Uno degli accordi ambientali più efficaci mai messi in campo contro la deforestazione dell’Amazzonia rischia di trasformarsi in un guscio vuoto. La Moratoria sulla soia, il patto volontario che vieta alle aziende di acquistare soia coltivata in campi deforestati dal 2008 in poi, è sotto attacco in Brasile. Il gruppo di lobby ABIOVE (Brazilian Association of Vegetable Oil Industries), che riunisce alcune delle maggiori aziende attive nella trasformazione e nel commercio della soia, ha infatti deciso di abbandonare l’accordo, di fatto svuotandolo dei suoi attori principali.
Il motivo è una nuova normativa fiscale entrata in vigore dal 1° gennaio 2026 nel Mato Grosso, stato che da solo nel 2025 ha prodotto 51 milioni di tonnellate di soia, più dell’intera Argentina. Il Brasile, con 152 milioni di tonnellate nel 2023 (dati FAO), è infatti il primo produttore mondiale di soia.
Ma mentre Aprosoja-MT, un’associazione di agricoltori del Mato Grosso, e altre lobby agricole festeggiano il successo di questo ennesimo tentativo di indebolire la Moratoria, le associazioni ambientaliste lanciano l’allarme: da un punto di vista ambientale, un eventuale aumento della deforestazione avrebbe impatti devastanti sulle emissioni di CO₂, così come sul ciclo dell’acqua e sulla biodiversità.
Ma non solo: per Mauricio Voivodic, direttore esecutivo di WWF Brasile, questa decisione porta con sé anche un chiaro messaggio politico di ritiro dagli impegni climatici. Le aziende, ha dichiarato, “ignorano i risultati positivi raggiunti e scaricano i costi ambientali sulla società, approfittando di incentivi fiscali finanziati con risorse pubbliche”.
Il cambio di legge nel Mato Grosso
La legge entrata in vigore a inizio anno permette all’unità federativa del Mato Grosso di eliminare gli incentivi fiscali alle aziende che partecipano a qualunque programma volontario di conservazione ambientale in aggiunta alla legislazione climatica del Brasile.
L’impatto della misura vale milioni di dollari: secondo un rapporto preliminare pubblicato ad aprile 2025 dai revisori dei conti statali e ripreso da Reuters, le aziende impegnate nel commercio di cereali hanno ricevuto incentivi fiscali pari a 840 milioni di dollari tra il 2019 e il 2024. Sergio Ricardo, presidente della Corte dei conti dello stato del Mato Grosso, sottolinea che le compagnie statunitensi ADM e Bunge sono state le principali beneficiarie delle agevolazioni fiscali, ricevendo circa 269 milioni di dollari ciascuna.
Con l’entrata in vigore della normativa, diverse aziende hanno abbandonato l’accordo e rimosso i propri loghi dal sito ufficiale della Moratoria. Tra le altre, non compaiono più Cargill, Bunge, ADM, Louis Dreyfus Company e la cinese COFCO International.
La legge del Mato Grosso, approvata dal Parlamento statale nel 2023, è l’ennesimo esempio della tendenza globale a ritirarsi da accordi e politiche che hanno come obiettivo il contrasto alla crisi climatica. In questo caso, a sostenere la legge sono state anche alcune organizzazioni di agricoltori e allevatori locali, secondo cui la Moratoria sulla soia limiterebbe il mercato, riducendo redditi e sviluppo economico.
Il governo federale brasiliano ha contestato in tribunale la nuova legge, ma le tensioni sulla Moratoria vanno avanti da tempo. Ad agosto 2025 il Consiglio amministrativo per la difesa economica (CADE, l'autorità brasiliana garante della concorrenza), aveva ordinato una sospensione dell’accordo per potenziali violazioni delle norme sulla concorrenza. La corte suprema del Brasile ha successivamente sospeso l’indagine dell’antitrust. L'associazione Aprosoja-MT aveva definito le misure del CADE come “storiche”. Oggi, la stessa ha accolto positivamente la decisione di ABIOVE di abbandonare la Moratoria.
Che cos’è la Moratoria sulla soia
La Moratoria è stata introdotta nel 2006, dopo le denunce di Greenpeace International su come la soia coltivata in aree recentemente deforestate finisse nei mangimi animali e, di conseguenza, andasse ad alimentare il business di catene della grande distribuzione e di fast food.
Il clamore suscitato dal caso indusse i produttori di soia a collaborare con alcuni gruppi della società civile e col governo federale per dare vita all’accordo. Il risultato è stato un patto che vieta ai firmatari di acquistare soia da agricoltori con piantagioni che sorgono in aree deforestate da luglio 2008 in poi.
Anche se la deforestazione dell’Amazzonia brasiliana continua ad avanzare, l’accordo è considerato come una delle soluzioni più efficaci nel combatterla. Come ricostruisce Greenpeace, prima della Moratoria fino al 30% dei nuovi campi di soia venivano creati distruggendo foreste primarie. Secondo i dati aggiornati a luglio dell’anno scorso, oggi questa percentuale è scesa sotto il 4%, nonostante il Brasile abbia triplicato la produzione di soia. Nell’ultimo report annuale sulla Moratoria, che prende in considerazione il periodo 2022-2023, si legge che senza l’accordo sarebbe scomparsa un’area di foresta grande quanto l’Irlanda.
Le conseguenze
Pur con le sue contraddizioni, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha lavorato per ripristinare i programmi ambientali e di protezione dell’Amazzonia. Tuttavia le azioni del suo governo devono spesso scontrarsi con una lobby agroalimentare che ha una forte influenza sul Congresso, a maggioranza conservatrice.
In un comunicato stampa, ABIOVE ha confermato la propria intenzione di abbandonare l’accordo sulla soia, aggiungendo però che altre politiche di controllo della deforestazione resteranno in vigore. Inoltre alcune aziende, come Cargill, hanno dichiarato che continueranno a perseguire i propri obiettivi di sostenibilità.
Nonostante le nuove dichiarazioni di impegno da parte delle aziende, monitorare i progressi nella lotta alla deforestazione potrebbe diventare più difficile senza un sistema basato su criteri di trasparenza e collaborazione. Per Glenn Hurowitz, CEO dell’organizzazione ambientale Mighty Earth, la situazione è paradossale: “È strano dichiarare di assumersi nuovi impegni mentre si abbandona un accordo che si è dimostrato efficace nel salvare la foresta amazzonica”.
In questo scenario, resta il nodo di come si comporteranno i compratori internazionali. La maggior parte della soia coltivata in Brasile viene usata come mangime per il bestiame dell’industria della carne. Se la Cina è la maggiore importatrice globale di soia e altri beni agricoli brasiliani, l’Europa potrebbe intensificare le sue importazioni dopo l’accordo commerciale stretto con il mercato comune sudamericano, Mercosur, che comprende appunto anche il Brasile. Un accordo, però, non ancora definitivo, visto che, mercoledì 21 gennaio il Parlamento europeo si è rivolto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per un parere giuridico. La Commissione UE potrebbe decidere di farlo entrare comunque in vigore in via provvisoria, ma, se così non fosse, nello scenario più ottimistico l’approvazione potrebbe slittare di diversi mesi.
Un altro nodo è infine l’entrata in vigore dell’EUDR, la normativa europea che vieta l'immissione sul mercato UE di prodotti legati alla deforestazione: un allentamento degli impegni da parte delle aziende attive nel settore della soia in Brasile potrebbe infatti entrare in conflitto con il regolamento.
In copertina: immagine Envato
