro la deforestazione.

In contemporanea, nello scenografico padiglione armeno, anche l’Armenia ha spinto per una maggiore sinergia tra le tre Convenzioni: biodiversità, clima e desertificazione. L’ospite Tristan Tyrell, Programme Management Officer for Biodiversity, Climate Change and Dry & Subhumid Lands della CBD, ha invitato a riflettere sul fatto che le persone sul campo non separano le diverse crisi: clima, biodiversità e desertificazione sono parte di un’unica crisi. Un’altra invitata alla tavola rotonda presidenziale, Bethan Laughlin, Senior Policy Specialist allla Zoological Society of London, ha lanciato una call to action affermando che “oggi non esiste un modo semplice per far cooperare le Convenzioni, e il tema delle sinergie deve entrare nei tavoli negoziali, non solo nell’agenda delle azioni”.

Su una linea più dura si è attestato Hayro Hakobyan, facilitatore della NDC Partnership (una coalizione per l’avanzamento dell’Accordo di Parigi), secondo cui a guidare il passaggio verso le sinergie dovrebbero essere le priorità dei singoli paesi, non gli impegni di ciascuna Convenzione. Anche IUCN ha pubblicato dei messaggi comuni per le tre Convenzioni di Rio, avvertendo che le sinergie devono rafforzare gli impegni sulla biodiversità, non diluirli.

Per quanto riguarda le sinergie all’interno dei negoziati, invece, una questione chiave risulta come evitare che i progetti di carbonio in ambito forestale e agricolo danneggino specie, habitat e comunità locali. La Nigeria, per esempio, sostiene l’inserimento di obblighi legati al clima nelle decisioni sulla biodiversità, ma la Russia si oppone.

Nella bozza sulla mobilitazione delle risorse, si chiede ai paesi soprattutto una contabilità trasparente che eviti il “doppio conteggio”, così che gli stessi soldi non vengano dichiarati due volte, per il clima e per la natura. Alcuni paesi vogliono inoltre evitare la duplicazione del lavoro tra i segretariati delle Convenzioni. Sulle sinergie, insomma, in linea di principio, sono tutti d’accordo. Nella pratica, lo scontro è sugli obblighi di chi deve fare cosa e come contabilizzare gli impegni.

La voce delle popolazioni indigene

Durante l’ultimo giorno della prima settimana, i rappresentanti delle popolazioni indigene e i difensori della natura hanno marciato dal padiglione dell’IUCN fino all’entrata della fiera, con cartelloni che recavano scritte come “Time to Face the Justice Gap”, in una protesta organizzata da Friends of the Earth International. Quello che chiedono è il cosiddetto FPIC (Free, Prior and Informed Consent), tradotto in italiano come consenso libero, previo e informato. Le proteste portate avanti dalle popolazioni indigene hanno anche espresso solidarietà alla campagna armena My Heart Is in the Highlands, per sensibilizzare sulle comunità colpite dalle attività minerarie, i cui membri sono stati intimiditi.

Il target 22 include la “protezione dei difensori dei diritti umani in campo ambientale”, ma i piani nazionali non sembrano averla come priorità. La formulazione su diritti umani e genere è ancora contestata nei negoziati sulle foreste. I rappresentanti indigeni vogliono essere riconosciuti in quanto i maggiori conoscitori della conservazione della biodiversità, i maggiori contribuenti alla sua tutela e coloro che vivono attraverso di essa, non solo come attori da consultare. Chiedono risorse, non solo riconoscimento. Le comunità locali e indigene sono sì citate spesso, ma il loro sostegno economico no.

Le grandi tematiche discusse nella prima settimana di COP sono insomma collegate da un filo rosso comune: l’attuazione e la struttura. Si riconosce l’importanza di operare in sinergia, ma la struttura delle tre Convenzioni non permette ancora un’operatività fluida. L’analisi globale degli obiettivi porta a risultati negativi e deludenti, ma i paesi non cambiano il proprio modo di operare. La finanza rimane volontaria, mentre i sussidi alle attività negative per la biodiversità continuano. Gli indigeni continuano a essere citati nei testi e riconosciuti, ma il sostegno effettivo manca.

L’auspicio è che alla fine di questa settimana il filo rosso che si intesserà sia sull’accelerazione e l’attuazione, con impegni concreti e misurabili per raggiungere obiettivi che esistono già. E che la presidenza brasiliana appena eletta possa sostenere e supportare questa evoluzione.

 

In copertina: foto di CBD COP17 Yerevan official