da Dubai - L'arrivo a Dubai del primo treno che attraversa il deserto, inaugurato a fine settembre, ha suscitato stupore e ricordi d'altri tempi, non fosse per il design ultramoderno, l'immacolata stazione di Al Yalayis e lo skyline della città sullo sfondo. Sui display digitali i tempi di percorrenza scorrono con precisione − Dubai-Abu Dhabi 57 minuti; Dubai-Fujairah 69 −, e c'è chi si mette in viaggio solo per farsi qualche selfie. La rete fa parte di un programma ferroviario da oltre 13 miliardi di dollari (merci e passeggeri) che, con la guerra all'Iran e la chiusura di Hormuz, ha acquistato un valore strategico nuovo: offrire al paese un'alternativa terrestre a un collo di bottiglia marittimo diventato troppo vulnerabile.

Bypassare lo stretto, una delle arterie più importanti del mondo attraverso cui transitano gas, petrolio e merci verso Europa e Asia, qui è questione di sopravvivenza. Non è solo geopolitica: secondo la National association of freight and logistics, i costi complessivi di spedizione nel Golfo sono saliti del 300-500% rispetto a prima dello scoppio del conflitto. A far lievitare le tariffe sono le assicurazioni contro il rischio di guerra, il carburante e le spese legate a rotte alternative. Al picco della crisi, operatori negli Emirati hanno segnalato costi vicini ai 10.000 dollari per container, contro i circa 1.500 di prima della guerra.

Ma il prezzo di questo conflitto non si misura soltanto in dollari o nei giorni di navigazione in più. Nei paesi del Golfo sta cambiando la gerarchia degli investimenti: sicurezza energetica, difesa e nuove infrastrutture per aggirare Hormuz sono diventate prioritarie. “Il cambiamento principale è che gli stati del Golfo non ragionano più soltanto in termini di efficienza, ma anche di ridondanza”, ci spiega Ebtesam Al Ketbi, la presidente dell'Emirates Policy Center, think tank indipendente di Abu Dhabi. “Hormuz ha ricordato a tutti quanto sia pericoloso dipendere eccessivamente da un unico collo di bottiglia marittimo. In parole semplici, il Golfo sta passando dalla massima efficienza alla resilienza strategica.”

Intanto, le risorse necessarie a proteggere le infrastrutture esistenti o a costruirne di nuove rischiano di entrare in competizione con quelle per la diversificazione economica e la transizione energetica, che qui da anni erano ormai in cima alle agende politiche. È un paradosso: le rendite degli idrocarburi finanziano la diversificazione di Arabia Saudita ed Emirati, ma sono anche, come abbiamo visto in questi mesi, tra le più vulnerabili ai terremoti geopolitici. L'era post petrolio, insomma, in questa parte del mondo continua a dipendere dalla stabilità del sistema petrolifero.

Priorità alla sicurezza energetica

Alla velocità record che contraddistingue i paesi del Golfo − resa possibile dalla disponibilità di manodopera a basso costo proveniente dal Sud-Est asiatico e dall'Africa, impiegata in turni incessanti − soprattutto negli Emirati, in Arabia Saudita, ma anche in Iraq, si stanno moltiplicando gli investimenti legati all'energia petrolifera e alla logistica: ferrovie, oleodotti, porti, strade per il traffico su gomma.

Le varie “vision” dei petrostati per il dopo idrocarburi e gli obiettivi net zero, diventati negli ultimi anni una bandiera degli sceicchi, vacillano con i bilanci statali sotto pressione a causa dei costi della difesa. La ripartizione della spesa sta cambiando: nel primo trimestre del 2026 l'Arabia Saudita ha accumulato un deficit fiscale di circa 33,5 miliardi di dollari, la spesa pubblica è cresciuta e le esigenze militari pesano sui conti (solo i missili Patriot costano diversi milioni di dollari ciascuno). Anche negli Emirati la difesa assorbe ormai decine di miliardi di dollari l'anno, mentre la protezione delle infrastrutture energetiche, dopo gli attacchi e i gravi danni subiti durante il conflitto, è diventata una priorità nazionale.

A pesare c'è anche la brusca frenata dell'economia provocata dalla crisi di Hormuz. Oxford Economics ha progressivamente rivisto al ribasso le stime per i paesi del Consiglio del Golfo: nell'ultimo aggiornamento prevede per il 2026 una contrazione record del 6,4%. Anche il Fondo monetario internazionale parla di una recessione regionale, causata dal crollo della produzione di idrocarburi e dal rallentamento dell'economia non-oil.

La pressione potrebbe farsi sentire anche all’imminente COP31 di Antalya, dove Arabia Saudita ed Emirati hanno tradizionalmente un ruolo importante nel fronte dei paesi del Sud Globale e nel dibattito sulla “transizione giusta”, irrigidendo ulteriormente il confronto su tempi e costi della decarbonizzazione.

Una battuta d'arresto per la transizione?

I primi dati mostrano che questo spostamento delle priorità sta già producendo effetti. Le monarchie del Golfo non stanno abbandonando la transizione, ma la guerra ne sta rallentando tempi e investimenti. Qui a Dubai il turismo non è ancora ripreso: hotel e ristoranti aspettano l'alta stagione invernale per capire quanto della normalità precedente tornerà davvero. In Arabia Saudita la revisione dei grandi progetti di Vision 2030, già cominciata prima della guerra, è diventata stringente.

