
A quattro anni dalla scadenza del 2030, i negoziati globali sulla biodiversità cercano di andare oltre alle promesse per concentrarsi sull'implementazione e sulla finanza internazionale. Dal 19 al 30 ottobre, i paesi che fanno parte della Convention on Biological Diversity (CBD) sono riuniti a Yerevan, in Armenia, per la COP17, per fare il punto, per la prima volta, sui progressi del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022 e articolato in 23 obiettivi.
Le prospettive sono preoccupanti: secondo il rapporto globale State of Biodiversity Action della CBD, i progressi verso gli obiettivi del quadro globale per la biodiversità restano insufficienti. L'Unione Europea, tra i principali donatori al mondo e leader nella legislazione ambientale, presenta un bilancio in chiaroscuro. Fornisce consistenti finanziamenti per la natura all'estero ma i suoi programmi di conservazione ambientale, come il Regolamento sul ripristino della natura, spesso non dispongono di risorse dedicate.
Le politiche per la biodiversità e un deficit da 18,7 miliardi l'anno
Un nuovo rapporto, The Cost of Biodiversity Inaction: what it means for the EU economy, realizzato dalla società di consulenza Eunomia per EuroNatur, analizza quanto l'Unione spende in politiche per la biodiversità e quanti fondi servirebbero in più. Sulla base di una valutazione della Strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030, il rapporto stima che il raggiungimento dei suoi 41 obiettivi costerebbe circa 48,2 miliardi di euro l'anno. La spesa prevista, però, si ferma a 29,5 miliardi, di cui appena 0,4 provenienti da finanziatori privati, per un deficit annuo di 18,7 miliardi di euro.
Altre stime collocano il divario di finanziamento tra i 2,8 miliardi di euro indicati dal Centro comune di ricerca della Commissione europea e i 37,4 miliardi riportati nel Riesame dell'attuazione delle politiche ambientali della Commissione. Un divario così ampio riflette le differenze in ciò che viene incluso nel calcolo e nei metodi utilizzati. Analizzando i dati sulla spesa, il rapporto evidenzia che una parte dei fondi che l'UE classifica come finanziamenti per la biodiversità è soltanto programmata, ma non viene effettivamente spesa. Alcuni progetti, inoltre, vengono classificati con criteri troppo generosi, e le stesse risorse possono venire conteggiate due volte quando si sommano i fondi europei e quelli nazionali. Il rapporto sottolinea anche che cinque paesi rappresentano tre quarti della spesa totale. In altre parole, persino il deficit di 18,7 miliardi potrebbe sottostimare le risorse che mancano davvero.
Lo studio calcola anche i potenziali benefici degli investimenti nelle politiche per la biodiversità. Secondo il rapporto, ogni euro investito nella natura potrebbe generarne otto: applicato al divario di finanziamento, questo rapporto produrrebbe circa 150 miliardi di euro di benefici l'anno. Investimenti di questa portata aumenterebbero l'occupazione, in modo diretto e indiretto, creando circa 560.000 posti di lavoro.
“Per molto tempo si è detto che investire nella natura fosse poco conveniente”, afferma Marije Schaafsma, professoressa associata e responsabile della sezione di economia ambientale presso l'Institute for Environmental Studies della Vrije University di Amsterdam. “Credo che questi dati aiutino a sostenere la necessità di maggiori investimenti nella natura. Gli investimenti nel ripristino degli ecosistemi richiederanno molto tempo per ripagarsi, e per questo servono specifiche strutture di finanziamento, non solo da parte dei governi ma anche delle istituzioni finanziarie.”
Il peso dei sussidi dannosi
Il divario nei finanziamenti per la biodiversità è alimentato anche dai sussidi dannosi e dagli investimenti che danneggiano la natura. Citando un'analisi del WWF, il rapporto EuroNatur stima che tra 34,4 e 48,9 miliardi di euro l'anno della spesa del bilancio UE possano avere effetti negativi sulla biodiversità, una cifra che è più del doppio del divario citato. Circa il 60% dei fondi della Politica agricola comune rientra in questa categoria.
“Per colmare il divario nei finanziamenti per la biodiversità, abolire o ridurre i sussidi dannosi sarebbe un grande passo avanti”, sottolinea Schaafsma. “La seconda leva è il prezzo, dato che molte industrie inquinanti non pagano per i danni che arrecano alla natura, che si tratti di emissioni o di altri impatti ambientali.” Misure di questo tipo, osserva, “sembrano coinvolgere molti più ministeri e ambiti politici rispetto al solo ripristino della natura”. I settori più coinvolti sono l'agricoltura, l'energia, la manifattura e i trasporti, non soltanto l'ambiente.
