Il modello economico lineare è insostenibile non solo per l’ambiente, ma anche per le nostre tasche. È ciò che emerge dall’edizione 2026 del Circularity Gap Report che per la prima volta calcola le perdite economiche (Value Gap) causate dell’approccio “estrai, produci, smaltisci” tipico delle economie moderne: 25.400 miliardi di euro all’anno, l’equivalente di circa un terzo del PIL globale. In sostanza: per ogni 3 euro di valore creato nel mondo, 1 euro viene sprecato.
Un deficit impressionante che secondo Circle Economy, l’organizzazione che in collaborazione con il ramo olandese di Deloitte ha redatto il documento − sarebbe possibile rimpinguare solo attraverso una transizione verso un modello circolare.
"Per la prima volta il rapporto include una valutazione sul Value Gap”, ha dichiarato Arnold Tukker, professore di ecologia industriale all'Università di Leiden. “Sebbene dal punto di vista metodologico si tratti di un argomento intrinsecamente complesso da affrontare con pieno rigore scientifico, rappresenta un'espansione strategicamente preziosa della portata del rapporto. Il denaro continua a guidare la maggior parte delle decisioni in ambito aziendale e politico.”
Le falle del modello lineare
L’estrazione, la lavorazione e il consumo di materia sono attività intrinsecamente legate alla crisi climatica: emettono in atmosfera gran quantità di gas serra, contribuiscono alla perdita di biodiversità e allo stress idrico. I materiali di origine antropica superano persino tutta la biomassa vivente. Eppure, questo aumento del consumo di materiali non produce più grossi rendimenti, soprattutto nei paesi ricchi. La produttività globale delle risorse (ovvero la produzione economica generata per unità di materiale utilizzato) si è di fatto arrestata nell'ultimo decennio, con sprechi che si manifestano soprattutto in cinque aspetti: residui di lavorazione non valorizzati, inefficienza energetica, spreco alimentare, rifiuti smaltiti in discarica e degrado prematuro del capitale fisso.
Secondo il report, il valore perso durante la trasformazione delle materie prime in semilavorati o prodotti finali a causa di inefficienze, difetti e riduzione della resa ammonta a 904 miliardi di euro; le dispersioni del sistema energetico costano circa 8.700 miliardi; gli alimenti commestibili che escono dalla catena di approvvigionamento senza essere consumati – comprese le perdite durante lo stoccaggio, il trasporto, la vendita al dettaglio e il consumo finale − valgono 650 miliardi. I rifiuti non valorizzati (10.000 miliardi) e la perdita di valore subita nel corso dell'anno da macchinari, impianti, fabbricati e mezzi di trasporto (5.200 miliardi) chiudono l’elenco degli sperperi del modello lineare.
"Gran parte di questa perdita di valore non è marginale o accidentale, ma strutturale e sistemica", ha dichiarato Alvaro Conde, responsabile del report per Circle Economy, durante la conferenza di lancio del report. "L'economia odierna è orientata alla massimizzazione della produzione economica a qualsiasi costo ambientale e sociale. Il risultato? un’estrazione di risorse sempre crescente, un sottoutilizzo delle risorse e una produzione di rifiuti esponenziale."
Il PIL racconta solo una parte dell’economia
Gli indicatori economici convenzionali, in particolare il prodotto interno lordo (PIL), misurano il valore monetario dei beni e dei servizi finali prodotti in un determinato periodo, ma non tengono conto di tante delle esternalità insite nell’architettura economica di un paese: dalla generazione di rifiuti all’ammortamento dei beni, fino all’esaurimento delle risorse necessarie a sostenere la produttività. Ciò crea una lacuna cognitiva su cosa effettivamente produca valore o performi economicamente.
Il PIL resta comunque lo standard globale di confronto tra paesi, ma secondo gli autori di Circle Economy manca un’alternativa altrettanto semplice e standardizzata. Per esempio, il deterioramento e l'esaurimento delle risorse naturali, tra cui minerali critici, fonti fossili, suoli ed ecosistemi, rappresentano ulteriori perdite di capitale naturale che non vengono contabilizzate.
Il Value Gap come alternativa
A differenza delle altre edizioni, focalizzate prevalentemente sul tasso di circolarità − sceso al nuovo minimo del 6,9% − quest’anno Circle Economy e Deloitte Netherlands hanno applicato su scala globale una metodologia alternativa al PIL: il Value Gap, un indicatore economico che quantifica la differenza tra il valore potenzialmente recuperabile attraverso un uso circolare dei materiali e quello che viene effettivamente dissipato per sprechi, degrado delle risorse, inquinamento e sottoutilizzo dei beni. In altre parole, è un indicatore che mette in luce dove l’economia “butta via” valore invece di conservarlo nel tempo.
Tuttavia, è concepito come un indice destinato a evolvere con nuovi dati, metodi e definizioni di valore. Nelle prossime versioni del report, sostiene Circle Economy, il Value Gap potrà integrare meglio il degrado del capitale naturale (suolo, acqua, biodiversità) e del capitale fisico (infrastrutture, macchinari), e superare alcuni limiti metodologici descritti dagli stessi autori.
In copertina: la discarica di Agbogbloshie, in Ghana, la più grande discarica africana di rifiuti elettronici e plastici, fotografata da Rich, Agenzia IPA
