Ci sono occasioni in cui la conservazione dell’ambiente non va di pari passo con i diritti umani. Accade quando, per creare riserve o corridoi ecologici, popolazioni indigene vengono allontanate, spesso con la violenza, da territori in cui hanno vissuto per secoli. È questo il filo rosso che lega le tante testimonianze portate alla luce in occasione del primo incontro internazionale dei popoli indigeni per decolonizzare la conservazione della natura.
L’evento, che si è tenuto tra il 24 e il 25 settembre a Nairobi, ha riunito più di 60 leader indigeni da diverse parti del mondo, insieme ad attivisti e alleati, per denunciare dal Kenya la violenza sistemica che caratterizza il modello di conservazione colonialista. In occasione della conferenza stampa tenutasi oggi, 25 settembre, i popoli indigeni hanno inoltre presentato una dichiarazione internazionale congiunta. In seguito, hanno anche dato vita a una nuova rete, la Indigenous Land Alliance, per promuovere le istanze contenute nella dichiarazione di Nairobi.
Il contenuto della dichiarazione di Nairobi
La dichiarazione rilasciata stamattina dai leader indigeni presenti a Nairobi raccoglie e formalizza le principali rivendicazioni emerse durante l’incontro. Al centro della dichiarazione vi è il rapporto tra i popoli indigeni e i loro territori, che per loro non sono solo ecosistemi da proteggere, ma spazi da abitare, inseparabili dalle proprie identità culturali. Il documento denuncia in particolare gli effetti di quella che i popoli indigeni definiscono “conservazione coloniale”: la creazione di parchi, riserve e altri progetti di conservazione senza il consenso delle comunità che abitano quei territori.
I firmatari della dichiarazione di Nairobi ricordano che “da decenni ormai, la potente industria della conservazione usurpa e ruba i nostri territori con il pretesto di salvare Madre Terra. Trasformano i nostri territori in parchi nazionali, riserve della tigre, santuari della fauna selvatica, aree protette, aree di conservazione e riserve di caccia sportiva senza il nostro consenso. I nostri territori vengono venduti attraverso i mercati del carbonio, i crediti di biodiversità e i sistemi di compensazione che mascherano con una facciata ecologica il comportamento distruttivo delle multinazionali. Nonostante siano designate come ‘aree protette’, vengono distrutte, cedute all’estrazione mineraria a cielo aperto, all’estrazione ‘verde’ di minerali critici per la transizione energetica e alle piantagioni commerciali di gomma, pino, tè, caffè, soia e teak. Vengono aperte al turismo safari che manca di rispetto ai popoli indigeni e ai nostri antenati”.
Il documento rivendica quindi il diritto dei popoli indigeni all’autodeterminazione, alla restituzione delle terre ancestrali e al consenso libero, previo e informato (FPIC), chiedendo che la conservazione sia guidata dalle stesse comunità direttamente coinvolte. Si conclude con un appello alle ONG che si occupano di conservazione, citando WWF, Wildlife Conservation Society, African Parks, UNESCO, International Union for Conservation of Nature (IUCN), the Frankfurt Zoological Society, the International Big Cat Alliance, the Zoological Society of London, Wildlife Alliance, Conservation International, The Nature Conservancy and Northern Rangelands Trust.
I membri della neonata Indigenous Land Alliance chiedono a queste organizzazioni e ai governi di "lasciare le nostre terre e rispettare i nostri diritti, altrimenti vi cacceremo via in base al nostro sistema di giustizia. Rendete pubblici tutti gli accordi relativi al carbonio e alla biodiversità che avete stipulato sui territori indigeni. Ai finanziatori: smettete di finanziare la conservazione coloniale e sostenete i diritti delle popolazioni indigene e il rafforzamento della nostra autonomia e autodeterminazione”.
Decolonizzare la conservazione
A precedere la dichiarazione c’è stata la conferenza, dal titolo Conservation untold. Lands, Rights and global accountability (La conservazione che non viene raccontata. Terre, diritti e responsabilità globale), che si è svolta il 24 settembre 2026 con la partecipazione di rappresentanti indigeni provenienti da Africa, Asia e America. Organizzata nell’ambito del congresso OLON (Our Land, Our Nature), punta a dare voce ai popoli indigeni e agli attivisti per i diritti umani che contrastano la visione occidentale della conservazione, che spesso sfrutta dei territori per la tutela e il turismo ambientale, dopo averne scacciato gli storici abitanti umani.
Per delle popolazioni che per secoli hanno convissuto con animali selvatici in modo pacifico, infatti, è inammissibile essere costretti ad allontanarsi dalla propria terra a causa della nascita di parchi naturali che puntano a una conservazione integrale del territorio senza esseri umani. Soprattutto se le deroghe a questa regola valgono solo per turisti paganti, anziché per i popoli indigeni.
