L’Europa torna ciclicamente a fare i conti con la propria vulnerabilità energetica. E questa volta il rischio è ancora più evidente. Anche l’Agenzia internazionale dell’energia ha lanciato l’allarme per la crisi petrolifera, innescata dalle tensioni in Medio Oriente e dal blocco dello Stretto di Hormuz. Nel decalogo di emergenza per ridurre i consumi, rivolto a governi, aziende e famiglie, propone misure che evocano scenari già noti: limitare l’uso dell’auto privata, incentivare smartworking e trasporto pubblico, abbassare i limiti di velocità, ridurre i viaggi aerei, contenere le temperature di riscaldamento e raffreddamento. Parola d’ordine: austerità.

Al centro del dibattito europeo ci sono dunque di nuovo il tema della sicurezza energetica e la necessità di diversificare le fonti. L’obiettivo è costruire un mix di rinnovabili capace di garantire indipendenza degli approvvigionamenti, flessibilità del sistema, prezzi accessibili e, al tempo stesso, una riduzione strutturale delle emissioni.

Defossilizzazione e sicurezza energetica

All’interno di questo mix, la bioenergia prodotta da rifiuti organici e da materie prime agricole e forestali gioca un ruolo strategico: è la principale fonte di energia rinnovabile nell’UE, pari al 59% del consumo nel 2021, secondo un report della Commissione europea.

Uno dei suoi principali punti di forza sta nella capacità di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici e alle interruzioni delle forniture: se per petrolio e gas naturale l’UE dipende dalle importazioni per il 98% del fabbisogno, la biomassa è invece una risorsa prevalentemente domestica, con una dipendenza dall’estero di appena il 5%, come evidenzia il Landscape Report 2025, elaborato su dati Eurostat 2023 da Bioenergy Europe, organizzazione internazionale che riunisce oltre quaranta associazioni, centocinquanta aziende, università e centri di ricerca.

“I recenti cambiamenti politici lo hanno chiarito: raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette non riguarda solo il clima, è la condizione imprescindibile per la sicurezza e l’indipendenza energetica dell'Europa”, ha affermato Jean-Marc Jossart, segretario generale di Bioenergy Europe. “Questo rapporto dimostra come la bioenergia, insieme ad altre fonti rinnovabili, possa contribuire a un sistema più resiliente. L’UE deve potenziare le risorse locali e sostenibili per diventare più indipendente e sicura.”

Bioenergia, posti di lavoro e capacità industriale

Tra i principali ambiti di utilizzo delle bioenergie spicca il riscaldamento, tuttora fortemente legato ai combustibili fossili, che coprono il 73% del fabbisogno europeo, generando circa 1,5 miliardi di tonnellate di CO₂ all’anno: una traiettoria incompatibile con gli obiettivi climatici di lungo periodo. Nel 2023 le energie rinnovabili hanno coperto solo un quarto della domanda di riscaldamento e raffreddamento, ma all’interno di questo segmento la bioenergia ha rappresentato l’81%.

Un ruolo cruciale emerge anche nell’industria, soprattutto nei comparti ad alta intensità energetica, dove la piena elettrificazione non è sempre possibile e diventa necessario sostituire le molecole fossili con gas rinnovabili.

Oltre al contributo energetico, la bioenergia genera anche un impatto economico rilevante. Nel 2019 il settore ha sostenuto circa un milione di posti di lavoro, concentrati soprattutto nella fornitura di materie prime. Nel tempo è atteso uno spostamento verso attività a maggiore valore aggiunto, come la produzione di tecnologie e attrezzature. Un’evoluzione, che riflette la maturazione della filiera, sempre più capace di generare occupazione qualificata e sviluppare capacità industriali avanzate. Il comparto contribuisce oggi per circa 40 miliardi di euro al PIL europeo, una cifra destinata quasi a raddoppiare entro il 2050, superando i 70 miliardi. Un dato che conferma il ruolo della bioenergia come componente strutturale dell’economia dell’Unione.

Gli impatti sulla sostenibilità ambientale

Se queste sono le potenzialità strategiche, la bioenergia resta però uno dei settori più controversi della transizione energetica, con diversi fronti aperti in tema di sostenibilità ambientale, impatto climatico e qualità dell’aria. Uno dei nodi principali riguarda l’uso domestico della biomassa. Caminetti, stufe e caldaie a legna o pellet rappresentano una delle principali fonti di particolato fine (PM2.5) in Europa, con effetti diretti sulla salute, tanto che il settore residenziale risulta la principale fonte emissiva in oltre metà delle aree urbane.

A ciò si aggiungono criticità legate alla qualità dei combustibili, con la possibile presenza di contaminanti e metalli pesanti nelle polveri fini, soprattutto nel caso di pellet di diversa origine. Aspetti che richiedono controlli più rigorosi, in particolare nei paesi dell’Europa centrale e meridionale.

Un secondo nodo riguarda il bilancio del carbonio e la gestione delle risorse forestali. La questione è più complessa di quanto possa apparire. In teoria, la biomassa è considerata carbon neutral, poiché la CO₂ rilasciata durante la combustione corrisponde a quella assorbita nella fase di crescita. Nella pratica, però, contano anche i tempi, non solo i volumi. La combustione rilascia CO₂ immediatamente, mentre la rigenerazione forestale richiede decenni: in questo intervallo si genera il cosiddetto carbon debt, un debito climatico temporaneo che può avere effetti rilevanti nel breve periodo.

La sfida della gestione forestale

La scelta delle materie prime diventa quindi determinante. I residui forestali, destinati comunque a decomporsi, presentano un impatto climatico più contenuto; al contrario, l’utilizzo di legname integro può allungare significativamente i tempi di pareggio. Il settore sottolinea che gran parte della biomassa impiegata proviene già da residui e scarti, e che la normativa europea impone criteri stringenti di sostenibilità e tracciabilità. Resta però centrale il tema della gestione forestale, che dovrà diventare sempre più integrata per preservare la capacità degli ecosistemi di assorbire carbonio e tutelare la biodiversità.

“Il vero cambio di paradigma è questo: non scegliere tra conservazione e utilizzo, ma gestire per conservare”, ha spiegato Riccardo Fraccaro, CEO di Carbon Planet. Guardando al 2050, le prospettive indicano che l’espansione del settore non potrà basarsi principalmente sulle foreste, ma dovrà derivare in misura crescente da biomasse agricole e rifiuti, in un’ottica di economia circolare e uso più efficiente delle risorse. La sfida non è quindi stabilire se la bioenergia avrà un ruolo nella transizione energetica europea, ma definire in quali forme e con quali regole potrà contribuire in modo sostenibile e scalabile.



Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog di Ecomondo

 

In copertina: immagine Envato