“La difesa, la sicurezza energetica e la protezione delle infrastrutture critiche sono diventate più urgenti. Ciò significa che alcuni progetti verdi costosi o di lungo periodo potrebbero essere sottoposti a una valutazione più severa”, osserva Al Ketbi. I dati dell'istituto di ricerca norvegese Rystad Energy vanno nella stessa direzione e mostrano innanzitutto un rallentamento materiale. Con la paralisi logistica di Hormuz e del Mar Rosso, pannelli solari e componenti arrivano con il contagocce: a marzo le importazioni mensili di moduli fotovoltaici negli Emirati sono precipitate a 160 Mw, contro una media di 767 Mw nel 2025.

“Si prevede che la crisi comporterà un ritardo netto compreso tra tre e dodici mesi nei progetti attivi di energia rinnovabile in Medio Oriente, rafforzando al contempo l'impegno strategico a medio e lungo termine per la transizione energetica, almeno per alcuni paesi come Emirati e Arabia Saudita”, scrive Rystad. Il rallentamento, precisa l'istituto, sarebbe dunque logistico e finanziario, non strategico.

Una lettura condivisa da Al Ketbi: “Non credo che il Golfo stia abbandonando la transizione energetica. Gli investimenti nel solare, nel nucleare e nelle reti continuano ad avere un valore strategico perché riducono la dipendenza interna dagli idrocarburi e rafforzano la sicurezza energetica”. Piuttosto, aggiunge, “la transizione sta diventando più pragmatica. I governi privilegeranno sempre più i progetti capaci di produrre sia valore economico sia resilienza strategica, e non semplicemente credenziali ambientali”. Il confine, però, è sottile: se sicurezza energetica e ritorno economico diventano i criteri con cui selezionare gli investimenti, il rischio che la decarbonizzazione passi in secondo piano è concreto.

La nuova geografia logistica del Golfo

“Gli Emirati devono proteggere la propria economia dal rischio immediato di interruzioni a Hormuz”, prosegue Al Ketbi. “Infrastrutture come Adcop [la pipeline di Abu Dhabi, ndr] servono alla resilienza strategica, garantendo che il paese possa continuare a esportare energia nel caso in cui una delle principali rotte marittime sia minacciata. È un'esigenza di sicurezza nazionale, non un'inversione della politica climatica.”

Basta guardare una mappa per capire perché la fuga da Hormuz stia portando verso terra e verso i porti affacciati sul Mar Arabico e sul Mar Rosso. Qui non sono più le petroliere ferme a Hormuz a stupire, ma le code di tir davanti ai porti e i capannoni prefabbricati montati d'emergenza sulle coste. A Fujairah le navi caricano i container, mentre poco più a nord, a Khor Fakkan, migliaia di camion entrano ed escono ogni giorno da un terminal che fino a pochi mesi fa funzionava soprattutto come hub di trasbordo marittimo.

Il progetto più imponente è la Development Road: 17 miliardi di dollari e 1.200 chilometri di strade e ferrovie dal Grand Faw Port, nel sud dell'Iraq, fino alla Turchia e da lì all'Europa. Lanciata prima della guerra, ma diventata ora strategica, coinvolge Iraq, Turchia, Emirati e Qatar.

Per gli idrocarburi l'alternativa passa invece dalle pipeline. La East-West Pipeline saudita corre per circa 1.200 chilometri dai giacimenti orientali a Yanbu, sul Mar Rosso, e può trasportare fino a 7 milioni di barili al giorno. Negli Emirati, la Adcop Habshan-Fujairah porta invece il greggio di Abu Dhabi direttamente al Golfo di Oman; Adnoc, la società petrolifera nazionale, ne sta ampliando la capacità di esportazione, che dovrebbe raddoppiare entro il 2027 raggiungendo i 4 milioni di barili al giorno.

Fuga a Ovest

Ma la trasformazione più visibile sta avvenendo nei porti. Per decenni il gigantesco Jebel Ali di Dubai, che si estende in un intero quartiere della città, è stato uno dei principali hub del Medio Oriente. Si trova però dentro il Golfo Persico. Il colosso emiratino della logistica DP World ha quindi firmato una concessione di cinquant'anni per sviluppare nuovi terminal a Fujairah, capaci di movimentare fino a 2,5 milioni di container l'anno. A Dibba, meta di weekend e gite fuori porta per gli expat di Dubai, aggiungerà invece 3,6 milioni di tonnellate di capacità annua. Poco più a nord, a Khor Fakkan, Gulftainer sta portando la capacità da 3,5 a oltre 10 milioni di container.

Lo stesso spostamento verso ovest interessa l'Arabia Saudita, dove file di camion attraversano il deserto. I container sbarcati sul Mar Rosso viaggiano oggi soprattutto su gomma verso Riyadh e Dammam oppure compiono il percorso inverso per le esportazioni. Il progetto Saudi Landbridge prevede anche 945 chilometri di ferrovia tra Riyadh e Jeddah che, collegandosi alla linea esistente verso Dammam, creerebbero un corridoio dal Golfo Persico al Mar Rosso. Anche questo progetto precede la guerra, ma la chiusura di Hormuz gli ha dato nuova urgenza.

Soluzioni nate o accelerate come risposta all'emergenza stanno diventando infrastrutture permanenti. “Ciò che sta cambiando è che questi progetti non vengono più considerati semplicemente come progetti infrastrutturali. Sono sempre più visti come asset di sicurezza nazionale”, conclude Al Ketbi, citando tra gli esempi proprio il treno che passa per Dubai, le pipeline e i nuovi collegamenti tra i porti della regione. Infrastrutture capaci di mobilitare investimenti miliardari e di ridisegnare una geografia commerciale costruita per decenni intorno al Golfo Persico e a Hormuz. La fine del conflitto e dell'instabilità, del resto, tra interventi militari inutili e diplomazia che non si sblocca, qui ancora non si vede.

 

In copertina: la nuova stazione dei treni di Dubai, foto di Elisabetta Norzi