“L'idea della conservazione è stata importata dal colonialismo. La conservazione è stata importata dall'America (secondo il modello di Yellowstone), diffusa in Europa e poi introdotta in Africa e in altre parti del mondo”, ha spiegato Joseph Oleshangay, avvocato e attivista per i diritti umani in Tanzania, durante la sua presentazione. “La conservazione era il modo in cui il colonialismo creava spazio per loro [i colonizzatori, ndr] dopo la fine del colonialismo.”
Oleshangay si riferisce in particolare al caso del Serengeti, uno dei più importanti parchi nazionali al mondo. “Che cosa succede quando una terra abitata diventa un bene globale per la conservazione e il turismo? Quando il Serengeti fu istituito per la prima volta come riserva faunistica nel 1940, e parco nazionale nel 1948, venne fatta una promessa: i Maasai non sarebbero stati disturbati. Quella è stata la più grande bugia della conservazione”, conclude l’avvocato, sottolineando come la popolazione locale dei Maasai sia stata allontanata in nome di un concetto di wilderness che appare incompatibile con la presenza umana.
Chi ha parlato alla conferenza
La conferenza di giovedì 24 settembre 2026 si è svolta in diverse lingue, tra cui spagnolo, thailandese e swahili, per rappresentare la pluralità linguistica dei popoli indigeni. Tra i relatori africani erano presenti la kenyota Dorothy Cheruto, che ha spiegato l'evoluzione storica delle aree protette dal controllo coloniale agli attuali sfratti delle popolazioni indigene, il botswano Jumanda Gakelebone, che si è soffermato in particolare sugli allontanamenti forzati nella riserva faunistica del Kalahari centrale, e il camerunense Timothée Emini, che ha denunciato la battaglia per i diritti del popolo autoctono Baka contro diverse grandi organizzazioni non governative.
Ha parlato anche Krieangkrai Cheechuang, presidente del Consiglio dei popoli indigeni della Thailandia, che ha sottolineato come dalla creazione del parco nazionale Kaeng Krachan molte persone che vivevano in quell'area siano state costrette a trasferirsi da gruppi armati, con l’approvazione del governo thailandese. Per l’America Latina sono intervenute Marisol García Apagüeño, peruviana appartenente al popolo Kichwa, e l’ecuadoregna Pashpanzhu Vitery, che hanno denunciato l’invisibilizzazione dei popoli indigeni dopo la creazione delle aree protette.
Lo stesso fenomeno è stato raccontato anche da Jenu Kuruba, che ha sottolineato come spesso in India i popoli autoctoni, noti come Adivasi, vengano allontanati dalle loro terre per crearne delle riserve per le tigri. Agli Adivasi viene impedito di continuare a perpetuare attività che svolgono da secoli per il loro sostentamento, come la raccolta del miele nelle foreste, mentre ai turisti di lusso è permesso frequentare quelle stesse aree. Tra i grandi assenti alla conferenza spiccava il nome dell’attivista indiano Mising Pranab Doley, che non ha potuto partecipare perché arrestato mentre protestava contro la costruzione di un grande hotel nell’area naturale del Kaziranga, dopo l’allontanamento forzato delle popolazioni locali dal parco nazionale.
Colonialismo verde
L’evento è stato promosso da Conservation Solutions Afrika e dall'organizzazione per i diritti dei popoli indigeni Survival International. Secondo quest’ultima, molte ONG per la conservazione traggono profitti dalle terre indigene tramite il mercato del turismo della fauna selvatica, che nel 2025 è stato valutato a 195 miliardi di dollari, e quello dei crediti di carbonio, che vende sul mercato i profitti tratti dall’appropriazione di terre indigene. Il rischio di “colonialismo verde”, termine usato in diverse occasioni dal ricercatore britannico Simon Counsell, uno dei relatori, è alto.
Counsell ha infatti spiegato come in diversi casi le aree su cui costituire i mercati di crediti di carbonio siano zone abitate da persone che spesso danno il proprio consenso senza aver davvero compreso le implicazioni di tali progetti. Il ricercatore ha posto al pubblico alcune domande: “Le comunità sono state coinvolte con un consenso significativo? O è stato dato il consenso in una lingua non nativa, senza informazioni adeguate? Quando si parla di benefici per la comunità, chi controlla davvero i benefici?”. Ha concluso sottolineando come il termine “colonialismo verde” non si applica in modo indifferente a tutti i progetti di carbon capture, ma che può essere usato quando “le regole sono scritte altrove, i valori sono definiti altrove, la conoscenza è validata altrove e i ricavi vengono controllati altrove”. Quando, cioè, la conservazione non è inclusiva.
Un caso concreto è quello esposto dall’attivista kenyota Margaret Super riguardo alla riduzione dei pascoli per fare spazio a riserve di crediti di carbonio nel nord del Kenya. “Il carbonio dovrebbe rafforzare, e non limitare, il nostro stile di vita pastorale”, ha dichiarato Super. “Abbiamo bisogno di trasparenza al di là del contratto. Vedo un’opportunità, ma credo che dobbiamo mettere a punto il modello giusto.”
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In copertina: foto di Ketan Patel