Gli strumenti esistono ma l'orientamento politico non è del tutto incoraggiante. La Commissione non ha ancora presentato il rapporto sul fabbisogno finanziario del Regolamento sul ripristino della natura, e una stima preliminare evidenzia già un deficit. La proposta di bilancio UE per il periodo 2028-2034 include i fondi per la biodiversità in un unico obiettivo di spesa del 35% per clima e ambiente e pone fine a LIFE come programma autonomo.
Lo studio di EuroNatur invece chiede sotto-obiettivi specifici per la biodiversità e una verifica sulle nuove spese basata sul principio “do not significant harm”. Ina Lehmann, assistant professor in governance della biodiversità globale alla Vrije University, fa notare che la Strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030 mantiene obiettivi specifici solo fino a quell’anno, ma ciò che accadrà dopo resta una questione aperta.
La posizione dell'UE a Yerevan
Il 12 ottobre, una settimana prima della COP17, il Consiglio dell'UE ha approvato le proprie conclusioni in vista di Yerevan, riassunte in 63 paragrafi. Il Consiglio riconosce che gli obiettivi al 2030 non potranno essere raggiunti senza una decisa accelerazione, e che i target nazionali non affrontano ancora le cause della perdita di biodiversità. Presenta il Regolamento sul ripristino della natura come un contributo importante dell'Europa e ammette che non è ancora chiaro se il traguardo finanziario dell’obiettivo 19 fissato per il 2025 sia stato raggiunto.
Finanza per la biodiversità e implementazione sono al centro anche della COP17. “In particolare, l'attenzione è rivolta al primo rapporto globale di valutazione dei progressi (Global Stocktake), il cui messaggio è che sono stati fatti dei passi in avanti, ma si è ancora lontani dal raggiungere gli obiettivi del 2030”, sottolinea Lehmann. “La sfida è come accelerare l'implementazione e quali mezzi siano necessari per farlo.” Anche la riforma del meccanismo finanziario della CBD e il Fondo di Cali per le informazioni di sequenza digitale sono temi caldi, aggiunge. La protezione del 30% delle terre e dei mari, invece, è ormai soprattutto una questione di implementazione e non è in cima all'agenda.
La credibilità della posizione europea alla prova
La finanza internazionale è l’ambito in cui l’Europa può vantare i progressi più concreti, presentandosi alla COP17 con credenziali solide. Insieme, l'UE e gli stati membri sono i maggiori fornitori di aiuti per la biodiversità, e il Consiglio evidenzia i dati OCSE secondo cui i fondi di finanza internazionale per la biodiversità sono saliti a 18,9 miliardi di dollari nel 2024.
Il Consiglio sostiene il Global Environment Facility (GEF), sottolinea la necessità che più paesi contribuiscano in questo settore e valuta nuovi strumenti come i crediti di natura “ad alta integrità”. Sostiene anche il Fondo di Cali sulle informazioni di sequenza digitale ed esprime preoccupazione per lo scarso numero di contribuenti, ma sottolinea che i dati restino liberamente accessibili e il loro utilizzo non venga tracciato.
Le conclusioni del Consiglio non chiariscono come l’UE intenda affrontare alcune delle carenze delle proprie politiche messe in evidenza dal rapporto EuroNatur. Il Consiglio chiede agli altri paesi di riformare i sussidi dannosi in linea con l'obiettivo 18, ma non dice che cosa farà l'Unione con i propri. Riconosce l'importanza del Regolamento sul ripristino della natura senza chiarire però come verrà finanziato. Vuole coinvolgere il settore privato, mentre gli investimenti privati coprono appena l'1,4% della spesa europea per la biodiversità.
“L'UE è un attore chiave nei negoziati e ha mostrato alcuni miglioramenti sul piano delle politiche”, aggiunge Lehmann. “A Yerevan i paesi con un alto tasso di biodiversità, dal Brasile all'Indonesia fino ad alcuni stati africani, sono particolarmente attivi nei negoziati e chiedono maggiori finanziamenti all'Europa e agli altri paesi donatori.”
I negoziati di Yerevan stanno mettendo alla prova la capacità dell'Europa di far corrispondere il messaggio che porta all'esterno con le scelte politiche interne. In quanto principale donatore, ha l'autorevolezza per chiedere di più agli altri paesi. Ma il rapporto di EuroNatur suggerisce che il passo più efficace sia all'interno del suo stesso bilancio, intervenendo sui sussidi dannosi e finanziando il Regolamento sul ripristino della natura.
In copertina: immagine Envato

